le lenti di Gramsci

giovedì 23 novembre 2017

Makarenko: la pedagogia della lotta/Iniziativa del CPA FI Sud il 25 novembre


sintesi da A.Kaminski: La pedagogia sovietica e l'opera di A.Makarenko, Avio ed., 1952
a cura di: Sara Leggieri
paragrafo: La pedagogia della lotta

LA PEDAGOGIA DELLA LOTTA

Al primo periodo della pedagogia sovietica è collegato il nome di un Commissario dell’Istruzione pubblica dell’U.R.S.S., Lunaciarskij. L’Unione Sovietica finì in una lotta armata. Tutti i giornali, i rapporti, le relazioni si riempirono con le parole “lotta”, “forza”, “combattimento”, “fronte”. Il “fronte” era la costruzione di nuove fabbriche industriali e l’organizzazione dei Kolkos. Chiaramente non si poteva continuare a utilizzare parole al posto di altre. Il linguaggio era lo specchio dello stile di vita degli uomini, che costruivano un organismo nella lotta e con gli stessi metodi utilizzati nella lotta. Makarenko aveva perfettamente capito ed attuato i principi dei compiti del 1920. Per capire meglio di cosa si occupava, basta leggere il Poema pedagogico: lotta contro il saccheggio e i furti per le strade, la lotta contro i danni alle foreste e lotta da parte dei giovani appartenenti alla Colonia. E più tardi l’organizzazione della fattoria. Per “organizzazione” s’intende la costruzione degli abitazioni distrutte, lavori pesanti di campagna e l’allevamento dei maiali. Nel suo poema Makarenko scrive che la lotta non deve finire mai perché essa cimenta la collettività nel progresso continuo. Così Makarenko abbandona la cura delle officine per dedicarsi interamente alla ricerca di un nuovo campo d’azione, di lotta e lavoro. È ben noto come, nella colonia, bande di piccoli ladri, di mascalzoni e accoltellatori potessero cambiare e diventare gruppi di ragazzi educati, puliti e avviati presso la società comunista. L’Unione Sovietica si prepara alla prima piatiletka. Tutto lo Stato vive nella rivoluzione industriale e nella costruzione di una nuova moderna industria. La fabbrica si mette in moto e tutte le attività da svolgersi, vengono da giovani e ragazzi per farne una delle maggiori imprese dell’Ucraina. 

L’atteggiamento di Makarenko in questa lotta è il tipico “atteggiamento educativo”. La temperatura della battaglia eleva i sentimenti di Makarenko che non si sforza di nasconderli. Il naturale entusiasmo giovanile viene liberato nel campo concreto delle azioni. Ciò che ne deriva non è più “educazione” ma la ricostruzione stessa della vita dei ragazzi. Nessun bambino è considerato come “germe della futura personalità” perché i processi educativi avvengono nel reale e nel concreto. 

Il fondamento della pedagogia di Makarenko è il seguente: l’educazione alla lotta, importante nella pedagogia contemporanea. W. James, psicologo americano del XIX secolo, nelle sue riflessioni psicologiche della guerra spiega che il desiderio di concludere la guerra è collegata alla conservazione dei lati positivi della guerra: eroismo, disciplina, sacrificio e fratellanza delle armi, tutto ciò ottenibile dalla creazione di grandi opere culturali che possano affascinare e far concentrare l’attenzione popolare in modo tale da poter volgere la tendenza alla distruzione di altri gruppi sociali al compito culturale che ciascun gruppo si proporrebbe. E se dalla teoria si passa alla pratica e si osservano attentamente la pedagogia sociale di Elena Radlinska, di O. Decroly, i settlements di Sciaski e via via ovunque si possa realizzare questo postulato fondamentale: scuola ed educazione non devono mai isolarsi dalla vita. Le peculiarità della “pedagogia della lotta” non si basano sulla nuova tesi educativa di Makarenko, ma sulla scala dei compiti che spettano ai giovani. 


venerdì 17 novembre 2017

L'ECOMARXISMO DI JAMES O'CONNOR E LA "SECONDA CONTRADDIZIONE"


Scomparso a 87 anni, J.O'Connor, sociologo ed economista, ha cercato di dimostrare, nella sua ricerca, che il marxismo può essere aggiornato senza fargli perdere i suoi connotati teorici fondativi. Rilevante, da questo punto di vista, la sua categoria di "seconda contraddizione", quella tra capitalismo e ambiente naturale, che rende ancora più cogente la lotta di classe, motore della storia.
Segnalo che in rete manca la voce in italiano su Wikipedia, neanche tradotta da altre lingue. (fe.d.)
Il ricordo di Giovanna Ricoveri su Il Manifesto del 17 novembre 2017.

James O’Connor, nato nel 1930, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, è morto domenica scorsa 12 novembre 2017 nella sua casa di Santa Cruz. Accademico e studioso militante atipico e neo-marxista.

James O’Connor è stato da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti. O’Connor ha scritto testi fondamentali per la comprensione del capitalismo, essenziali per capire e combattere contro la catastrofe chiamata capitalismo. Il più famoso dei suoi moltissimi libri tradotti in tutto il mondo resta La Crisi fiscale dello Statodel 1973, ed.it. Einaudi 1979, prefato da Federico Caffè, dove ha analizzato la natura contraddittoria dello stato, che pretende di essere indipendente dal capitale (dalle classi dominanti), mentre invece ne serve gli interessi, senza svolgere la funzione di mediatore di tutti gli interessi in campo al fine di raggiungere il bene comune generale.

La pubblicazione della rivista Capitalism Nature Socialism (Cns), da lui fondata nel 1988 e diretta fino al 2003, quando ha passato il testimone per ragioni di salute, ha segnato una svolta importante nel suo pensiero e anche nel suo modo di definirsi marxista e neo-marxista nelle mutate condizioni internazionali.

«Nonostante l’ambientalismo costituisca uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti», affermava O’Connor nel 1988, nella introduzione al primo numero della rivista statunitense, tradotta in Capitalismo Natura Socialismo n.1/1991.

È di questo periodo la formulazione della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla (La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze, Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992)

La rivista italiana, diretta allora da Valentino Parlato e da chi scrive, e pubblicata nei primi anni da una società de il manifesto, nacque nel 1991 nel contesto di un network di riviste di ecologia politica comprendente anche la Spagna (con Ecologia Politica diretta da Juan Martinez Alier e la Francia conEcologie et Politique diretta da Jean Paul Deléage), legate dalla stessa lettura della crisi proposta da O’Connor. La rivista italiana ebbe successo agli inizi, perché la critica di O’Connor ai vari marxismi allora esistenti – non a Marx – interpretava quella dei comunisti “dissidenti” italiani di allora e di una parte degli ambientalisti, su tre grandi temi: primo, che la crisi ecologica è causa di crisi economica e sociale, verità scomoda e per questo ancora oggi totalmente rimossa da politici ed economisti mainstream; secondo, che le due crisi sono due facce della stessa medaglia, come oggi afferma Papa Francesco; terzo, che i movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori – sono determinanti al fine di superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione finanziaria.

