le lenti di Gramsci

domenica 20 maggio 2018

Potere nelle fabbriche e identità di classe


TEMPI MODERNI? NO, TEMPO ANTICO A TARANTO.
Potere nelle fabbriche e identità di classe
Taranto riconquista le prime pagine di tutti gli organi di informazione locali e nazionali. Ha suscitato grande emozione la morte di un giovane operaio di 28 anni, pari a quella, l’altro giorno, di un anziano lavoratore di 67 anni che è caduto da un' impalcatura…l’età sorprende in entrambi i casi. Queste non sono “morti bianche” ma omicidi sul lavoro. Ieri l’operaio lavorava su un impianto “fermo” che doveva essere in “sicurezza”. Ribadiamo ancora una volta che non è mai fatalità! Affermiamo con certezza che non basta cercare solo nella catena di comando le responsabilità e magari partendo sempre da una velata allusione della corresponsabilità del lavoratore. E’ invece nella organizzazione del lavoro che va cercata la soluzione delle tragedie. E’ lì che la proprietà oggi esprime il suo ruolo totalizzante nell’ubbidire ad un mercato senza regole ed utilizzando il ricatto di un misero salario e la vita stessa dei lavoratori. I problemi attuali aumenteranno con la nuova proprietà che incombe, e che prevede anche una gestione diversa tra i reparti di lavorazione nel ciclo produttivo mettendoli in competizione tra loro. Tempi moderni? No antichi! Ci adeguiamo in un mondo produttivo livellato al massimo sfruttamento dei lavoratori. Oggi si proclamerà uno sciopero nazionale sulla sicurezza del lavoro da parte dei maggiori sindacati ma non basta! Loro hanno una storica inadeguatezza nel livello dello scontro attuale che ribadiamo essere antico nei contenuti. Il passato insegna che occorre cambiare il modo di lavorare ed il controllo deve essere diretto da parte dei lavoratori sull’intero ciclo produttivo. Il potere nelle fabbriche va riconquistato con l’Identità di una classe che oggi drammaticamente è assente. I comunisti vengono da lontano e vogliono andare lontano, verso una economia ed una società diversa, a misura d’uomo e non del profitto. Non basta il cordoglio per l’ennesima vittima ma l’impegno per un radicale cambiamento.

Giancarlo Girardi -- Comitato Cittadino PCI Taranto



SPREAD BANG



a grande richiesta dei poteri forti viene richiamato lo SPREAD, il proiettile ad orologeria che le oligarchie eurocrati riservano a coloro che potrebbero mettere in discussione gli assetti capitalistico-finanziari di questa parte dell’occidente. Ma voi immaginate cosa accadrebbe se la pur debole democrazia rappresentativa portasse un domani ad un governo di sinistra, magari guidato dalla sinistra di classe? Capite ora il Venezuela? 🇻🇪
La diarchia demo/populista andrebbe invece, su questo, incalzata: siete davvero capaci di ricollocare l’Italia in un diverso scenario internazionale (Russia, paesi BRICS), a rinegoziare seriamente il debito, di riprendere un briciolo di sovranità nazionale? e il sistema pensionistico, dell’imposizione fiscale, dell’istruzione, della sanità e dei servizi essenziali del Welfare?
La sinistra di classe (e i comunisti in essa) deve ripartire dalle contraddizioni sociali che il prossimo governo legastellato inevitabilmente allarghera’: a partire dalle mobilitazioni, sempre più estese e combattive, contro la TAV, il TAP e l’Ilva di Taranto. Solo l’organizzazione di una forte opposizione sociale crea le premesse per una forte sinistra di classe, non i giochini politici e le discussioni sterili.

(fe.d.)

sabato 19 maggio 2018

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

Debito. La categoria «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre, declinata come sovranità alimentare, energetica e, appunto, anche monetaria


Tonino Perna su Il Manifesto, 19/05/2018

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche.
Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.
Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.
E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti.
Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.
Si può sbraitare contro i burocrati di Bruxelles quanto si vuole, aumentando per questa via il consenso popolare, ma se si alza lo spread perché “i mercati” puntano a speculare sui nostri titoli di Stato andremo a pagare interessi annui oltre i 70 miliardi attuali e ci avvicineremo al default (Argentina docet).
Un grande intellettuale, oltre che prestigioso sociologo e economista, come Luciano Gallino, nella prefazione ad un volume sulla “Moneta fiscale” curato da Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini, Enrico Grazzini, ha spiegato con estrema chiarezza e precisione come i nostri guai finanziari sono cominciati da quando abbiamo perso la «sovranità monetaria».
Ed essendo uomo di sinistra non avrebbe mai immaginato che in pochi anni avremmo regalato questa battaglia sacrosanta alla destra fascista e sfascista. Non a caso la categoria della «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre declinata come sovranità alimentare, energetica e, per l’appunto, monetaria.
Il movimento no/new global aveva espresso e articolato una critica diretta a questa globalizzazione finanziaria che sottomette al volere del capitale finanziario le stesse istituzioni politiche nazionali e locali. Tra le alternative emerse ci sono le monete locali e, nello specifico caso italiano, quella dei Certificati di Credito Fiscale , detta anche “moneta fiscale” proposta dagli autori qui già richiamati. Con il sostegno scientificamente approfondito da parte di Luciano Gallino e la critica, scontata, dei tecnici della Banca d’Italia e di altri economisti neoliberisti che condividono una visione sacrale del denaro.
Creare una moneta parallela da parte dello Stato, o come la definisce Gallino una forma di “denaro potenziale”, permetterebbe di immettere liquidità nel sistema e far ripartire la domanda aggregata senza aumentare il deficit dello Stato.
Purtroppo, anche a sinistra c’è una parte rilevante che di fronte ad ogni alternativa non ortodossa storce il naso perché ha interiorizzato il culto magico-sacrale del denaro, del novello “vitello d’oro” e le orazioni dei suoi sacerdoti (economisti e speculatori finanziari).
E’ fuorviante dividersi tra rigoristi e sovranisti, la vera divisione passa su chi deve pagare il debito pubblico nel medio periodo e su chi deve ricadere il costo della crisi finanziaria.



venerdì 11 maggio 2018

INTERNAZIONALISMO e/o SOVRANISMO


Sovranismo, globalismo, mondialismo, atlantismo, sono termini in uso alla cultura di destra e rischiano di mistificare i contenuti che ne dovrebbero sviluppare senso e significato. La sinistra di classe ha l'internazionalismo e l'imperialismo come valori fondanti non solo dell'identità politico-culturale, ma della sua prassi militante. Questo però non significa che gli interessi popolari delle singole nazionalità non siano preminenti, in particolar modo la salvaguardia dei livelli raggiunti dalle forze produttive di ogni singolo paese, che dunque deve conservare le proprie prerogative appunto di sovranità, contro l'offensiva delle frazioni dominanti del capitale economico-finanziario. Può esistere, dunque, un "sovranismo" di sinistra? In tempi di governo di unione tra eclettico qualunquismo e demagogia securitaria in nome di un inconseguente sovranismo, appunto di destra, è utile rileggere questa analisi di Francesco Maringiò per l'"Antidiplomatico". (fe.d.)

Costruire un “sovranismo di sinistra”. Primo passo: contribuire ad eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione

L’editoriale di Sergio Fabbrini [Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche, il Sole24Ore, p.1, 11/03/2018] sul giornale confindustriale è molto interessante. A partire dall’analisi del voto che individua chi ha vinto le elezioni (e per quale ragione principale): «domenica scorsa, più della metà dell’elettorato italiano, [ha] dato il voto a due partiti (5 Stelle e Lega) che avevano un programma (dichiaratamente) sovranista. 

