le lenti di Gramsci

martedì 17 ottobre 2017

Il fanatismo patologico dell’alternanza scuola-lavoro


meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Precariato. L’alternanza scuola-lavoro non è una buona idea male applicata, ma un progetto di rieducazione della forza lavoro prodotto di un processo ventennale che ha cambiato la scuola, l'università e la ricerca. Non basterà un "bottone rosso" sul sito per risolvere i suoi problemi

Anna Angelucci per Il Manifesto, 17/10/2017

L’alternanza scuola-lavoro rappresenta senza ombra di dubbio l’aspetto più insopportabile della cosiddetta «buona scuola». Poiché – a differenza del bonus premiale, della «chiamata diretta», delle nuove regole per il reclutamento o della governance e, più in generale, di tutte le manipolazioni culturali, didattiche e professionali cui docenti vecchi e nuovi sono sottoposti dall’entrata in vigore della riforma ma che possono ancora combattere sul fronte politico-sindacale – essa, al contrario, si accanisce pervicacemente su studenti adolescenti nel loro percorso di studi superiori, imponendosi prepotentemente nella loro esperienza quotidiana e deformando il loro sguardo sulla scuola e sul mondo. 

Aver introdotto 400 ore di alternanza obbligatoria nel triennio degli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei significa aver sottratto, per legge, altrettante ore di istruzione a milioni di studenti che, fuori dalla fascia dell’obbligo, hanno scelto di proseguire gli studi. Che hanno scelto gli studi, non il lavoro e, soprattutto, non la finzione del lavoro o il lavoro demansionato. Che, e non è solo il caso dei liceali, intendono andare all’Università e magari specializzarsi ulteriormente con percorsi formativi di alto livello.

Significa aver allontanato dai banchi, dai libri, dalle letture, dalle lezioni, dal tempo lungo e lento dell’apprendimento cognitivo e meta-cognitivo milioni di studenti, per sperimentare, in cambio, qualcosa che loro non desiderano e di cui non hanno bisogno: il lavoro non qualificato e non pagato. E, forse anche più spesso, il nulla di un tempo vuoto, senza istruzione e senza formazione, in cui l’unica cosa insopportabilmente reale è il ghiotto boccone del finanziamento pubblico e dei voucher che passa, con questa legge, ogni anno, dalle scuole ai privati. Perché questo è l’orizzonte di senso in cui si iscrive l’alternanza scuola-lavoro: meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Con buona pace della Ministra, che la definisce una «innovazione didattica» senza probabilmente comprendere il significato profondo della parola «didattica», ovvero di quel settore della pedagogia che studia i metodi dell’insegnamento, ma forse alludendo, chi sa quanto consapevolmente, alle inquietanti innovazioni di questa didattica e dunque di questa pedagogia neoliberista, un’antipedagogia il cui fine ultimo è l’assoggettamento acritico alle leggi di un mercato globale che reclama ovunque manodopera più ignorante, più inconsapevole e più servile. 

Le proteste, le voci critiche, le richieste di moratoria, di abrogazione, le manifestazioni e gli scioperi si allargano a macchia d’olio: venerdì scorso 13 ottobre decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutta Italia. La risposta della Ministra non può essere il «bottone rosso» di una piattaforma web per segnalare gli abusi, né tantomeno la chiamata di tutti i rappresentanti dell’economia agli Stati Generali convocati per il prossimo 16 dicembre. 

L’alternanza scuola-lavoro non è, come ragliano gli ostinati cantori della «buona scuola», una buona idea male applicata. Alla prova dei fatti, è l’ennesima mistificazione di uno Stato cialtrone che, a dispetto di ogni evidenza, persiste nell’errore, piuttosto che fare autocritica e invertire la rotta. Siamo dominati da vent’anni da una sorta di fanatismo patologico dei nostri decisori politici nel perseguire riforme sbagliate e nell’istituzionalizzare apparati di governance su cui il resto del mondo condivide ampie critiche.
Ed è così per tutto: il 3+2 all’Università, i cui effetti positivi sono ormai smentiti annualmente dalle statistiche internazionali; l’autonomia scolastica, viatico di quella progressiva aziendalizzazione della scuola pubblica contro cui si scagliano fior di intellettuali nel mondo; gli organismi di valutazione come Anvur e Invalsi, che perseguono le loro finalità di gestione e di controllo avvalendosi di criteri bibliometrici e di test di misurazione della qualità dell’istruzione che la comunità scientifica e le istituzioni internazionali stanno ormai relegando in un angolo.

                                                                                                                               Anna Angelucci


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