Le idee e i valori per cui Jim O’Connor ha vissuto e lottato non si sono certo inverati, ma sicuramente il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi, e questo è quello che conta.

Per me è stato un amico leale sin dal nostro incontro a New York, dove lui era già docente di labour economics al Barnard College della Columbia University, e io studentessa di economia.

Non ci siamo mai persi di vista, e la nostra amicizia si è consolidata nella costruzione della rete di Cns, con incontri anche frequenti in Europa e in California, specie nella prima fase di questa iniziativa editoriale.

 

mercoledì 15 novembre 2017

Gramsci e le sue letture intorno al 1917 russo


CONVEGNO. Un incontro a Bari in cui ci sarà un confronto sulle categorie politiche sue e di Lenin

--Guido Liguori -- 

Nel gennaio 1917 un militante socialista sardo trapiantato a Torino, che si guadagnava da vivere scrivendo sulla stampa di partito e cercava di capire come uno scatto di soggettività rivoluzionaria avrebbe potuto infrangere le tranquille certezze dei marxisti riformisti intrisi di positivismo e quieto vivere, scriveva di odiare «gli indifferenti», coloro che non si impegnavano, non prendevano parte, che accettavano il mondo così come era.
POCHE SETTIMANE DOPO, quel giovane di 26 anni, Antonio Gramsci, si entusiasmò come molti in Europa per le prime notizie che giungevano da Pietrogrado, dove gli operai, le donne (tutto ebbe inizio nella giornata di lotta dell’8 marzo, che per il calendario russo corrispondeva al 24 febbraio), i contadini intruppati e armati come soldati per andare a morire al fronte, in quella guerra senza precedenti per durata e sofferenze, si erano ribellati e avevano deposto lo zar, anche se per il momento non erano riusciti a fermare la guerra.
GRAMSCI AVREBBE seguito nei mesi successivi i fatti di Russia con passione e intelligenza, avrebbe gradatamente imparato a distinguere le forze in campo, e capito pian piano che i bolscevichi erano gli unici non solo a volere la pace, ma anche una vera rivoluzione socialista: la messa in discussione degli assetti proprietari e l’autogoverno dei produttori mediante i Soviet. Con i bolscevichi per Gramsci era la volontà collettiva che aveva trionfato: erano gli essere umani associati che dimostravano di aver compreso «i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva». Una lezione che, trasferita all’oggi, risulta fortemente antiliberista, poiché ci dice come le «oggettive leggi del mercato» non vadano subite, accettate, ritenute immutabile, ma possano essere cambiate, se le donne e gli uomini associati lo vogliono.
CENTO ANNI sono passati dalla Rivoluzione russa, anzi dalle due rivoluzioni russe del 1917 (di febbraio e di ottobre), e ottanta dalla morte di Antonio Gramsci, nel 1937: era quasi inevitabile che dall’incrocio di questa duplice ricorrenza nascessero antologie, articoli, convegni. Il più rilevante tra quelli previsti in Italia avrà luogo presso il Palaposte dell’Università di Bari il 16, 17 e 18 novembre, un incontro internazionale su Gramsci, la guerra e la rivoluzione. Tra oriente e occidente, realizzato dalla International Gramsci Society Italia, dalla Fondazione Gramsci di Puglia, dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dalla Fondazione Gramsci di Roma, con la collaborazione del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Bari.
LO SCOPO non è solo quello di ricordare i fatti storici di quell’«indimenticabile 1917» o ricostruire la lettura che Gramsci ne diede. Il convegno si propone anche di esaminare le categorie gramsciane più importanti e misurarne l’utilità per il presente. Mettendo anche a fuoco come le categorie politiche fondamentali da cui era partito Lenin, «Stato» e «rivoluzione», cambiarono negli anni della maturità dell’autore dei Quaderni del carcere, proprio a partire da Lenin e dalla comprensione della irrepetibilità dell’Ottobre nei paesi a capitalismo maturo.
Per quest’opera di analisi storica, teorica e politica, saranno presenti in gran numero studiosi e studiose di tutto il mondo e di tutte le generazioni. Tra gli altri Donald Sassoon, Giovanna Cigliano, Giuseppe Vacca, Francesco Biscione, Silvio Suppa e Francesco Fistetti nella giornata d’apertura dedicata a «Guerra e rivoluzione», e Fabio Frosini, Lea Durante, Pasquale Voza, Eleonora Forenza e Massimo Modonesi nel secondo giorno di lavori, su «Un nuovo concetto di rivoluzione».
COMPLETERANNO I LAVORI, oltre agli altri interventi previsti (tanti i giovani studiosi e studiose impegnate su Gramsci), una pattuglia di esperte ed esperti dei paesi che una volta definivamo dell’Est (nella fattispecie Russia, Romania e Ungheria) che racconteranno come sono cambiate nel tempo, e negli ultimi anni, la percezione e la conoscenza di Gramsci nelle rispettive culture.
Infine uno spazio sarà dedicato alle scuole superiori, attivamente presenti al convegno, con un’intera sessione di lavoro (sabato mattina) dedicata all’incontro fra studenti, docenti e studiosi.

fonte: Il Manifesto, 15/11/2017


lunedì 6 novembre 2017

A CENTO ANNI DALLA RIVOLUZIONE



Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917



di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

leggi tutto in 


venerdì 3 novembre 2017

novembre 1917/novembre 2017 -- SPARTACO VIVE



novembre 1917 -- novembre 2017/ la rivoluzione socialista dei soviet sconvolge il mondo/ l'utopia divenuta scienza si realizza nella prassi rivoluzionaria/ non più catene, né sfruttati nè sfruttatori. Attenti, non giudicate da quello che considerate un epilogo, la storia dell'ideale socialista è appena all'inizio. Spartaco vive. (fe.d.)






mercoledì 1 novembre 2017

L’esperienza vittoriosa dei curdi in Siria


Un modello di democrazia, di organizzazione politica, militare e sociale per la regione.



La caduta di Raqqa, capitale del Califfato e maggiore centro del potere ISIS, segna l’apoteosi dell’organizzazione curda in Siria. YPG e YPJ hanno dato battaglia per vari anni contro forze inizialmente preponderanti dal punto di vista militare e sostenute in modo aperto da Turchia, Arabia Saudita e altri stati della Penisola arabica, i famigerati terroristi tagliagole dell’ISIS, alla cui origine non sono estranei settori consistenti degli apparati spionistici statunitensi 1.