Quelle elezioni, forse per la prima volta, ci hanno consegnato un’Italia politicamente unificata intorno a uno stato d’animo sovranista, rappresentato al nord dal centro-destra a guida leghista e al sud dai 5 Stelle. (…) Si tratta di un voto che esprime la richiesta (da parte di elettorati diversi) di recuperare il controllo su cruciali politiche nazionali, come quella di bilancio e quella migratoria. (…) Il 4 marzo ha portato alla superficie politica una diffusa insicurezza economica (negli elettori del sud) e una altrettanto diffusa insicurezza territoriale (negli elettori del nord). Il sud ha pagato più di altre aree la crisi economica e si è sentito escluso dalla ripresa successiva. Il nord ha subìto più di altre aree l’immigrazione e l’ha percepita come una minaccia identitaria alla propria coesione sociale. 


Il fatto è che entrambe le insicurezze sono state generate da politiche (quella economica e quella migratoria) su cui l’Italia ha competenze e risorse limitate. Si tratta di politiche che vengono decise nel sistema europeo dell’interdipendenza (l’Eurozona nel primo caso, l’Unione europea o Ue nel secondo caso) e non nel sistema nazionale dell’indipendenza».

Finalmente, vengono messi i piedi nel piatto della questione che, per la sinistra di questo paese è spesso un tabù: il tema della difesa degli interessi nazionali. Ovviamente, questo, non è un tema di classe tout court, ma attraversa l’arco destra-sinistra: si può difendere la sovranità nazionale per rafforzare la borghesia nazionale di un paese, oppure per difenderne le forze produttive, il cui sviluppo è imprescindibile per un processo di transizione socialista.


E l’approfondimento della crisi ha maturato nella testa del popolo (meno in quello dei gruppi dirigenti della sinistra politica) l’esigenza di una salvaguardia degli interessi nazionali in tutta Europa: «le forze sovraniste hanno conquistato il 13% degli elettori in Germania (nelle elezioni del 24 settembre scorso) mentre hanno ottenuto più del 50% in Italia (nelle elezioni del 4 marzo scorso)».


L’editorialista del Sole vede una discontinuità tra l’orientamento europeista ed il voto: «secondo un recente policy brief di Eupinions, ben il 66% degli italiani continua a essere favorevole a una maggiore integrazione economica e politica.

Ciò che occorre spiegare è perché quel 66% era superiore di ben 10 punti solamente due anni fa», spiegabile con il sistema intergovernativo. «Il sistema intergovernativo – continua l’editoriale - creato per gestire collegialmente quelle politiche ha finito per generare effetti non previsti (…) [ed] ha finito per creare gerarchie di potere tra i governi nazionali oppure per generare stalli decisionali. Così, nella politica finanziaria, le decisioni prese (stabilità invece che crescita) sono risultate congruenti con gli interessi dei Paesi predominanti oppure, nella politica migratoria, le decisioni che non sono state prese (controllo sovranazionale delle frontiere e dei flussi) hanno favorito i Paesi meno esposti ai processi migratori. In tutti i Paesi europei c’è stata una reazione sovranista per gli effetti della crisi finanziaria e dell’immigrazione». E si aggiunge «l’interdipendenza europea (nelle politiche fiscali o migratorie) non ha portato a un ridimensionamento uniforme delle sovranità nazionali. Infatti, alcuni stati membri (come la Germania) hanno potuto combinare il sostegno alla sovranità europea con la preservazione della propria sovranità nazionale, mentre altri stati membri (come l’Italia) hanno dovuto rinunciare alla seconda per poter fare parte della prima».


Quello che, a mio modesto parere, non viene messo in evidenza è che questo non è un tema che attiene alla “tecnica”, ma alla politica a tutto tondo: l’Unione Europea ed il meccanismo dell’Eurozona non hanno smarrito “l’ispirazione originale”, ma rappresentano proprio l’attuazione del processo di integrazione, basato sul disequilibrio tra aree economiche ed una competizione inter-imperialistica tra i paesi di Kerneuropa (il nocciolo duro attorno all’area del marco tedesco) ed i paesi del sud Europa.
Quello che è colpevolmente mancato in questa campagna elettorale è stata una posizione chiara di sovranismo “di sinistra”, capace di indicare una prospettiva alternativa al paese e di rispondere alle esigenze di insicurezza economica e di insicurezza territoriale.


L’elusione di questo punto è gravida di conseguenze: dall’incapacità di interlocuzione con i vasti settori popolari che oggi hanno appoggiato il M5S e, soprattutto, impedire alcuna connessione sentimentale con le masse popolari che oggi soffrono la crisi.


Per cui, in conclusione, due sono le necessità che vedo di fronte: costruire ed avanzare una linea politica di “sovranismo di sinistra” e partecipare al referendum per l’abrogazione della modifica costituzione che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione: primo mattone da sfilare per riguadagnare sovranità ed indipendenza nazionale.


(Francesco Maringiò)




giovedì 10 maggio 2018

PER L’ELEZIONE A PRESIDENTE DI CUBA DEL COMPAGNO MIGUEL-DIAZ CANEL




ALL’AMBASCIATA DI CUBA A ROMA
ALL’AMBASCIATORE, COMPAGNO JOSE’ CARLOS RODRIGUEZ RUIZ


Il Partito Comunista Italiano (PCI) invia i suoi più calorosi e fraterni saluti al nuovo Presidente di Cuba, il compagno Miguel-Diaz Canel!

Con lo stesso, profondo, spirito internazionalista il PCI saluta calorosamente il compagno Raul Castro, Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba!

La grande e prestigiosa storia del popolo cubano rivoluzionario, della Rivoluzione Cubana, del Partito Comunista di Cuba, del compagno Fidel, di Ernesto “Che” Guevara, di tutti i compagni e le compagne che hanno costruito e vinto coraggiosamente la Rivoluzione, difendendola poi da tutti gli innumerevoli tentativi “golpisti” e controrivoluzionari dell’imperialismo USA, tutto ciò rassicura ogni comunista, ogni rivoluzionario e antimperialista del mondo che a Cuba la costruzione del socialismo continuerà, come ha voluto subito affermare, dopo la sua elezione, il nuovo compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

I compagni e le compagne del PCI hanno subito sentito come profondamente proprie le prime parole pronunciate, nel suo discorso d’insediamento, dal compagno Presidente Migue-Diaz Canel, che contro le mistificatorie e pregiudiziali critiche provenienti da Washington ha affermato con forza “il valore della democrazia socialista e popolare cubana”, attraverso la quale è giunta la sua stessa elezione; i compagni e le compagne del PCI hanno sentito anche come profondamente proprie le parole del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel rivolte a ribadire la “centralità sociale e politica del Partito Comunista di Cuba, garante dell’unità del popolo cubano”. Hanno sentito come proprie le parole che il nuovo Presidente ha rivolto a Raul Castro, “che resta il leader della Rivoluzione Cubana”, e come proprie hanno sentito le parole che il nuovo Presidente ha usato per “la necessaria modernizzazione del sistema economico e sociale cubano, che non vorrà in nessun modo dire restaurazione del capitalismo!”.

Il PCI si schiera a fianco, in maniera totalmente internazionalista e solidale, del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel, del compagno Raul Castro e di tutta la Rivoluzione Cubana, consapevole che ora come ieri e per il domani Cuba Socialista sempre sarà il primo argine dell’espansionismo, del golpismo e del terrorismo imperialista USA in tutta l’America Latina!

W il compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

W il Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba Raul Castro!

W la Rivoluzione Cubana!

W il Popolo Cubano!

