le lenti di Gramsci

giovedì 5 ottobre 2017

GRAMSCI E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (Guido Liguori)


Il saggio di Guido Liguori che pubblichiamo parzialmente è tratto dall’ultimo numero della rivista Critica Marxista e ripreso dal sito di Rifondazione.it.

[estratto]

La peculiare formazione di Gramsci gli fece scorgere nelle due rivoluzioni russe del 1917 l’inveramento delle sue concezioni soggettivistiche.
La successiva comprensione della differenza tra “Oriente” e “Occidente” lo portò a una rivoluzione del concetto di rivoluzione, senza fargli rinnegare l’importanza storica dell’Ottobre né la solidarietà di fondo con il primo Stato socialista della storia.
A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a ottant’anni dalla morte di Gramsci non è inutile tornare sulla lettura che nel 1917 l’allora ventiseienne socialista sardo diede dei fatti di Russia e anche su cosa poi rimase di tale interpretazione nel suo bagaglio teorico-politico più maturo. La rivoluzione guidata da Lenin, infatti, costituì per il giovane sardo trapiantato a Torino un punto di svolta politico, teorico ed esistenziale a partire dal quale iniziò la maturazione del suo pensiero e la sua vicenda di comunista. Per comprendere come Gramsci si rapportò alla Rivoluzione d’Ottobre occorre dunque partire in primo luogo dalla consapevolezza che Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario.
È quanto ebbe a sottolineare Palmiro Togliatti, nell’ambito del primo dei convegni decennali dedicati al pensiero di Gramsci, che ebbe luogo a Roma nel gennaio 1958, affermando: «G. fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente [...]. Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di A.G.: il punto di partenza e il punto di arrivo».
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Da Oriente a Occidente
Gramsci passa negli anni successivi per esperienze difficili e cruciali. In primo luogo il “biennio rosso” 1919-1920, quando egli divenne uno dei più importanti e originali rappresentanti nel pensiero consiliarista europeo, assumendo di fatto la guida del movimento dei Consigli di fabbrica torinese e sviluppando una concezione dell’autogoverno delle classi lavoratrici originale e anche parzialmente diversa rispetto al modello soviettista russo. I Consigli di Gramsci, molto più dei Soviet, affondano le proprie radici direttamente nell’articolazione del mondo produttivo, nella fabbrica, e da lì si espandano (nella elaborazione teorica del rivoluzionario sardo) al resto della società, sempre seguendo la organizzazione e la articolazione del lavoro e dei lavori29.
Si tratta, per il Gramsci di questo periodo, di riunificare concretamente il citoyen e il bourgeois di cui parla Marx in Sulla questione ebraica, si tratta di ricomporre la scissione tra società civile e società politica che il grande rivoluzionario tedesco aveva individuato come tipica della società borghese, ponendo il Consiglio a un tempo come il collettivo a cui è affidata la gestione della produzione e come cellula di base dello Stato proletario e socialista.
La sconfitta del movimento operaio torinese fece comprendere meglio la complessità e varietà della società italiana, il fatto che non tutta l’Italia era Torino, ovvero “occidente”, moderna società industriale massificata e caratterizzata dalle concentrazione di masse operaie della grande fabbrica, tendenzialmente unitarie sotto il profilo della mentalità, degli interessi e della disciplina; ma fece comprendere anche i limiti del Partito socialista italiano, rivoluzionario a parole ma immobilista, diviso e confusionario nei fatti. Dalla consapevolezza di tali limiti nasceva la spinta a formare subito un partito comunista anche in Italia, accettando la leadership di Amadeo Bordiga, da cui Gramsci era pure per tanti versi distante. E dalla sconfitta del movimento operaio e socialista nel “biennio rosso” nacque anche la drammatica fase della reazione fascista e la sconfitta storica che subì il movimento operaio italiano.
La qual cosa provocò un ripensamento profondo in Gramsci e lo predispose a fare proprio l’insegnamento dell’ultimo Lenin sulla possibilità di una rivoluzione immediata in Occidente con le stesse modalità della Rivoluzione d’Ottobre.
Dal suo partito Gramsci era stato infatti inviato nel giugno 1922 a Mosca, come rappresentate italiano presso l’Internazionale comunista. Nel “Paese dei Soviet” risiedette fino alla fine del 1923, per poi spostarsi a Vienna e fare ritorno in Italia nel maggio 1924. Iniziò a Mosca una fase di conoscenza più profonda del pensiero di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, allora – finita la guerra civile – impegnato nel tentativo di edificazione di una inedita società socialista negli anni della riscoperta di una certa gradualità: la Nep, la Nuova politica economica, che cercava di recuperare un rapporto di alleanza coi contadini, fortemente compromesso negli anni della guerra civile e del “comunismo di guerra”.
Venuta meno la speranza di una subitanea rivoluzione in Occidente, e maturata la convinzione di una capacità di resistenza del capitalismo ben superiore alle prime ingenue speranze e previsioni, Lenin rilanciò la politica del “fronte unico”, ovvero dell’alleanza coi socialisti contro le forze borghesi. La lezione che veniva dall’ultimo Lenin era quella di una crisi capitalistica che non necessariamente avrebbe assunto dimensioni “catastrofiche”, dando inizio a un vittorioso processo rivoluzionario.
Fu a partire da Lenin che Gramsci maturò la convinzione che in Occidente non si potesse “fare come in Russia”, poiché (scriveva da Vienna ai compagni a lui più vicini, in gran parte gli stessi dell’Ordine Nuovo, con cui su incarico del Comintern si proponeva di creare un nuovo gruppo dirigente del partito, fuori dalle secche dell’estremismo bordighiano)
la determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all’assalto rivoluzionario, nell’Europa centrale ed occidentale si complica per tutte queste superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l’azione delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complesse e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 191730.
Già nel 1924 Gramsci aveva maturato in nuce alcuni dei temi (guerra di posizione, egemonia) che sarebbero stati centrali nei Quaderni31. Iniziò sotto la guida di Gramsci (e grazie all’autorità indiscussa dell’Internazionale, che lo appoggiava) un vero e proprio periodo di rifondazione gramsciana del Partito comunista d’Italia, che culminò nel suo III Congresso, svoltosi a Lione nel gennaio 1926.
 