Oltre che per i suoi indubbi successi militari, l’organizzazione curda di Siria è nota per le sue capacità di autogoverno, essendo riuscita a instaurare, pur nell’emergenza dello scontro armato quotidiano con un nemico feroce e agguerrito, significativi livelli di autogoverno e di democrazia partecipativa, contrassegnata fra l’altro, caso pressoché unico e non solo nel Medio Oriente islamico e presuntivamente arretrato, da una sostanziale parità di genere attestata fra l’altro dalle doppie cariche di vertice e dall’esistenza di un’organizzazione militare femminile autonoma.

Paradossalmente, la Siria e in particolare la sua regione nord-orientale, date le sue recenti vicende storiche, è venuta a costituire il terreno di sperimentazione delle teorie elaborate, nel carcere di Imrali, dal leader kurdo Abdullah Ocalan che costituiscono una feconda revisione del pensiero marxista e leninista in materia di organizzazione dello Stato e di transizione verso nuovi ordinamenti, che si avvale del contributo del pensiero femminista e di quello ambientalista, fra gli altri 2.

Nonostante i suoi successi, il movimento kurdo in Siria non ha mancato di sollevare perplessità e critiche in certi settori della sinistra. In sostanza tali critiche appaiono riconducibili a due elementi. In primo luogo, al fatto che il presunto secessionismo o separatismo dei Kurdi minerebbe l’integrità nazionale siriana. In secondo luogo che la loro alleanza tattica con gli Stati Uniti, la cui aviazione ha dato un contributo determinante alla vittoria dei Kurdi contro l’ISIS, costituirebbe in realtà la prova del fatto che i curdi stessi, consapevolmente o meno, sono diventati degli strumenti dell’imperialismo. A più attenta analisi entrambe le accuse si rivelano del tutto infondate.

Dal primo punto di vista, infatti, occorre constatare che, lungi dal riproporre uno sterile indipendentismo verso stati più o meno etnicamente puri, l’avanguardia cosciente del popolo kurdo, che fa capo ad Ocalan e al PKK, oltreché alla citate organizzazioni dei curdi siriani, ha delineato oramai da tempo una prospettiva federalistica che si basa sui seguenti presupposti.

Primo, l’impossibilità di delineare, in particolare in Turchia, ma anche negli altri Stati dell’area, una linea di divisione netta fra curdi e Turchi, dato che i primi popolano oramai in gran numero le grandi metropoli dell’Occidente anatolico, a cominciare da Istanbul.

Secondo, la necessità di far convergere tutte le etnie su di un progetto unitario democratico volto al rinnovamento degli Stati esistenti, progetto che in particolare in Turchia ha vissuto un momento decisivo con la costituzione del HDP, che, rispetto a precedenti tentativi (DEHAP, HADEP) tutti oggetto di brutale repressione da parte del regime turco, presenta un più evidente carattere multietnico e aspira a dare espressione a tutte le istanze della sinistra. A analogo intento risponde la scelta di dar vita, in Siria, alla coalizione multietnica delle Forze Democratiche Siriane.

Terzo, pur nella consapevolezza della profonda inadeguatezza delle frontiere attuali, tracciate dalle potenze coloniali con un tratto di penna su cartine non sempre precise, la volontà di rispettare gli stati esistenti, nella prospettiva di una possibile futura unione regionale fra di essi.

Tale prospettiva federalistica è ribadita senza ombra di dubbio dalla vigente Costituzione della Rojava 3, il cui art. 12 afferma che la Rojava fa parte della Siria.

Dal secondo punto di vista, vanno certamente registrate oscillazioni ed errori da parte degli imperialisti statunitensi, da situare del resto nel contesto del tramonto degli Stati Uniti come potenza egemone a livello mondiale. E non può certo escludersi che vi siano settori che intendono fare dei curdi esclusivamente degli esecutori militari (boots on the ground). Ma occorre anche prendere in considerazione taluni dati inoppugnabili:
L’appoggio dell’aviazione statunitense alle forze di autodifesa curde è stato decisivo per respingere l’assalto a Kobane e condurre il contrattacco.
Tale appoggio, che potrebbe non durare ancora a lungo, apre forti contraddizioni in particolare fra Stati Uniti e Turchia, che continua a costituire un alleato strategico del terrorismo fondamentalista nella regione, anche se, per motivi di carattere cosmetico, oggi Erdogan non appoggia più apertamente l’ISIS, del resto in grave crisi, ma è passato a sostenere Al Qaeda e i raggruppamenti a essa legati.
Un accordo fra Stati Uniti, Russia e altri attori presenti nella regione appare necessario per procedere a definire il quadro internazionale di riferimento della fine della guerra in Siria.
E’ altresì necessario un profondo rinnovamento democratico dello Stato siriano. A prescindere dalla questione, tutto sommato secondaria e che sarà decisa dai popoli della Siria nel loro complesso, della permanenza o meno di Bashar El Assad al potere, occorre rilanciare la democrazia e la partecipazione del basso, raccogliendo in particolare il contributo teorico e pratico proveniente dalle organizzazioni curde. Aspetti storici consolidati e positivi dell’esperienza siriana, come il suo carattere laico, vanno ovviamente ripresi e valorizzati in tale prospettiva. Del pari vanno pienamente garantiti i diritti sociali, cui è dedicato l’articolo 30 della Costituzione della Rojava.
Parallelamente va respinto ogni attacco all’integrità nazionale della Siria, respingendo il tentativo di Erdogan di infiltrarsi in alcune regioni settentrionali del Paese approfittando della presenza delle milizie fondamentaliste sue alleate.

Il progetto politico delle forze curde (PKK, YPG, YPJ e altre) della regione va quindi conosciuto e valorizzato nella prospettiva di una pace stabile, garantita dall’espulsione di ogni interesse imperialista dalla regione e da una democrazia partecipativa di tipo nuovo, in una situazione estremamente complessa e aperta tutt’ora a esiti per molti versi contrapposti o comunque fortemente divergenti.


Note

1 Su tale formazione vedi il mio ISIS e Occidente, il nemico/alleato perfetto, in http://imesipalermo.blogspot.it/2014/10/la-parola-allesperto-la-rubrica-mensile.html

2 Sul PKK vedi https://thekurdishproject.org/history-and-culture/kurdish-nationalism/pkk-kurdistan-workers-party/<. Vedi le opere di Abdullah Ocalan: Prison writings: the roots of civilization, Pluto Press, 2007; Plädoyer für den freien Menschen, Mezopotamien Verlag, 2006; Jenseits von Staat, Macht und Gewalt, Mezopotamien Verlag, 2010; La road map verso i negoziati, Punto Rosso, 2014).

3 https://ypginternational.blackblogs.org/2016/07/01/charter-of-the-social-contract-in-rojava/.

3 https://ypginternational.blackblogs.org/2016/07/01/charter-of-the-social-contract-in-rojava/.