Mauro Alboresi,
Segretario Nazionale PCI;
Fosco Giannini,
Segreteria Nazionale PCI e Responsabile Dipartimento Esteri.

sabato 5 maggio 2018

RIBALTIAMO (a Dareen Tatour)


l’idea, già di per se’ farlocca, di far partire il giro, che è d’Italia, da un paese estero. In più il paese estero è Israele, paese avamposto dell’imperialismo in Medio Oriente, i cui governi sono attualmente responsabili della deportazione e repressione dei diritti del popolo palestinese. Facciamo conoscere al mondo la realtà dell’occupazione israeliana, e a voi, che alzate quella stridula voce con le parole “diritti umani” a senso unico, dedichiamo i versi della poetessa Dareen Tatour, condannata al carcere dallo squadrismo armato di giudici servi del potere sionista, per una poesia. Questa: «Resisti, mio popolo, resistigli, resisti ai furti dei coloni e segui il corteo dei martiri».


 UNA POETESSA DIETRO LE SBARRE 
di Dareen Tatour
Traduzione dall’arabo di Hadam Oudghiri
In carcere, ho visto prigionieri /non schedati: non si riesce a contarli.../ C’è l'assassino e il criminale,/ il ladro e il bugiardo, /l’onesto e il miscredente, / il confuso e lo smarrito, / l’affamato e il malfattore. /E poi ci sono gli ammalati di patria, / appena usciti dal grembo del dolore, / hanno vissuto ogni ingiustizia:/ violata, la loro innocenza dall’infanzia, /devastati dalla tirannia del mondo. Sono cresciuti.../anzi, sono cresciute le loro sventure /rese enormi dalla repressione. / Sono la rosa in un terreno di sale, / hanno abbracciato l'amore senza paura, /colpevoli solo di aver detto: /“Amiamo la patria senza alcun limite”. / Non conosceranno mai la loro colpa .../ poiché l’amore è il loro crimine /e per gli innamorati, la prigione è il destino. /Ho interrogato la mia anima,/ fra dubbio e sbalordimento:/ “Qual è il tuo crimine, anima mia?”. /Non lo so ancora. / Ho fatto una cosa sola:/ svelare i miei pensieri, /scrivere di questa ingiustizia .../ tracciare con l’inchiostro i miei sospiri .../Ho scritto una poesia.../ La colpa ha vestito il mio corpo,/ dalla punta dei piedi al capo. /Sono una poetessa in prigione,/una poetessa dalla terra dell’arte. /Sono accusata per le mie parole. /Lo strumento del delitto è la mia penna; /l'inchiostro, sangue dei sentimenti, l’impronta /che testimonia contro di me ... /Ascolta, o mio destino, o vita mia, /la condanna del giudice: /la mia poesia è sotto accusa, /la mia poesia è un crimine. /Nel Paese della libertà/ il carcere è il destino dell'artista.
2 novembre 2015
(Jalamah, Il giorno in cui ho ricevuto l’atto d'accusa)

lunedì 30 aprile 2018

1 maggio Taranto, il futuro non è il profitto capitalistico

Taranto e il suo 1 maggio rappresentano bene l’emblema del sistema.
Da una parte il concerto al Parco archeologico delle mura greche.
Il futuro, la speranza, un nuovo progetto di sviluppo, la rinascita e il profitto sociale.
Dall’altra una fabbrica fordista, archetipica della industrializzazione positivista del secondo Ottocento. Impattante, violenta, inquinante. Che in mani private, anche straniere, non accresce lavoro, ma lo toglie. Costringendo gli operai allo sciopero in questo primo maggio 2018.
Marx nei Grundrisse le chiamava #forme antinomiche dell’unità sociale, intendendo che già nella società capitalista nelle contraddizioni è possibile intravedere le soluzioni dell’intelligenza socialista, in quanto si sviluppa il conflitto tra il carattere sociale delle forze produttive e dell’attività economica e la conservazione della proprietà individuale.
E Taranto si è stancata di essere emblema.
                                                                                                                               (fe.d., 1 maggio 2018)





venerdì 27 aprile 2018

LIBERA CULTURA IN LIBERO STATO ovvero IL SOGNO DI AARON


Ad Aaron Swartz (1984/2013) dobbiamo il fatto che, nonostante i tentativi di repressione e controllo dei poteri dominanti e dei poteri forti economico-finanziari, l’accesso libero e collettivo alla conoscenza e alla scienza per il tramite del medium digitale sia il fine stesso, dunque inviolabile, della comunicazione umana.

AARON SWARTZ, giovane creativo libertario “commons” statunitense perseguitato dal governo e dal potere giudiziario degli USA e per questo morto suicida a soli 27 anni.
Il 19 luglio 2011, Swartz fu accusato dal procuratore del Massachusetts di aver violato la legge per ottenere informazioni da un computer protetto e di averlo incautamente danneggiato, con riferimento al download di circa 5 milioni di articoli accademici da JSTOR. Fondata nel 1995, JSTOR è una biblioteca digitale online senza scopo di lucro, il cui abbonamento può però costare decine di migliaia di dollari alle istituzioni che ne vogliano rendere disponibile l'accesso ai loro utenti.
- Il potere politico, asservito a quello economico, ebbe paura di questo precoce e giovane scienziato della comunicazione e si servi’ dello squadrismo giudiziario, nel paese che ama autodefinirsi ‘il più libero del mondo’, dove ancora oggi si manda a morte un 84enne, per intimorire Aaron. Che non si intimorì e continuo’ la sua battaglia, anche se purtroppo non riusci’ a resistere ai giudici-procuratori-FBI, che, nel paese, oggi, della popolazione carceraria più elevata del mondo, paventavano ben 35 (trentacinque) anni di carcere. 
Aaron si tolse la vita l'11 gennaio 2013, impiccandosi nel suo appartamento di Brooklyn.
LA COMUNICAZIONE CONTEMPORANEA DEVE AD AARON SWARTZ IL SEGNO INDELEBILE DELLA COLLETTIVA TRASMISSIONE DEI SAPERI E DELLE CONOSCENZE, SCIENZE E COMPETENZE, IN UNA RELAZIONE COMUNICATIVA CIRCOLARE PERCHÉ LIBERA. 
Se gli ideali del socialismo nella contemporaneità si sono arricchiti di questi valori, libera conoscenza in libero Stato, si deve anche al sogno di Aaron. (fe.d.)
Aa. Sw.: https://archive.org/details/GuerillaOpenAccessManifesto