La “rivoluzione del concetto di rivoluzione”
Passando per tutte queste vicende storiche drammatiche, negli anni che vanno dal 1917 e poi dal 1921 fino al 1926, anno in cui viene arrestato, Gramsci giunse certo a un ripensamento complessivo del suo bagaglio teorico giovanile. Alcuni fili del quale, e non secondari, sono riscontrabili anche nella trama delle opere del carcere, ma inseriti in un quadro d’insieme per molti aspetti diverso. Alla volontà rivoluzionaria, nel Gramsci maturo si affianca la conoscenza della situazione il più possibile oggettiva, l’analisi minuziosa, storica e sociale, del terreno (soprattutto nazionale) su cui si svolge la lotta. Questa analisi, applicata alla realtà italiana prima e all’Occidente capitalistico poi, portava alla conclusione della non ripetibilità di una rivoluzione di tipo sovietico.
Gramsci in carcere, in altre parole, giunge a mettere a fuoco la differenza morfologica tra Oriente e Occidente, e di conseguenza tra guerra di movimento e guerra di posizione33. E giunge ad affermare che la Rivoluzione russa è l’ultima rivoluzione di stampo ottocentesco, l’ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa o nel mondo avanzato. La formulazione di questo fondamentale passaggio avviene nel Quaderno 7, in una nota intitolata proprio Guerra di movimento e guerra di posizione, databile34 nel novembre-dicembre 1930:
Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, dove, come osserva Krasnov, in breve spazio gli eserciti potevano accumulare sterminate quantità di munizioni, dove i quadri sociali erano di per sé ancora capaci di diventare trincee munitissime. Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» che corrisponde alla concezione di un solo fronte dell’Intesa sotto il comando unico di Foch. Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte.
In Occidente, la moderna struttura della società di massa, la compenetrazione nuova tra Stato e società civile, il peso e l’importanza degli apparati della formazione del consenso sono tutti fattori che portano il rivoluzionario sardo a rivoluzionare profondamente il concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica che dello stesso egli aveva avuto nel suo periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, e a volte stereotipata, della tradizione marxista e leninista. Non perché Gramsci fuoriesca dal marxismo o dalla tradizione rivoluzionaria, con un approdo classicamente riformista – come pure a volte è stato sostenuto.
La volontà (rivoluzionaria), la volontà collettiva indispensabile per la trasformazione sociale e politica, non viene meno, ma essa ora parte dall’assunto della necessità della conoscenza del nuovo terreno in cui si è chiamati a operare e si fa banditrice di quella che Gramsci chiama una «riforma intellettuale e morale».
La volontà di cambiamento non perde comunque il suo ancoraggio di classe, il suo cuore nel mondo economico e dei rapporti sociali. La domanda fondamentale che Gramsci si fa nei Quaderni è infatti la seguente: «come nasce il movimento storico sulla base della struttura»36. Sulla base della struttura, scrive Gramsci, che affonda la sua teoria della rivoluzione ben salda nel terreno dei rapporti economico-sociali, ma ne indaga soprattutto gli aspetti “sovrastrutturali” e la loro “autonomia relativa”, poiché vede tutta la complessità dell’azione politica, tanto più nell’epoca moderna: rifiuta le concezioni economicistiche fondate sul binomio crisi economica-rivoluzione (che erano state alla base del marxismo della Seconda Internazionale, ma che anche la Terza Internazionale aveva fatto proprie); individua come fondamentali gli apparati pubblici e privati che formano il senso comune diffuso; sottolinea l’importanza delle trasformazioni molecolari; e ritiene decisivo lanciare la sfida della conquista del consenso. Sottolinea cioè l’importanza decisiva di una elaborazione culturale e ideologica che sappia offrire una nuova e persuasiva «concezione del mondo», che sappia formare un nuovo senso comune di massa – sempre però a partire da quella lettura della società divisa in classi che aveva appreso da Marx e a partire dalla necessità di quella capacità di iniziativa politica che aveva imparato da Lenin.
È una concezione che, mettendo in rilievo l’importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, del «progresso intellettuale di massa», pone le premesse per una lotta politica democratica, compatibile con la strategia della conquista dell’egemonia.
1926
Nel 1926 si era intanto avuto, alla vigilia dell’arresto di Gramsci a Roma, il famoso scambio epistolare con Togliatti a Mosca37. In esso, nella sua prima lettera38, Gramsci dichiarava di aderire alla linea della maggioranza del Partito comunista russo (di Stalin e Bucharin), a cui il partito italiano era più vicino perché essa continuava a sostenere per il momento39 la politica leninista di alleanza con i contadini; ma metteva in guardia contro le modalità con cui veniva condotta la lotta contro la minoranza di Trockij, Zinov’ev, ecc., modalità che – unitamente alla rottura dell’unità della “vecchia guardia” leninista – minavano la credibilità di tutto il gruppo dirigente comunista mondiale. Gramsci esprimeva in sostanza preoccupazione per il fatto che le masse non avrebbero capito i termini di un conflitto tanto violento, e preoccupazione per il futuro stesso del movimento comunista internazionale.
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l'intero saggio e le relative note (qui espunte) sono reperibili in
 
 

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