28/10/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte. 


venerdì 27 ottobre 2017

all'UNIONE DEGLI STUDENTI


RECENSIONE
è bene che gli studenti e in genere le nuove generazioni prendano direttamente nelle loro mani il proprio destino; bisogna ridisegnare la scuola pubblica per rendere cogente il diritto allo studio e l'istruzione popolare, ricentralizzare la didattica dei contenuti e la pedagogia della cooperazione educativa. Non solo si renda facoltativa e senza vincoli orari l'alternanza scuola/lavoro, ma con un altro profilo di scuola: la 107 va abolita non riformata. (fe.d.)




28 OTTOBRE, è presidio antifascista


mercoledì 18 ottobre 2017

COMANDANTE ROJDA FELAT, HASTA LA VICTORIA!





non ha la copertina dei nostri tg, non ha nessuna solidarietà delle femministe borghesi, che ci hanno già regalato la Boschi, la Gelmini e le "quote protette" per carriere di potere, oggi impegnate a sostenere i giusti e 'lauti' risarcimenti post factum di attrici e donne dello spettacolo, non è filo/americana, è la compagna curdo-siriana del Ypj (Unità di protezione delle donne) che ha comandato le Forze Democratiche Siriane alla liberazione di Raqqua dai tagliagole dell'ISIS/

le "eroiche" truppe USA non erano sul terreno, non vogliono far torto al loro amico fascista Erdogan e un favore al comunista 'terrorista' Ocalan, dopo aver armato i talebani antisovietici... (fe.d.)


corrispondenze e documentazione di prima mano di Giuliana Sgrena
http://giulianasgrena.globalist.it/



È sconvolgente l’omertà della stampa per il modo come è stata data la notizia della liberazione di Raqqa da parte delle Forze democratiche siriane con in prima fila le kurde del Ypj. È stata liberata la «capitale» dello Stato islamico, dove l’Isis di al Baghdadi è nato è cresciuto, dove la barbarie è stata consumata per diffondersi in Siria e in Iraq. Con la liberazione di Mosul e, soprattutto, di Raqqa i jihadisti più feroci perdono un punto di riferimento, d’ora in poi mancherà loro il terreno sotto i piedi. Letteralmente. E non è poco. Dove manderanno gli aiuti i loro sostenitori?

La liberazione è costata molto sia alla popolazione civile che ai combattenti, certo hanno avuto l’aiuto degli Usa, ma i marine non erano sul terreno. È forse questo il motivo che ha impedito ai media (soprattutto alle tv nostrane) di dare il dovuto risalto alla notizia? Certo non c’era la bandiera a stelle e strisce come a Baghdad e non è stata possibile una foto che esaltasse la potenza americana.
Certo però le foto erano belle, con le combattenti donne radiose, immagini insolite per uno scenario di guerra e così la stampa se l’è cavata con una foto-notizia in prima pagina. Ma le comandanti, con il viso deciso e orgoglioso, hanno dichiarato: «combattiamo per liberare le donne del Rojava». Un altro motivo per esaltare le foto ma non le parole di queste donne. La rivoluzione è femmina e fa paura a tutti e soprattutto ai paesi confinanti, come la Turchia, dove Erdogan fa insegnare a scuola che le donne devono obbedire al marito.
Il Rojava è un mondo a parte, ma potrebbe contaminare i regimi più reazionari della regione, anche perché si è ispirato alle teorie di Ocalan. E la dittatura turca è la più vulnerabile perché il virus è già diffuso, le kurde e i kurdi provenienti dalla Turchia che hanno combattuto a fianco del Ypj e del Ypg non abbandoneranno la loro lotta. L’esistenza di un’entità come il Rojava – libero, democratico, laico, con parità di genere e rispettoso dell’ambiente – che non vuole l’indipendenza ma una autonomia dalla Siria - e questo è un altro punto di forza perché eviterà lo scontro ingaggiato dal Kurdistan iracheno con Baghdad – sarà una spina nel fianco di tutto il Medioriente. E le donne del Rojava sono un esempio anche per noi, hanno saputo combattere senza militarizzare la loro mente e senza perdere di vista l’obiettivo principale.

Giuliana Sgrena


martedì 17 ottobre 2017

Il fanatismo patologico dell’alternanza scuola-lavoro


meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Precariato. L’alternanza scuola-lavoro non è una buona idea male applicata, ma un progetto di rieducazione della forza lavoro prodotto di un processo ventennale che ha cambiato la scuola, l'università e la ricerca. Non basterà un "bottone rosso" sul sito per risolvere i suoi problemi

Anna Angelucci per Il Manifesto, 17/10/2017

L’alternanza scuola-lavoro rappresenta senza ombra di dubbio l’aspetto più insopportabile della cosiddetta «buona scuola». Poiché – a differenza del bonus premiale, della «chiamata diretta», delle nuove regole per il reclutamento o della governance e, più in generale, di tutte le manipolazioni culturali, didattiche e professionali cui docenti vecchi e nuovi sono sottoposti dall’entrata in vigore della riforma ma che possono ancora combattere sul fronte politico-sindacale – essa, al contrario, si accanisce pervicacemente su studenti adolescenti nel loro percorso di studi superiori, imponendosi prepotentemente nella loro esperienza quotidiana e deformando il loro sguardo sulla scuola e sul mondo. 

Aver introdotto 400 ore di alternanza obbligatoria nel triennio degli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei significa aver sottratto, per legge, altrettante ore di istruzione a milioni di studenti che, fuori dalla fascia dell’obbligo, hanno scelto di proseguire gli studi. Che hanno scelto gli studi, non il lavoro e, soprattutto, non la finzione del lavoro o il lavoro demansionato. Che, e non è solo il caso dei liceali, intendono andare all’Università e magari specializzarsi ulteriormente con percorsi formativi di alto livello.

Significa aver allontanato dai banchi, dai libri, dalle letture, dalle lezioni, dal tempo lungo e lento dell’apprendimento cognitivo e meta-cognitivo milioni di studenti, per sperimentare, in cambio, qualcosa che loro non desiderano e di cui non hanno bisogno: il lavoro non qualificato e non pagato. E, forse anche più spesso, il nulla di un tempo vuoto, senza istruzione e senza formazione, in cui l’unica cosa insopportabilmente reale è il ghiotto boccone del finanziamento pubblico e dei voucher che passa, con questa legge, ogni anno, dalle scuole ai privati. Perché questo è l’orizzonte di senso in cui si iscrive l’alternanza scuola-lavoro: meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Con buona pace della Ministra, che la definisce una «innovazione didattica» senza probabilmente comprendere il significato profondo della parola «didattica», ovvero di quel settore della pedagogia che studia i metodi dell’insegnamento, ma forse alludendo, chi sa quanto consapevolmente, alle inquietanti innovazioni di questa didattica e dunque di questa pedagogia neoliberista, un’antipedagogia il cui fine ultimo è l’assoggettamento acritico alle leggi di un mercato globale che reclama ovunque manodopera più ignorante, più inconsapevole e più servile. 