venerdì 13 aprile 2018

L’irriducibilità dell’oggetto


Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

di Stefano Petrucciani
fonte: Il Manifesto, 13 aprile 2018

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.
Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato. Gli interpreti di scuola francofortese, infatti, non contaminavano Marx con esperienze culturali eterogenee, ma lo leggevano in stretta connessione con tutta la vicenda dell’idealismo tedesco tra Kant e Hegel, cioè lo riportavano a quello che era stato veramente il suo terreno di formazione, i dibattiti e le polemiche dentro la scuola hegeliana e l’uso che si poteva fare del pensiero del grande maestro.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di una lettura francofortese di Marx? Cerchiamo di chiarirlo in poche parole. I maestri della Scuola di Francoforte, come Horkheimer e Adorno, non avevano scritto libri su Marx; avevano cercato piuttosto di interpretarne creativamente il pensiero. Ma la lettura dell’autore del Manifesto che era presente nei loro testi suscitò, negli anni Sessanta, nel contesto dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, un nuovo approccio dialettico a Marx e al Capitale, dal quale scaturirono alcune opere e linee di ricerca che meritano ancora oggi di essere studiate con attenzione.
Tra i frutti migliori di quella stagione ci furono il lavoro di Reichelt sulla Struttura logica del concetto di Capitale (recentemente riproposto da manifestolibri), gli scritti del prematuramente scomparso Hans-Jürgen Krahl, gli studi di Alfred Schmidt e di Hans-Georg Backaus. I testi di questi ultimi due sono oggi nuovamente disponibili per il lettore italiano grazie al meritorio lavoro di Riccardo Bellofiore, che ha introdotto una nuova edizione del miglior libro di Schmidt (Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, pp. 302, euro 20) e che ha curato, con Tommaso Redolfi Riva, una summa degli studi di Backhaus (Ricerche sulla critica marxiana dell’economia, Mimesis, pp. 416, euro 28), considerato l’iniziatore di quella che i tedeschi chiamano la Neue Marx-Lektüre, cioè un nuovo modo di leggere i testi marxiani.
Al di là della denominazione un po’ pomposa, la sostanza del discorso è abbastanza chiara: il Capitale non deve essere letto come una nuova o migliore teoria economica, ma come una critica delle categorie economiche, a cominciare da quelle di valore e denaro; mentre l’economia borghese le assume come date, Marx sviluppa dialetticamente, usando gli strumenti che gli derivano da Hegel, la loro genesi e le loro contraddizioni interne. E giunge così a mostrarne il carattere feticistico: è l’economia borghese che assume come feticci, come dati, come cose, delle categorie economiche che sono in verità il risultato di un processo di sviluppo, e che come tali hanno una loro genesi e un loro tramonto. Il nucleo del Capitale è lo svelamento di questo feticismo, cioè il mostrare come quelli che si presentano come dati o leggi dell’economia siano in realtà il risultato di rapporti sociali e conflittuali tra gli individui e le classi, superabili e non eterni.
Backhaus mostra come il sistema delle categorie economiche venga sviluppato in Marx attraverso un metodo dialettico che riprende per molti aspetti essenziali quello hegeliano. Non del tutto però, perché quella del Capitale di Marx non è una totalità compiuta come quella hegeliana, ma una totalità ancora contraddittoria, e dunque insidiata dal suo tramonto.
Proprio su questo, allora, si può innestare una riflessione come quella che Schmidt sviluppa nel suo Concetto di natura in Marx. Il punto lo aveva fissato chiaramente già il pensatore di Treviri nella famosa Introduzione del 1857, non pubblicata, a Per la critica dell’economia politica. Per il Marx della Introduzionela totalità concreta (il che vuol dire: concettualmente elaborata) è certamente un prodotto del pensiero, ma non «del concetto che genera se stesso», quanto piuttosto «dell’elaborazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazione». La ricostruzione in concetti della realtà sociale come totalità contraddittoria è pur sempre (ed è qui che Marx si volge contro Hegel) il lavoro interpretativo di una mente che si misura con un oggetto reale che sta fuori di essa. Che rimane, come scrive Marx, «saldo nella sua autonomia fuori della mente». Il pensiero è attività di decifrazione che si esercita su qualcosa di altro, di non riducibile: l’oggetto o, come anche si può dire, la natura.
Su questo punto insiste il lavoro di Schmidt, profondamente segnato dall’insegnamento sia di Horkheimer che di Adorno. Da Horkheimer riprende il tema del materialismo e del naturalismo. Di Adorno Schmidt sviluppa, in connessione sempre col tema materialistico, un aspetto fondamentale: il concetto di natura allude a quello che Adorno chiamava il «non-identico»; cioè la realtà che sfugge sempre in qualche modo alla presa del concetto, che non si lascia identificare da esso pienamente e senza residui. E qui è forte il retaggio kantiano, del Kant che aveva insistito sui limiti del sapere che non può conoscere altro che il «nostro» mondo, ma non le cose come sono in se stesse.

Il punto d’approdo al quale coerentemente Schmidt arriva, perciò, è che l’epistemologia di Marx rappresenta una sorta di creativa e originale combinazione del momento hegeliano con quello kantiano. Come si legge nelConcetto di natura in Marx, «tra Kant e Hegel, Marx assume una posizione mediatrice difficilmente definibile. La sua critica materialistica alla identità hegeliana di soggetto e oggetto lo riconduce a Kant, anche se Marx non torna a concepire l’essere non-identico con il pensiero come una inconoscibile cosa in sé». Marx per un verso mantiene, contro Hegel, la tesi kantiana della non-identità di soggetto e oggetto.
Per altro verso però, schierandosi con Hegel contro Kant, sostiene che i due poli non hanno niente di statico, ma interagiscono e si modificano reciprocamente nel processo storico: noi cambiamo il mondo con le nostre azioni e questo retroagisce sui nostri modi di pensare. Seguendo Hegel, Marx storicizza le categorie kantiane; andando oltre Hegel, connette più strettamente le trasformazioni dei modi di pensare con quelle del lavoro e dei rapporti sociali.

Per concludere con una nota più leggera bisogna ricordare che la prima edizione italiana del libro di Schmidt uscì nel 1969 per Laterza con una prefazione di Lucio Colletti. Colletti apprezzava molto il lavoro di Schmidt, perché credeva anche lui che si dovesse recuperare il lato kantiano di Marx; ma nutriva un’antipatia assoluta per Adorno e per i francofortesi; e cercava dunque, nella sua prefazione, di sganciare Schmidt dai suoi maestri. Ma si trattava di un’operazione fallimentare perché, come è evidente a chi legga con attenzione, la «natura» di Schmidt e il «non-identico» di Adorno sono concetti che, in ultima istanza, prendono di mira esattamente la stessa questione.








mercoledì 11 aprile 2018

CON LULA


CON LULA, contro lo squadrismo giudiziario e poliziesco orchestrato dalle oligarchie. Senza se e senza ma. (fe.d.)

L'esito tragico e autoritario di questa vicenda, che sta buttando un enorme Paese sull'orlo della guerra civile, era ampiamente prevedibile nel 2016. Ora questo fatto appare innegabile, sebbene allora più di uno non volle vedere e, tra un distinguo e l'altro, si rifiutò di parlare di Golpe. Ma è di questo che si tratta, seppure con le forme nuove di una realtà caratterizzata da un elevato sviluppo della società civile e dunque degli apparati privati di egemonia delle classi dominanti. Gramsci, nel Quaderno 13, lo chiarisce bene: per imprimere una svolta reazionaria negli equilibri passivi di un Paese moderno sul piano degli apparati egemonici, non è necessario un Golpe militare di tipo tradizionale. Piuttosto torna centrale la funzione preventiva e politica della polizia e degli apparati giuridici, unitamente al controllo monopolistico degli organi preposti alla formazione dell'opinione pubblica.
Gianni Fresu, Professor presso Universidade Federal de Uberlândia, 9 aprile 2018



sabato 7 aprile 2018

I COMUNISTI E POTERE AL POPOLO


di Luca Cangemi per Marx21.it
stralcio dal contributo del compagno Luca Cangemi, della segret. naz. PCI, alla discussione aperta in Marx21.it sul risultato delle elezioni del 4 marzo scorso.