Le proteste, le voci critiche, le richieste di moratoria, di abrogazione, le manifestazioni e gli scioperi si allargano a macchia d’olio: venerdì scorso 13 ottobre decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutta Italia. La risposta della Ministra non può essere il «bottone rosso» di una piattaforma web per segnalare gli abusi, né tantomeno la chiamata di tutti i rappresentanti dell’economia agli Stati Generali convocati per il prossimo 16 dicembre. 

L’alternanza scuola-lavoro non è, come ragliano gli ostinati cantori della «buona scuola», una buona idea male applicata. Alla prova dei fatti, è l’ennesima mistificazione di uno Stato cialtrone che, a dispetto di ogni evidenza, persiste nell’errore, piuttosto che fare autocritica e invertire la rotta. Siamo dominati da vent’anni da una sorta di fanatismo patologico dei nostri decisori politici nel perseguire riforme sbagliate e nell’istituzionalizzare apparati di governance su cui il resto del mondo condivide ampie critiche.
Ed è così per tutto: il 3+2 all’Università, i cui effetti positivi sono ormai smentiti annualmente dalle statistiche internazionali; l’autonomia scolastica, viatico di quella progressiva aziendalizzazione della scuola pubblica contro cui si scagliano fior di intellettuali nel mondo; gli organismi di valutazione come Anvur e Invalsi, che perseguono le loro finalità di gestione e di controllo avvalendosi di criteri bibliometrici e di test di misurazione della qualità dell’istruzione che la comunità scientifica e le istituzioni internazionali stanno ormai relegando in un angolo.

                                                                                                                               Anna Angelucci


giovedì 5 ottobre 2017

GRAMSCI E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (Guido Liguori)


Il saggio di Guido Liguori che pubblichiamo parzialmente è tratto dall’ultimo numero della rivista Critica Marxista e ripreso dal sito di Rifondazione.it.

[estratto]

La peculiare formazione di Gramsci gli fece scorgere nelle due rivoluzioni russe del 1917 l’inveramento delle sue concezioni soggettivistiche.
La successiva comprensione della differenza tra “Oriente” e “Occidente” lo portò a una rivoluzione del concetto di rivoluzione, senza fargli rinnegare l’importanza storica dell’Ottobre né la solidarietà di fondo con il primo Stato socialista della storia.
A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a ottant’anni dalla morte di Gramsci non è inutile tornare sulla lettura che nel 1917 l’allora ventiseienne socialista sardo diede dei fatti di Russia e anche su cosa poi rimase di tale interpretazione nel suo bagaglio teorico-politico più maturo. La rivoluzione guidata da Lenin, infatti, costituì per il giovane sardo trapiantato a Torino un punto di svolta politico, teorico ed esistenziale a partire dal quale iniziò la maturazione del suo pensiero e la sua vicenda di comunista. Per comprendere come Gramsci si rapportò alla Rivoluzione d’Ottobre occorre dunque partire in primo luogo dalla consapevolezza che Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario.
È quanto ebbe a sottolineare Palmiro Togliatti, nell’ambito del primo dei convegni decennali dedicati al pensiero di Gramsci, che ebbe luogo a Roma nel gennaio 1958, affermando: «G. fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente [...]. Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di A.G.: il punto di partenza e il punto di arrivo».
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Da Oriente a Occidente
Gramsci passa negli anni successivi per esperienze difficili e cruciali. In primo luogo il “biennio rosso” 1919-1920, quando egli divenne uno dei più importanti e originali rappresentanti nel pensiero consiliarista europeo, assumendo di fatto la guida del movimento dei Consigli di fabbrica torinese e sviluppando una concezione dell’autogoverno delle classi lavoratrici originale e anche parzialmente diversa rispetto al modello soviettista russo. I Consigli di Gramsci, molto più dei Soviet, affondano le proprie radici direttamente nell’articolazione del mondo produttivo, nella fabbrica, e da lì si espandano (nella elaborazione teorica del rivoluzionario sardo) al resto della società, sempre seguendo la organizzazione e la articolazione del lavoro e dei lavori29.
Si tratta, per il Gramsci di questo periodo, di riunificare concretamente il citoyen e il bourgeois di cui parla Marx in Sulla questione ebraica, si tratta di ricomporre la scissione tra società civile e società politica che il grande rivoluzionario tedesco aveva individuato come tipica della società borghese, ponendo il Consiglio a un tempo come il collettivo a cui è affidata la gestione della produzione e come cellula di base dello Stato proletario e socialista.
La sconfitta del movimento operaio torinese fece comprendere meglio la complessità e varietà della società italiana, il fatto che non tutta l’Italia era Torino, ovvero “occidente”, moderna società industriale massificata e caratterizzata dalle concentrazione di masse operaie della grande fabbrica, tendenzialmente unitarie sotto il profilo della mentalità, degli interessi e della disciplina; ma fece comprendere anche i limiti del Partito socialista italiano, rivoluzionario a parole ma immobilista, diviso e confusionario nei fatti. Dalla consapevolezza di tali limiti nasceva la spinta a formare subito un partito comunista anche in Italia, accettando la leadership di Amadeo Bordiga, da cui Gramsci era pure per tanti versi distante. E dalla sconfitta del movimento operaio e socialista nel “biennio rosso” nacque anche la drammatica fase della reazione fascista e la sconfitta storica che subì il movimento operaio italiano.
La qual cosa provocò un ripensamento profondo in Gramsci e lo predispose a fare proprio l’insegnamento dell’ultimo Lenin sulla possibilità di una rivoluzione immediata in Occidente con le stesse modalità della Rivoluzione d’Ottobre.
Dal suo partito Gramsci era stato infatti inviato nel giugno 1922 a Mosca, come rappresentate italiano presso l’Internazionale comunista. Nel “Paese dei Soviet” risiedette fino alla fine del 1923, per poi spostarsi a Vienna e fare ritorno in Italia nel maggio 1924. Iniziò a Mosca una fase di conoscenza più profonda del pensiero di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, allora – finita la guerra civile – impegnato nel tentativo di edificazione di una inedita società socialista negli anni della riscoperta di una certa gradualità: la Nep, la Nuova politica economica, che cercava di recuperare un rapporto di alleanza coi contadini, fortemente compromesso negli anni della guerra civile e del “comunismo di guerra”.
Venuta meno la speranza di una subitanea rivoluzione in Occidente, e maturata la convinzione di una capacità di resistenza del capitalismo ben superiore alle prime ingenue speranze e previsioni, Lenin rilanciò la politica del “fronte unico”, ovvero dell’alleanza coi socialisti contro le forze borghesi. La lezione che veniva dall’ultimo Lenin era quella di una crisi capitalistica che non necessariamente avrebbe assunto dimensioni “catastrofiche”, dando inizio a un vittorioso processo rivoluzionario.
Fu a partire da Lenin che Gramsci maturò la convinzione che in Occidente non si potesse “fare come in Russia”, poiché (scriveva da Vienna ai compagni a lui più vicini, in gran parte gli stessi dell’Ordine Nuovo, con cui su incarico del Comintern si proponeva di creare un nuovo gruppo dirigente del partito, fuori dalle secche dell’estremismo bordighiano)
la determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all’assalto rivoluzionario, nell’Europa centrale ed occidentale si complica per tutte queste superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l’azione delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complesse e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 191730.
Già nel 1924 Gramsci aveva maturato in nuce alcuni dei temi (guerra di posizione, egemonia) che sarebbero stati centrali nei Quaderni31. Iniziò sotto la guida di Gramsci (e grazie all’autorità indiscussa dell’Internazionale, che lo appoggiava) un vero e proprio periodo di rifondazione gramsciana del Partito comunista d’Italia, che culminò nel suo III Congresso, svoltosi a Lione nel gennaio 1926.
 
La “rivoluzione del concetto di rivoluzione”
Passando per tutte queste vicende storiche drammatiche, negli anni che vanno dal 1917 e poi dal 1921 fino al 1926, anno in cui viene arrestato, Gramsci giunse certo a un ripensamento complessivo del suo bagaglio teorico giovanile. Alcuni fili del quale, e non secondari, sono riscontrabili anche nella trama delle opere del carcere, ma inseriti in un quadro d’insieme per molti aspetti diverso. Alla volontà rivoluzionaria, nel Gramsci maturo si affianca la conoscenza della situazione il più possibile oggettiva, l’analisi minuziosa, storica e sociale, del terreno (soprattutto nazionale) su cui si svolge la lotta. Questa analisi, applicata alla realtà italiana prima e all’Occidente capitalistico poi, portava alla conclusione della non ripetibilità di una rivoluzione di tipo sovietico.
Gramsci in carcere, in altre parole, giunge a mettere a fuoco la differenza morfologica tra Oriente e Occidente, e di conseguenza tra guerra di movimento e guerra di posizione33. E giunge ad affermare che la Rivoluzione russa è l’ultima rivoluzione di stampo ottocentesco, l’ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa o nel mondo avanzato. La formulazione di questo fondamentale passaggio avviene nel Quaderno 7, in una nota intitolata proprio Guerra di movimento e guerra di posizione, databile34 nel novembre-dicembre 1930:
Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, dove, come osserva Krasnov, in breve spazio gli eserciti potevano accumulare sterminate quantità di munizioni, dove i quadri sociali erano di per sé ancora capaci di diventare trincee munitissime. Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» che corrisponde alla concezione di un solo fronte dell’Intesa sotto il comando unico di Foch. Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte.
In Occidente, la moderna struttura della società di massa, la compenetrazione nuova tra Stato e società civile, il peso e l’importanza degli apparati della formazione del consenso sono tutti fattori che portano il rivoluzionario sardo a rivoluzionare profondamente il concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica che dello stesso egli aveva avuto nel suo periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, e a volte stereotipata, della tradizione marxista e leninista. Non perché Gramsci fuoriesca dal marxismo o dalla tradizione rivoluzionaria, con un approdo classicamente riformista – come pure a volte è stato sostenuto.
La volontà (rivoluzionaria), la volontà collettiva indispensabile per la trasformazione sociale e politica, non viene meno, ma essa ora parte dall’assunto della necessità della conoscenza del nuovo terreno in cui si è chiamati a operare e si fa banditrice di quella che Gramsci chiama una «riforma intellettuale e morale».
La volontà di cambiamento non perde comunque il suo ancoraggio di classe, il suo cuore nel mondo economico e dei rapporti sociali. La domanda fondamentale che Gramsci si fa nei Quaderni è infatti la seguente: «come nasce il movimento storico sulla base della struttura»36. Sulla base della struttura, scrive Gramsci, che affonda la sua teoria della rivoluzione ben salda nel terreno dei rapporti economico-sociali, ma ne indaga soprattutto gli aspetti “sovrastrutturali” e la loro “autonomia relativa”, poiché vede tutta la complessità dell’azione politica, tanto più nell’epoca moderna: rifiuta le concezioni economicistiche fondate sul binomio crisi economica-rivoluzione (che erano state alla base del marxismo della Seconda Internazionale, ma che anche la Terza Internazionale aveva fatto proprie); individua come fondamentali gli apparati pubblici e privati che formano il senso comune diffuso; sottolinea l’importanza delle trasformazioni molecolari; e ritiene decisivo lanciare la sfida della conquista del consenso. Sottolinea cioè l’importanza decisiva di una elaborazione culturale e ideologica che sappia offrire una nuova e persuasiva «concezione del mondo», che sappia formare un nuovo senso comune di massa – sempre però a partire da quella lettura della società divisa in classi che aveva appreso da Marx e a partire dalla necessità di quella capacità di iniziativa politica che aveva imparato da Lenin.
È una concezione che, mettendo in rilievo l’importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, del «progresso intellettuale di massa», pone le premesse per una lotta politica democratica, compatibile con la strategia della conquista dell’egemonia.
1926
Nel 1926 si era intanto avuto, alla vigilia dell’arresto di Gramsci a Roma, il famoso scambio epistolare con Togliatti a Mosca37. In esso, nella sua prima lettera38, Gramsci dichiarava di aderire alla linea della maggioranza del Partito comunista russo (di Stalin e Bucharin), a cui il partito italiano era più vicino perché essa continuava a sostenere per il momento39 la politica leninista di alleanza con i contadini; ma metteva in guardia contro le modalità con cui veniva condotta la lotta contro la minoranza di Trockij, Zinov’ev, ecc., modalità che – unitamente alla rottura dell’unità della “vecchia guardia” leninista – minavano la credibilità di tutto il gruppo dirigente comunista mondiale. Gramsci esprimeva in sostanza preoccupazione per il fatto che le masse non avrebbero capito i termini di un conflitto tanto violento, e preoccupazione per il futuro stesso del movimento comunista internazionale.
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l'intero saggio e le relative note (qui espunte) sono reperibili in
 
 

martedì 3 ottobre 2017

ISTVAN MESZAROS, INTELLETTUALE MARXISTA CRITICO


István Mészáros (19 dicembre 1930 – 1 ottobre 2017),

allievo di Georg Lukács, critico del capitalismo, ha voluto aggiornare l'analisi delle forme e delle strutture del neocapitalismo (vedi per ultimo il suo "Oltre il capitale", edito in Italia da Punto Rosso); critico del socialismo dell'est e delle politiche staliniane, in questo marcando differenze dal suo maestro, ha scritto un libro a mio parere straordinario sulla categoria di alienazione in Marx, ancora non tradotto in Italia dal 1970. Si farebbe bene a farlo. Anche la striminzita voce su Wikipedia non è stata tradotta in italiano. Ad maiora, István. (fe.d.)