I comunisti debbono assumere il processo di Potere al Popolo come una possibilità di iniziativa comune della sinistra di classe, nell’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze. Un'analisi della differenza con le esperienze dell'Arcobaleno e di Rivoluzione Civile

Io trovo non solo ingenerosi ma privi di fondamento alcuni ragionamenti che si fanno sul risultato di Potere al Popolo. In particolare l’accostamento alle esperienze compiute dalle maggiori forze comuniste (PRC e PdCI) nelle precedenti elezioni politiche del 2008 e del 2013, Arcobaleno e Rivoluzione Civile, sono chiaramente sbagliate. L’Arcobaleno raggruppava forze che disponevano di potenti gruppi parlamentari, di strutture e di risorse e Rivoluzione civile vedeva tra le sue fila un partito (difficilmente definibile di sinistra) come Italia dei Valori, anch’esso presente in parlamento e dotato di risorse, ampiamente impiegate in campagna elettorale. Se si tengono presenti queste elementari considerazioni un confronto va tutto a vantaggio del (piccolo) risultato di Potere al Popolo. Ma soprattutto va a vantaggio di Potere al Popolo l’analisi del profilo politico e programmatico che, sia pure lontano dalla perfezione, è assai più dignitoso di quelle esperienze. E, aggiungerei, assai migliore di quello della “lista Tsipras”.
Più seria mi sembra la critica di eterogeneità e limiti nelle culture politiche che hanno dato vita all’esperienza di Potere al Popolo, e che in essa sembrano prevalere. Ma questa più che una critica a Potere al Popolo è una critica (giusta e necessaria) al panorama della sinistra di classe nel nostro paese e, volendo esser sinceri, è ancor di più un’autocritica dei comunisti, sulla nostra azione e sulla nostra efficacia. Noto solo che si scelgono (positivamente) due parole Potere e Popolo aspramente vilipese dalla vulgata negriana come d’altra parte, certo, alcune motivazioni del rifiuto della proposta del PCI di inserire falce e martello nel simbolo hanno un indubbio sapore di nuovismo subalterno.
Il punto però vero da discutere mi sembra un altro ed è un punto politico decisivo di fase. È necessario un campo di forze dentro il quale si sviluppi l’iniziativa dei comunisti? E se sì qual è il perimetro che esso deve avere? E come deve essere organizzato questo campo?
Nella pratica politica delle maggior parte delle forze comuniste del mondo questo nodo mi sembra oggi risolto, tanto dove esse sono le forze maggiori di aggregazioni più ampie (Portogallo, India) quanto dove da posizioni di minoranza portano contributi importanti a fronti politico-sociali variegati (Brasile ed altre esperienze latinoamericane) ed anche in situazioni intermedie più complesse (Sudafrica, Spagna).
La costruzione di un campo di forze alternative, diverse per cultura politica e forma organizzata, ma unificate da una piattaforma e capaci di costruire mobilitazione non episodica è una necessità, che attiene non solo ad un minimo di efficacia nell’azione politica quotidiana ma anche alle stesse modalità della ricostruzione di una significativa presenza comunista.
Non possiamo prescindere dalla situazione che ci consegna la fase mondiale post ’89 e la nostra specifica storia nazionale che ha visto prima la crisi e la liquidazione del più grande Partito Comunista d’occidente e poi, nell’ultimo decennio, la marginalizzazione assoluta delle forze che, in qualche modo, a quella liquidazione avevano provato a resistere.
Non si può immaginare una ricostruzione separata e attendista di una forza comunista, che al contrario può rinascere solo nel vivo di un impegno politico quotidiano nel confronto dialettico con ogni soggettività critica. Solo in questo confronto, solo in questo lavoro politico, culturale e organizzativo possiamo provare a trovare le forze che siano in grado di farsi carico della ricostruzione comunista.

In quest’ottica io credo che l’esperienza di Potere al Popolo possa essere un quadro di riferimento importante. Per tre ragioni fondamentali:
1) Essa nasce libera da una serie di ipoteche di collocazione politica che avevano estenuato le forze a sinistra del PD (e più o meno direttamente anche le maggiori forze comuniste). La scelta di piantare una bandiera sulle macerie del Brancaccio segna oltre che una tempestività tattica (qualità non disprezzabile) la volontà di segnare un discrimine necessario.
2) Vi è, al di la di alcuni problemi di linguaggio, una scelta di classe e di centralità della dimensione sociale rispetto a quella civile che è un requisito fondamentale.
3) Emerge una componente giovanile, non giovanilistica, che ha di sé una immagine militante. È questo un elemento nuovo e necessario.
L’invito a valutare le potenzialità dell’esperienza di Potere al Popolo non significa certo avere un atteggiamento acritico. I comunisti debbono assumere questo processo come una possibilità di iniziativa politica, come il terreno (in questo momento oggettivamente il terreno principale) di una loro azione unitaria ma anche come terreno di aperto confronto politico.

I nodi da sciogliere sono numerosi e complessi, ne cito solo alcuni:

1) Va costruita una scelta prioritaria (nella pratica politica e non solo nelle enunciazioni) di impegno contro la guerra. Questa scelta porta con sé una discussione non facile di analisi (concreta) della scena internazionale e apre, inevitabilmente, contraddizioni con idee che si sono sedimentate in larghe parti della sinistra (spesso anche per grave deficit di conoscenze).
2) È particolarmente urgente definire una posizione chiara e mobilitante (ancora lontana) sull’Unione Europea. Una posizione che rappresenta un elemento essenziale della fase politica, anche in vista delle elezioni del Parlamento Europeo.
3) L’identità di classe va declinata in un ragionamento più articolato sulle forme di organizzazione ed intervento. In particolare evitando semplificazioni sul Sindacato e avviando esperienze di unificazione politica delle lotte.
4) È necessario costruire un’analisi e una proposta politica sulla fase successiva al 4 marzo, superando un atteggiamento propagandistico.
5) Va esplicitamente sconfitta ogni tentazione di trasformare Potere al Popolo in un partito. Va invece riconosciuta l’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze e costruita con pazienza e responsabilità una capacità d’iniziativa e di approfondimento comune, valorizzando le diverse pratiche e puntando a mediazioni alte sulle questioni politiche decisive.

Tutto il ragionamento fin qui sviluppato pone seri problemi di riflessione autocritica e di prospettiva rispetto all’esperienza che abbiamo condotto negli ultimi anni, nel tentativo di ricostruire una forza comunista. Di questo dovremo parlare nei prossimi mesi.

fonte e articolo integrale in



venerdì 6 aprile 2018

RAPPRESENTANZA E POTERE POPOLARE


 Guido Liguori su Il Manifesto del 6 aprile 2018

Potere al Popolo deve trasformarsi in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione

Non intendo tornare sul risultato del 4 marzo, ma non credo sia utile dimenticare il monito che da esso viene. La situazione resta fluida, le capacità dei vincitori di oggi son tutte da dimostrare, e non scommetterei che conserveranno i loro voti nei prossimi anni. Ma non voglio negare la gravità della nostra sconfitta. E non si tratta solo della sconfitta delle sinistre, ma della sconfitta della rappresentanza stessa e dunque della democrazia.
LA POLITICA TUTTA e il Parlamento in primis hanno perso autorevolezza per l’incapacità del ceto politico di autoriformarsi, rinunciando ai suoi privilegi. Le cittadine e i cittadini sono scoraggiati sulla possibilità di incidere sul destino della collettività.
Votano per protesta le forze dell’antipolitica perché vedono la situazione in continuo peggioramento, economicamente e politicamente. Credo sia oggi necessario rispondere a questa crisi, la cui gravità va al di là del dato elettorale. La mia idea è che – oltre a farci portavoce dei bisogni dei settori popolari della società – sia inevitabile ripensare le forme stesse della rappresentanza e della partecipazione, senza le quali l’azione della sinistra anticapitalista sarà poca cosa.
Queste esigenze possono incrociare il processo di crescita e di rilancio di Potere al Popolo, senza escludere forze politiche e compagne e compagni che non hanno votato questa lista. Sarebbe sbagliato se essa pensasse di trasformarsi in un partito o in una federazione di fatto.
VORREI VEDERE nella bella esperienza di Potere al Popolo un processo che si evolve in direzione opposta, nella direzione della sua trasformazione in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, come si diceva negli anni settanta, che tentasse di includere sempre più esperienze e cittadine e cittadini, fino a formare un potere diffuso che dia visibilità a chi non ne ha, e lo faccia contare. Occorre organizzarlo, questo popolo, in maniera duratura, non solo nel giorno delle elezioni (prova che certo non va elusa): per questo la lista dovrebbe trasformarsi in una rete di Consigli o Comitati che non si contrappongano al Parlamento, ma che cerchino con esso un dialogo, un intreccio, un rapporto conflittuale anche, per creare un circolo virtuoso tra democrazia di base e democrazia parlamentare, per fare arrivare in modo continuo e organizzato ai poteri legislativo ed esecutivo la voce della società. Per ridare credibilità e nuova linfa alla rappresentanza.
TERRITORI DA ESPLORARE, strade da costruire, in un panorama di macerie. E il lavoro non sarà né breve né facile. La esplorazione in questa direzione non mi pare però in contrasto con quanto uscito dall’ultima assemblea di Potere al Popolo. Lì si è detto «creare case del popolo», senza forse tener abbastanza conto che già esistono. Si chiamino questi luoghi da costruire come si vuole, ma che siano esplicitamente il nucleo di un potere dal basso, che conquisti pian piano un ruolo consultivo e poi anche deliberativo accanto alle istituzioni esistenti. Comitati o Consigli di base che eleggano i loro delegati, per dar vita a Comitati di zona o cittadini, e così via, fino a forme di raccordo ancora più ampie. Vorrei insomma che questa esperienza divenisse il nucleo di un nuovo potere democratico che si espande, che organizza tutte e tutti coloro che vogliono far sentire la propria voce. Che rappresenti pian piano fette crescenti di territorio e di popolazione.
LE FORME E I MODI son tutti da trovare. Ma fondamentale è lo spirito con cui questa proposta dovrebbe essere portata avanti: senza settarismi, senza puerile spirito di rivalsa. Non si tratta di fare un partito (ce ne sono già diversi, e l’esperienza ci dice che nessuno rinuncia facilmente alla propria identità, anche perché le differenze sono reali) o un “interpartiti”, ma di dare davvero la parola al popolo: ai Comitati o Consigli che dovranno sorgere nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei paesi, nelle università. Per discutere insieme problemi e programmi, per ragionare insieme delle ipotesi nuove e possibili di redistribuzione del lavoro e del reddito.
NÉ LE CASE DEL POPOLO o Consigli o Comitati devono essere solo questo, bensì anche luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione di persone che insieme risolvono i problemi della convivenza locale (ambulatori, socialità, contrattazione di lavoro con gli enti pubblici, pulizia e sicurezza delle strade, ecc.) per accumulare prestigio, fiducia, potere popolare.
I partiti esistenti che accettano tale progetto non devono sciogliersi, ma ripensare la loro funzione in questo orizzonte. E continuare a essere soggetti che sostengono il progetto della democrazia diffusa, del potere al popolo, che educano in questa direzione, che alimentano le ragioni di una nuova rappresentanza.
No, certo, non siamo nel «biennio rosso», anzi. Ma la crisi della politica è così profonda che essa stessa ci dà possibilità inedite.
Se sapremo leggere la realtà e percorrere con coraggio vie nuove».




martedì 20 marzo 2018

POTERE AL POPOLO RIPARTE


servizio di Adriana Pollice su Il Manifesto, 20/03/18
(Integrale)
Teatro Italia strapieno domenica a Roma, folla anche all’aperto, per l’assemblea di Potere al popolo, la prima dopo il voto del 4 marzo. Almeno duemila i partecipanti, più numerosi del primo incontro di quattro mesi fa. Sul palco sale Viola Carofalo, portavoce della lista nata dall’esperienza dell’Ox Opg Je’ so’ pazzo di Napoli, e la sala le tributa una standing ovation. Tutti in piedi a intonare «lottare, creare, potere popolare!». Una lacrima scappa, una battuta («adesso basta se no si capisce che vi ho pagato») e l’assemblea può cominciare con l’analisi del voto: dove ci sono nuclei attivi nelle comunità di riferimento, Pap si è attestata intorno al 4,5% ma dove non sono conosciuti la media precipita, il risultato finale su base nazionale si ferma all’1,13%.
In platea l’età media è 30 anni,alla fine gli interventi saranno cinquanta. Tra il pubblico tre dei volti noti che hanno sostenuto Pap: il regista Citto Maselli, il cantautore Paolo Pietrangeli e l’allenatore Renzo Ulivieri. Tra i relatori, un rappresentante del Partito comunista della Repubblica popolare di Donetsk. Presenti in sala esponenti della comunità curda. Intervengono dal palco i rappresentanti dei partiti che hanno aderito a Pap per annunciare che rimarranno nel progetto. Così afferma, ad esempio, il segretario del Pci (ex Pdci) Mauro Alboresi. L’ex segretario Fiom Giorgio Cremaschi, a nome di Eurostop, sottolinea: «Pap resta in campo come soggetto autonomo». Il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, spiega: «Continuiamo a sostenere il progetto di Potere al popolo. Il risultato elettorale non ci scoraggia ma anzi ci motiva a insistere per un’alternativa di sinistra, che sia radicale e punti sulla solidarietà, di fronte al razzismo dilagante nelle altre proposte politiche».
Sul tavolo c’è il tema di come proseguire nel percorso, il punto su cui sono tutti concordi è la necessità di ripartire dal lavoro sui territori per non trasformare Pap in una lista di scopo da utilizzare per gli appuntamenti elettorali. Le conclusioni spettano a Viola, che dopo un’intera mattinata di testimonianze e confronti, si ripresenta sul palco con la platea ancora gremita: «La parola d’ordine è democraticizzazione: l’assemblea è stata e deve continuare a essere il cuore della decisione, anche se va affiancata da altri strumenti come un forum o una piattaforma internet, per ampliare la partecipazione. Se abbiamo fatto una bella campagna elettorale è perché ci siamo guardati in faccia». Altra parola chiave, spiega, è “esempio”: «Chi ci ha conosciuto e chi ha conosciuto cosa facciamo nei luoghi dove siamo attivi ci ha seguito, per questo esempio e radicamento sono due parole chiave. Facciamo proliferare le case del popolo, vediamoci nelle piazze, nelle abitazioni dei compagni, nei luoghi occupati per praticare mutualismo, solidarietà, antirazzismo, antisessismo. Quando ci dicono “ma chi se ne frega dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo” rispondiamo “interessa a noi”».
Infine, c’è la necessità di coordinare azioni comuni su temi generali e su questo arriva la conclusione di Viola: «Scuola, cancellazione del pareggio di bilancio, accoglienza, reddito e diritti sul luogo di lavoro saranno campagne nazionali, poi ci sono quelle dei singoli territori. Non sono discorsi diversi, vanno solo integrati. Saranno le pratiche a dirci se abbiamo visto giusto. Le parole ci dividono, i fatti ci uniscono e con i fatti vengono le persone. Persone che abbiamo solo dato solo in prestito ai 5S, alla Lega e all’astensione. Ma adesso ce li riprendiamo tutti».

mercoledì 14 marzo 2018

POTERE AL POPOLO E' ANCHE UN LIBRO!


Acquistabile on-line e in libreria

Incredibile cosa accade quando la bellezza e l’entusiasmo si scatenano, quando le persone si mettono insieme unite da un bisogno e da un ideale!
In tempi record e in mezzo a mille casini, siamo riusciti a mettere su anche un libro su Potere al Popolo.

Un istant book che serve a raccontare da dove nasciamo, perché, quale sia il nostro programma.
Un libro che serve a riflettere sull’attuale fase politica in Italia, sul senso della parola “democrazia”, sulla condizione dei lavoratori e dei precari, sulla devastazione ambientale, sulla necessità del mutualismo e del “controllo popolare”.
Un libro che dà un po’ di visione e di orizzonte, e che ci fa per un attimo uscire dall’asfittica politica italiana, per sognare e trasformare il sogno in realtà.
Un libro che mostra a tutti la nostra differenza: non siamo dei politici di professione che aspirano alla poltrona e si mettono insieme per un tornaconto personale, ma una comunità di persone “normali” che si è messa in cammino perché stanca di come vanno le cose, perché consapevoli che possono essere cambiate insieme!
Da lunedì le prime presentazioni in giro per l’Italia: ovviamente continueremo anche dopo, perché Potere al Popolo è nato per restare, è solo all’inizio!

A cura di Alessandro Di Rienzo e Salvatore Prinzi
Con scritti di Simona Baldanzi, Viola Carofalo, Guido Carpi, Luigi de Magistris, Alessandro di Rienzo, Valerio Evangelisti, Giuseppe Ferraro, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Citto Maselli, Jean-Luc Mélenchon, Salvatore Prinzi, Alberto Prunetti, Christian Raimo, Stefano Matteo Valenti, Alberto Ziparo.

Edizioni MOOKS Mondadori – Piazza Vanvitelli, Napoli, 2018.

mercoledì 7 marzo 2018

INSURGENCIA CONTINUA PER IL PODER POPULAR


l’1.13, pari a circa 372.000 voti, non ci consente di entrare in Parlamento, ma ci consentirebbe di lavorare per l’unita’ della sinistra di classe e per la riaggregazione dei comunisti e di tutti coloro che si oppongono, con valori egualitari e mutualistici, alla società capitalista e al suo imperialismo militare e culturale. Le contraddizioni sociali hanno ora un loro punto di detonazione nelle contraddizioni politiche. L’insurgencia deve continuare. (fe.d.)


giovedì 1 marzo 2018

Lavoro, rappresentanza, antifascismo, pace. Perché “Potere al Popolo”

di Alex Höbel, Segreteria nazionale PCI, responsabile cultura

170 anni fa Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista, affermavano con chiarezza che i comunisti “non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme” e la loro specificità è quella di “rappresentare sempre l’interesse del movimento complessivo”[1].
Quale rapporto esiste fra queste considerazioni e la realtà di oggi? A me pare che questo insegnamento di Marx ed Engels sia più attuale che mai. Nel contesto in cui viviamo, i lavoratori salariati – stabili e precari, italiani e immigrati, insomma il moderno proletariato – hanno tra i loro maggiori problemi quello di essere frammentati, divisi, dispersi. Tra le priorità dei comunisti non può dunque non esservi l’obiettivo della ricomposizione di classe – sul terreno sociale e su quello politico; la ricostruzione della classe è insomma altrettanto importante della ricostruzione del partito, e se i comunisti fanno bene il loro mestiere questi due processi possono viaggiare assieme, dialetticamente.
Tuttavia anche questo, data la profondità del conflitto di classe in corso, non sarebbe sufficiente: accanto alla ricomposizione di classe e alla ricostruzione del partito, è necessario un vasto schieramento di forze – un moderno Fronte popolare – che individui chiaramente i suoi nemici nelle élites della finanza e del capitalismo transnazionale e rilanci il modello di democrazia sociale e partecipata che è al centro della nostra Costituzione. In nuce, è lo schieramento che si è manifestato il 4 dicembre 2016, in quella grande vittoria nel referendum costituzionale che ha aperto una nuova fase della lotta politica nel nostro paese.
Il secondo problema che lavoratori e lavoratrici si sono trovati di fronte in questi anni è quello della perdita di ogni rappresentanza parlamentare. Riconquistare tale rappresentanza è dunque un altro obiettivo fondamentale della fase attuale, ed è esattamente questo il tema posto dalla coalizione che si riconosce nelle liste di Potere al Popolo, diversamente da cartelli elettorali del passato, molto meno connotati in termini di classe.
I lavoratori devono insomma recuperare cose essenziali che hanno perso: l’organizzazione, la coscienza di sé, la rappresentanza. I comunisti possono e devono contribuire in modo decisivo al raggiungimento di tali obiettivi; tuttavia, come è stato osservato, non possono conseguirli da soli: occorre che essi siano parte attiva e lievito di “un vasto Fronte anticapitalista e di popolo”; e nella costruzione di tale fronte l’esperienza di Potere al Popolo può essere un passaggio importante[2].
Del resto, in questi anni, le risposte più efficaci alla restaurazione neoliberista sono venute, oltre che da realtà statuali di orientamento socialista come la Cina popolare, da quelle esperienze di fronte ampio che si sono sviluppate soprattutto in America Latina, e alle quali i comunisti hanno in diverse forme contribuito, a partire dal Venezuela bolivariano. Ma anche in Europa abbiamo esperienze significative che vanno in tal senso: in Francia l’accordo tra Pcf e France Insoumise di Mélenchon ha permesso al candidato della sinistra di raggiungere il 19% alle elezioni presidenziali; in Portogallo il Partito comunista si presenta alle elezioni nella Coalizione democratica unitaria (Cdu) che all’ultima consultazione ha superato l’8%.
In Italia nella coalizione raccolta attorno a Potere al Popolo si riconoscono diverse organizzazioni comuniste (oltre a noi del Pci, il Prc e la Rete dei comunisti), il cartello di Eurostop, Sinistra anticapitalista e naturalmente i compagni dell’ex Opg, che pure avevano avviato una riflessione sui temi prima accennati e che hanno avuto il merito di promuovere l’iniziativa in netta discontinuità con metodi e contenuti del “Brancaccio”.
Potere al Popolo si caratterizza non solo per il suo porre l’attuazione della Carta costituzionale come primo punto e filo conduttore del suo programma[3], proponendo tra l’altro la cancellazione del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, ma anche per il suo affrontare temi cruciali come il lavoro, l’economia, la pace, con un approccio totalmente alternativo rispetto al discorso dominante: proponendo di ripristinare il “controllo pubblico democratico sull’economia”, di nazionalizzare la Banca d’Italia e istituire un polo finanziario pubblico a partire dalla ripubblicizzazione di Cassa depositi e prestiti, di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per lavorare meno e tutti, di contrastare razzismo e xenofobia aumentando la spesa sociale e le tutele per tutti i lavoratori, di superare il precariato cominciando con l’abolire il Jobs Act, di invertire completamente la rottarispetto alle politiche neoliberiste degli ultimi anni rilanciando il ruolo dello Stato nell’economia, di tassare i grandi patrimoni, combattere seriamente l’evasione fiscale, redistribuire la ricchezza, rilanciare e rinnovare lo Stato sociale. Tutti elementi che rimandano a un modello di società radicalmente alternativo a quello in cui viviamo.
Non solo: Potere al Popolo ha fatto proprie parole d’ordine avanzate come la fuoriuscita dell’Italia dalla Nato e la rottura coi trattati dell’Unione Europea, la cancellazione del programma di acquisto degli F35 e del Muos in Sicilia, lo smantellamento delle basi militari in tutto il paese, la rimozione delle testate nucleari presenti in Italia e la restituzione a fini civili dell’uso del territorio. Anche sui temi di politica estera dunque le posizioni espresse nel programma sono nette e radicali, con una forte consonanza con la tradizione e la cultura politica dei comunisti.
Allo stesso modo, nelle ultime settimane, di fronte alla risorgente aggressività neofascista, che cresce su un terreno sociale e culturale lungamente preparato e di cui molti sono i responsabili, Potere al Popolo ha svolto un ruolo di avanguardia, in particolare nella mobilitazione di Macerata, dopo l’annullamento della manifestazione da parte delle organizzazioni promotrici. E questo ruolo l’ha svolto non isolandosi o cadendo in provocazioni, ma favorendo la partecipazione a quel corteo di un arco di forze ampio (da tante sezioni Anpi a forze sindacali, a settori di LiberieUguali), cosa che ne ha determinato il successo. A nostro parere PaP avrebbe fatto bene a partecipare anche alla manifestazione di Roma, contribuendo a caratterizzarla in modo diverso, ma in ogni caso è evidente che pure sul terreno dell’antifascismo Potere al Popolo sta giocando un ruolo importante.
Ecco perché, come è stato giustamente sottolineato[4], l’adesione del Pci al percorso della coalizione di forze che si riconoscono nella lista “Potere al Popolo”, lungi dal voler “liquidare” o “sciogliere” alcunché, è il tentativo di applicare alla situazione data gli insegnamenti provenienti dalla nostra storia.
Sappiamo che si tratta solo di una tappa, che molti settori popolari e di classe sono fuori da tale percorso; dunque non solo il Pci ma neanche Potere al Popolo può ritenersi autosufficiente, strumento esclusivo di quella ricomposizione di classe e riacquisizione di forza e rappresentanza politica da parte degli sfruttati che costituisce un processo più vasto e complesso. Tuttavia questa tappa, questa ripresa di parola e di iniziativa sono molto importanti. Per questo ad esse stiamo cercando di contribuire, con le nostre forze, le nostre idee, la nostra identità di comunisti.

Per questo il 4 marzo è importante sostenere le liste di Potere al Popolo.

[1] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/01/19/classe-popolo-partito-dialettica-antica-sempre-feconda/.

[2] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/02/01/ladesione-del-pci-a-potere-al-popolo-alcune-domande-e-alcune-considerazioni/.

[3] https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/.


venerdì 23 febbraio 2018

Italia paese tra i meno istruiti con pochi laureati e tanti tagli


articolo di Robeto Ciccarelli su Il Manifesto, 23/02/2018

Guerra alla conoscenza. Istat: una società classista che penalizza la ricerca dell’autonomia attraverso i saperi. La spesa in ricerca e sviluppo è concentrata solo in quattro regioni

Italia paese tra i meno istruiti d’Europa. Dopo di noi ci sono Spagna, Portogallo e Malta. Un ritardo storico nei livelli di istruzione che, stando al rapporto sulla conoscenza 2018 presentato ieri dall’Istat nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano a Roma, è inferiore di 16,8 punti percentuali rispetto alla media europea: il 60,1% tra i 25-64enni con almeno un titolo di studio secondario superiore contro l’oltre 76% europeo. Questo ritardo è dovuto alla scarsa istruzione della popolazione matura, e non ai giovani e ai meno giovani che, anzi, hanno permesso un aumento di otto punti dal 2007 a oggi, negli anni della peggiore crisi dal Dopoguerra.
LE RAGIONI di questa disparità sono approfondite dal rapporto, lo strumento a oggi più completo per affrontare uno dei problemi strutturali del capitalismo cognitivo italiano. Le cause sono dovute principalmente a un rapporto di potere: in particolare nel privato, tra le piccole e medie aziende – settore importante nel paese del «capitalismo molecolare»: 770 mila imprese dai 2 ai 49 addetti nella manifattura e nei servizi, 4,6 milioni di occupati – chi è meno istruito comanda, chi lo è di più cerca un lavoro, per lo più precario, pagato in maniera pessima. Il livello medio di istruzione dei micro-imprenditori è modesto: 11,4 anni di scolarità a testa nel 2015, meno della scuola dell’obbligo. Questa composizione indica due caratteristiche del sistema produttivo: il basso tasso di specializzazione di queste imprese e il livello altrettanto basso della forza lavoro richiesta. I dipendenti hanno un livello medio di 10,8 anni di scolarità a testa. A riprova che una maggiore istruzione aumenta la produttività dell’impresa c’è questo dato: quando gli imprenditori sono più istruiti, anche i dipendenti tendono ad avere un livello di istruzione più elevato. In media ogni anno di scolarizzazione in più dell’imprenditore corrisponde a 1,3 mesi di istruzione in più per ciascun dipendente. Per ogni anno d’istruzione in più un’impresa ha il 5 per cento in più di speranze di sopravvivere nel contesto aggressivo della crisi. Anche in un capitalismo relazionale, basato su basse competenze, bassi salari un mese in più di istruzione riesce a produrre un effetto positivo.
LA POVERTÀ soggettiva degli imprenditori e di una parte della forza lavoro va considerata rispetto allo scheletro produttivo di un paese dov’è forte la manifattura. Lo si vede nel caso dei brevetti: di gran lunga dominanti sono quelli legati ai macchinari, ai mobili, gioielleria e articoli sportivi. Insieme formano il 51,9% delle domande nazionali di brevetto. Seguono quelli nel settore tessile-abbigliamento-pelletteria e alimentare. Dunque, siamo ancora un paese fissato allo scheletro manifatturiero del Centro-Nord? Sì, e per di più gli investimenti (pochi) sono concentrati solo in 4 regioni: Lombardia, Lazio, Piemonte e Emilia Romagna. Poli che concentrano le poche risorse in ricerca e sviluppo. inferiori a quelle delle maggiori economie europee: 1,3% del Pil nel 2015 contro una media Ue al 2%. Lontanissima è la Silicon Valley, e su questo non ci sono dubbi. Ma è lontana anche la Francia dove, dal punto di vista di un capitalismo neoliberale puro, Emmanuel Macron ha previsto investimenti ingenti nel campo del digitale. Un campo – tra gli altri – dove gli investimenti «immateriali» sono davvero modesti in Italia, anche se l’Istat sostiene abbiano superato il 20% di quelli totali in ricerca e sviluppo. Nonostante la crisi e l’improvvisazione che ha accompagnato questo settore, perlomeno da quando è stata decisa la chiusura dell’Olivetti.
NELL’ISTRUZIONE pubblica la situazione è più che noto il violentissimo attacco di Berlusconi al settore ha portato nel 2008 al taglio di 8,4 miliardi alla scuola e di 1,1 all’università. Da allora mai più rifinanziati. Unico paese dell’Ocse ad avere tagliato l’istruzione nella crisi, l’Italia ha continuato a pestare l’acqua nel suo mortaio di mediocrità, infelicità e povertà lucidamente volute e programmate. Una situazione che si spiega con il realismo capitalista: il paese va tarato su una struttura produttiva ridotta, tipicamente sbilanciata sull’export e non sull’innovazione e la domanda interna. Alla richiesta di autonomia, attraverso i saperi, vanno tagliate le gambe. Perché, come disse il commercialista di Sondrio che fece anche il ministro dell’Economia, «con la cultura non si mangia».
UNA TESI che ormai nutre l’inconscio di un paese virulento e classista. Ma è negata dai fatti. Il dato non è nuovo, e anche l’Istat conferma che un titolo di laurea permette di trovare più facilmente un impiego e di guadagnare di più, a cominciare dalle donne. E ci sono novità: pur nell’estrema esiguità dei laureati (ultimi nell’Ocse: 16%) aumentano quelli nel Mezzogiorno: +55%. Resta tuttavia l’impianto classista: chi si laurea ha già genitori con il titolo. Le speranze di emancipazione sono ridotte per chi invece proviene da famiglie non laureate. Un problema storico non risolto né dalle riforme degli anni Sessanta-Settanta, né da quelle neoliberali degli anni Novanta.
OGGI c’è un altro problema: lo si vede dal tasso degli abbandoni scolastici. Sono diminuiti dal 20 al 13,8%, ma aumentano tra i figli degli immigrati dove superano il 30%. È il nuovo volto del classismo che, fuori dalle classi, è accompagnato dal razzismo scatenato di una società in ostaggio.