mercoledì 27 settembre 2017

ELLENISMO (2) in critica d'arte -- IL GALATA MORENTE E LE MADRI DELL' UMANITÀ (Dublicius)


è, a mio parere, un capolavoro assoluto di tutti i tempi. Attribuibile ad un artista geniale, Epigonos di Pergamo, dell'omonima scuola "barocca" della meravigliosa città dell'Asia Minore, capitale dell'Ellenismo durante la dinastia degli Attalidi, la scultura sta alla pari della Pietà michelangiolesca. Non è solo la sofferenza di un eroe di guerra, pur piegato e sconfitto, ma che promana dignità e orgoglio, il sentimento prevalente. Esso, il GALATA che muore, è il tramonto di una civiltà intera, quella classica greca, quella della potenza delle polis che avevano piegato persino il MOLOCH persiano. Ma al tramonto politico e civile, corrisponde la massima diffusione della cultura di quella civiltà, la sua eternità umana nella imperitura memoria del tempo. Le splendide forme del GALATA infatti sono classiche, riconducibili, con stile ricamato e generoso, a Prassitele, a Policleto, allo stesso Fidia. L'eroe è nudo, è tutto umano, la sua pena non ha più la consolazione degli dei. È pietà, ma profana, laica, umanistica, senza il filtro simbolico-religioso di Michelangelo.
Non c'è madre in questa scultura: eppure questo è il figlio pianto da tutte le madri, perché la madre odia la guerra, la madre dona la vita. (Dublicius)



ELLENISMO (1) in poesia (Dublicius)

LE TERRAZZE DI PERGAMO
da qui si scruta il mondo, Epigonos, e gli stenti degli uomini appaiono nel tuo morente Galate -
cosi' l'Attalide trovò la strada,
tra monumentali e simboli gai
il sole è alto, le scalinate lo sfiorano,
ma quando l'astro si fa scuro,
Pergamo muore, cuore del mondo.
(Dublicius)
IL FARO DI ALESSANDRIA
Alza il tuo sguardo al cielo, viandante,
cio che tu vedi è luce, è fiamma perenne
che taglia l'orizzonte oscuro.
Ma oscura è la sorte dei tempi
ancora, e per mille anni ancora.
Eternita' non c'è per chi vive in terra,
ma quando la tempesta del mare si cheta,
vive ancora Alessandria e sempre, per la sua immensa luce.
@Dublicius



CONTRO I DOGMATICI


Πρὸς δογματικούς (Contro i dogmatici)
i nostri ideali non sono religione, non si nutrono di dogmi, amano i simboli ma non ne rendono feticci reificati, i nostri ideali si rinnovano ogni giorno, saldamente ancorati alla memoria, i nostri ideali vivono nelle azioni e nella prassi di coloro che li alimentano con determinazione e coerenza.
[ferdinando dubla]


giovedì 21 settembre 2017

Contro la TECNO-DIDATTICA ANTIPEDAGOGICA


un saggio di Rossella Latempa chiarisce metodi e finalità della "filosofia" della scuola inverata dalla legge 107, un'ingegneria mercatista al servizio delle classi dominanti e del loro disegno privo di ogni spessore culturale, che relega ai margini la didattica disciplinare dei contenuti a favore di metodologie tecnocratiche antipedagogiche, e che, con linguaggio anglosassone, nascondono una sterilità inefficace. (fe.d.)

[estratto]

Di percorsi abbreviati, alunni competenti e insegnanti efficaci: cosa significa educare oggi?


La vecchia Scuola fa acqua da tutte le parti. E’ lontana dal mondo dell’impresa, ha gli insegnanti più vecchi d’Europa, è fondata su saperi teorici e astratti, è sostanzialmente “analogica e cartacea”. Per fortuna, le competenze, il digitale e l’innovazione la salveranno. Attorno alle competenze e alla necessità di innovare si è costruito un vero e proprio racconto. Bisogna garantire un set di “saperi utili per la vita” (competenze di cittadinanza), che assicurino flessibilità ed employability. Ciò che conta è imparare ad imparare, saper apprendere sempre, per risultare vincitori nello struggle for life. Cosa e come si insegnerà nella scuola del XXI secolo? Le distinzioni disciplinari perderanno significato. Basterà fornire i saperi essenziali e sviluppare le giuste skills per ricercare e selezionare informazioni in rete. Eppure, problem solving and finding, Inquiry based learning, sono maquillages anglofili su pratiche che risalgono all’Accademia di Atene e che qualsiasi insegnante consapevole utilizza con gli obiettivi e i linguaggi specifici della propria disciplina. La pedagogia “del successo” è quella che crea ambienti, attività, metodi di apprendimento focalizzati su competenze utili per la vita. Da questa visione fluida e protesa al futuro scompare l’orizzonte di senso. Perché, a quale scopo tutto questo, qual è la nostra destinazione. L’educazione è innanzitutto una pratica morale e politica. E come tale necessita di una definizione delle sue finalità, prima che della sua efficacia. Efficace per cosa?
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  • Scuola trasmissiva vs scuola significativa
E’ una semplificazione, una parodia, quella che contrappone sapere inerte (=vecchio modello di insegnamento) a sapere vivo (=approccio per competenze). Il modello di insegnamento/apprendimento “attivo” dei recenti “compiti autentici” e delle rubriche di competenza, così come spesso vengono adoperati da chi corre ad innovare, si traduce in una caricatura della pedagogia attiva di lungo corso. Esattamente come è caricaturale la descrizione della “classica” lezione frontale -con l’insegnante che “trasmette” ad una certa frequenza e gli allievi sintonizzati altrove – rispetto a ciò che realmente è già oggi un’ora di lezione “tradizionale”. Sono anni che l’insegnamento è riflessione sulla costruzione della conoscenza, sulla sua attualizzazione nel vissuto, coinvolgimento critico dell’allievo e contaminazione tra discipline e con il reale. Problem solving and finding, Inquiry based learning, sono maquillages anglofili su pratiche che risalgono all’Accademia di Atene e che qualsiasi insegnante consapevole utilizza con gli obiettivi e i linguaggi specifici della propria disciplina, declinati a seconda della propria indole, del contesto e dei tempi ritenuti adatti. Le pratiche di rendicontazione e capitalizzazione dell’attività svolta rappresentano l’unico vero dato di novità introdotto dalla logica riformatrice.
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Cosa significa educare oggi? 
Oggi l’idea comune è che la formazione più efficace sia rapida, innovativa e flessibile. Il miglior insegnante è quello che muove i suoi allievi verso pochi e utili obiettivi, verso quell’identità (duttile) del life long learner. La pedagogia “del successo” è quella che crea ambienti, attività, metodi di apprendimento focalizzati su competenze utili per la vita. Da questa visione fluida e protesa al futuro scompare l’orizzonte di senso. Perché, a quale scopo tutto questo, qual è la nostra destinazione. L’educazione è innanzitutto una pratica morale e politica. E come tale necessita di una definizione delle sue finalità, prima che della sua efficacia. Efficace per cosa? L’apparente ineluttabilità della learning society dipinta dall’attuale agenda politica ed economica – che, dunque, serve ad un particolare segmento dominante della società – descrive l’apprendimento come un atto di adattamento alla complessità. Adattamento che deve avvenire senza nemmeno decidere se e perché ci si debba adattare. L’idea che la Scuola debba connettersi con il mondo esterno, non essere un luogo “altro” e appartato, può essere condivisa nella misura in cui la Scuola non si limiti ad assumere la struttura del mondo, ma a metterla in discussione. Gli studenti, ancorché “apprendisti” devono essere “attrezzati” ad agire in base alle proprie idee, a contestare responsabilmente lo stato di cose, a saper intervenire sulla società per cambiarla, non per riprodurne logiche e dinamiche. L’educazione non è una questione individuale. La conoscenza nasce dalla “perturbazione” provocata dall’Altro (l’adulto, il Maestro) in un contesto collettivo (la classe) e sociale (il territorio). Non si apprende solo per lavorare. Si impara a diventare qualcos’altro. Per questo gli insegnanti pubblici devono resistere e continuare ad affermare il diritto dei giovani di sognare.
Rossella Latempa, da

mercoledì 20 settembre 2017

SCUOLA/ Se ingozza i giovani di attività e uccide in loro la voglia divivere


Oggi la scuola ha di mira la saturazione del tempo degli studenti, attraverso una miriade di progetti e offerte che non rispondono in realtà a nessuna domanda. 

di VALERIO CAPASA
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Pubblicazione: mercoledì 13 settembre 2017
Asfissia. È proprio asfissia quella che si prova mentre gli insegnanti, nei giorni di settembre prima che cominci l'anno scolastico, pianificano e pianificano la vita dei ragazzi. Non si sa perché, ma il destino vuole che i loro pomeriggi siano occupati da: alternanza scuola-lavoro, certificazioni di inglese, progetti Pon, progetti Ptof, progetti lettura, corsi di teatro, cineforum, gemellaggi, scambi culturali, settimane della scienza, giornate dell'arte, open day, open night, esperienze di volontariato. Mi manca l'aria. E mentre uno dopo l'altro i colleghi si propongono come referenti per questi progetti, I have a dream: istituire un comitato per la salvaguardia dei cazzi propri degli adolescenti. Per difendere la loro vita da un esercito di donneprassede che pretendono di tracciare la strada degli altri, e tornare a una sana alternanza scuola-vita personale. 
Non metto in discussione che l'inglese sia indispensabile per il futuro, e che l'alternanza ci sia imposta per legge, e lo so anch'io che le tournée degli autori propagandati dalla Feltrinelli sono altissima letteratura, e che dentro ogni scuola si nasconde un X-Factor di attori, cantanti e giullari. Metto solo in discussione che la scuola voglia offrire risposte bellissime a domande che però nessun ragazzo le fa. Metto in discussione che non serve a niente conquistare certificazioni, esperienze e il mondo intero se poi uno perde se stesso. Insomma, prima bisogna guardare in faccia un ragazzo, poi intercettare le sue domande, e solo dopo fargli una proposta adeguata. Ora invece funziona al contrario: prima si prende il contenitore, poi lo si riempie di un contenuto, poi si impone a qualcuno di utilizzare quel contenuto. Esce il bando per ottenere i finanziamenti europei dei Pon, quindi bisogna fare un progetto x entro la data y, poi bisogna propinarlo ai ragazzi per esempio delle terze, visto che le quarte fanno già il progetto q e il progetto k. Gli insegnanti somigliano ad acquirenti che, gironzolando a vuoto per un supermercato, vedono un frigorifero portatile a un prezzo conveniente: che fai? non te lo compri? Dopo averlo acquistato, già che ce l'abbiamo, bisognerà pur riempirlo: compriamoci prosciutti e succhi di frutta e mozzarelle e angurie, e andiamocene in giro. Aspetta... chi se la deve mangiare tutta questa roba? 
Siamo sicuri che ingozzare gli adolescenti di attività serva davvero? Non rischiano l'obesità? Non perderanno la leggerezza? Anziché crescere forti, vomiteranno. E come te lo spiegheremo, fra qualche anno, che dopo tutta quest'alternanza non trovi lavoro e dopo tutte queste presentazioni di libri non hai voglia di leggere e che il tuo amico senza il B1 e che "non parla neanche bene l'italiano" fa più soldi di te? Ma anche senza voler fare le cassandre, ridiscutiamo il presente. E lasciamo ai ragazzi i pomeriggi: in cui possono studiare, per esempio. Bisognerà pur farlo, per non crescere deficienti. Ma proprio studiare studiare: senza che alle 16 si debba per forza tornare a scuola per la conferenza sull'argomento qualsiasi che assicura di non essere interrogati il giorno dopo. Lasciamoli studiare, senza sovraccaricarli: fuck off anche all'inglese. Che studino, e che abbiano il tempo di decidere con la loro testa se fare teatro o volontariato o calcio o violino o leggere o annoiarsi. La scuola con la sua ingerenza nei pomeriggi degli adolescenti assume una natura totalitaria: pretende infatti di diventare l'orizzonte assoluto della vita dei ragazzi, sforando dal suo recinto e imponendosi come una nuova Chiesa o una mamma surrogata. 
Io avrei più pazienza. Proviamo a fare bene il nostro mestiere la mattina. Se io insegno bene italiano, se guardo da uomo a uomo un mio alunno, può anche darsi che un giorno sia lui a domandarmi di vedere un film veramente bello, o che mi chieda un libro da leggere, o voglia andare a teatro, o mi racconti che quanto facciamo la mattina lo aiuta a mettere l'anima nella pallavolo o nel pianoforte. E allora, anche per uno solo (sì, per uno! non per un branco!), inviteremo un certo autore a presentare un libro, oppure organizzeremo un determinato corso, oppure formeremo una compagnia teatrale. Quando, insomma, qualcuno avrà fame davvero, allora andremo a comprare da mangiare, e poi cercheremo anche un frigorifero portatile. Non si può, mi dicono: è necessario organizzare le cose per tempo, trovare i fondi, partecipare ai bandi, scrivere progetti. Sì, ma a spiare i bisogni dei ragazzi, chi ci pensa? Non puoi coltivare un terreno in continuazione: mai sentito parlare di maggese? È miope bearsi della partecipazione coatta a qualche progetto senza aspettare che un terreno ritrovi la sua fertilità, che la radice di un'anima sia toccata, che un ragazzo faccia un primo passo da uomo libero. Due millenni non sono bastati per dare ragione a Plutarco: "i ragazzi non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere".