le lenti di Gramsci

venerdì 13 aprile 2018

L’irriducibilità dell’oggetto


Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

di Stefano Petrucciani
fonte: Il Manifesto, 13 aprile 2018

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.
Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato. Gli interpreti di scuola francofortese, infatti, non contaminavano Marx con esperienze culturali eterogenee, ma lo leggevano in stretta connessione con tutta la vicenda dell’idealismo tedesco tra Kant e Hegel, cioè lo riportavano a quello che era stato veramente il suo terreno di formazione, i dibattiti e le polemiche dentro la scuola hegeliana e l’uso che si poteva fare del pensiero del grande maestro.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di una lettura francofortese di Marx? Cerchiamo di chiarirlo in poche parole. I maestri della Scuola di Francoforte, come Horkheimer e Adorno, non avevano scritto libri su Marx; avevano cercato piuttosto di interpretarne creativamente il pensiero. Ma la lettura dell’autore del Manifesto che era presente nei loro testi suscitò, negli anni Sessanta, nel contesto dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, un nuovo approccio dialettico a Marx e al Capitale, dal quale scaturirono alcune opere e linee di ricerca che meritano ancora oggi di essere studiate con attenzione.
Tra i frutti migliori di quella stagione ci furono il lavoro di Reichelt sulla Struttura logica del concetto di Capitale (recentemente riproposto da manifestolibri), gli scritti del prematuramente scomparso Hans-Jürgen Krahl, gli studi di Alfred Schmidt e di Hans-Georg Backaus. I testi di questi ultimi due sono oggi nuovamente disponibili per il lettore italiano grazie al meritorio lavoro di Riccardo Bellofiore, che ha introdotto una nuova edizione del miglior libro di Schmidt (Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, pp. 302, euro 20) e che ha curato, con Tommaso Redolfi Riva, una summa degli studi di Backhaus (Ricerche sulla critica marxiana dell’economia, Mimesis, pp. 416, euro 28), considerato l’iniziatore di quella che i tedeschi chiamano la Neue Marx-Lektüre, cioè un nuovo modo di leggere i testi marxiani.
Al di là della denominazione un po’ pomposa, la sostanza del discorso è abbastanza chiara: il Capitale non deve essere letto come una nuova o migliore teoria economica, ma come una critica delle categorie economiche, a cominciare da quelle di valore e denaro; mentre l’economia borghese le assume come date, Marx sviluppa dialetticamente, usando gli strumenti che gli derivano da Hegel, la loro genesi e le loro contraddizioni interne. E giunge così a mostrarne il carattere feticistico: è l’economia borghese che assume come feticci, come dati, come cose, delle categorie economiche che sono in verità il risultato di un processo di sviluppo, e che come tali hanno una loro genesi e un loro tramonto. Il nucleo del Capitale è lo svelamento di questo feticismo, cioè il mostrare come quelli che si presentano come dati o leggi dell’economia siano in realtà il risultato di rapporti sociali e conflittuali tra gli individui e le classi, superabili e non eterni.
Backhaus mostra come il sistema delle categorie economiche venga sviluppato in Marx attraverso un metodo dialettico che riprende per molti aspetti essenziali quello hegeliano. Non del tutto però, perché quella del Capitale di Marx non è una totalità compiuta come quella hegeliana, ma una totalità ancora contraddittoria, e dunque insidiata dal suo tramonto.
Proprio su questo, allora, si può innestare una riflessione come quella che Schmidt sviluppa nel suo Concetto di natura in Marx. Il punto lo aveva fissato chiaramente già il pensatore di Treviri nella famosa Introduzione del 1857, non pubblicata, a Per la critica dell’economia politica. Per il Marx della Introduzionela totalità concreta (il che vuol dire: concettualmente elaborata) è certamente un prodotto del pensiero, ma non «del concetto che genera se stesso», quanto piuttosto «dell’elaborazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazione». La ricostruzione in concetti della realtà sociale come totalità contraddittoria è pur sempre (ed è qui che Marx si volge contro Hegel) il lavoro interpretativo di una mente che si misura con un oggetto reale che sta fuori di essa. Che rimane, come scrive Marx, «saldo nella sua autonomia fuori della mente». Il pensiero è attività di decifrazione che si esercita su qualcosa di altro, di non riducibile: l’oggetto o, come anche si può dire, la natura.
Su questo punto insiste il lavoro di Schmidt, profondamente segnato dall’insegnamento sia di Horkheimer che di Adorno. Da Horkheimer riprende il tema del materialismo e del naturalismo. Di Adorno Schmidt sviluppa, in connessione sempre col tema materialistico, un aspetto fondamentale: il concetto di natura allude a quello che Adorno chiamava il «non-identico»; cioè la realtà che sfugge sempre in qualche modo alla presa del concetto, che non si lascia identificare da esso pienamente e senza residui. E qui è forte il retaggio kantiano, del Kant che aveva insistito sui limiti del sapere che non può conoscere altro che il «nostro» mondo, ma non le cose come sono in se stesse.

Il punto d’approdo al quale coerentemente Schmidt arriva, perciò, è che l’epistemologia di Marx rappresenta una sorta di creativa e originale combinazione del momento hegeliano con quello kantiano. Come si legge nelConcetto di natura in Marx, «tra Kant e Hegel, Marx assume una posizione mediatrice difficilmente definibile. La sua critica materialistica alla identità hegeliana di soggetto e oggetto lo riconduce a Kant, anche se Marx non torna a concepire l’essere non-identico con il pensiero come una inconoscibile cosa in sé». Marx per un verso mantiene, contro Hegel, la tesi kantiana della non-identità di soggetto e oggetto.
Per altro verso però, schierandosi con Hegel contro Kant, sostiene che i due poli non hanno niente di statico, ma interagiscono e si modificano reciprocamente nel processo storico: noi cambiamo il mondo con le nostre azioni e questo retroagisce sui nostri modi di pensare. Seguendo Hegel, Marx storicizza le categorie kantiane; andando oltre Hegel, connette più strettamente le trasformazioni dei modi di pensare con quelle del lavoro e dei rapporti sociali.

Per concludere con una nota più leggera bisogna ricordare che la prima edizione italiana del libro di Schmidt uscì nel 1969 per Laterza con una prefazione di Lucio Colletti. Colletti apprezzava molto il lavoro di Schmidt, perché credeva anche lui che si dovesse recuperare il lato kantiano di Marx; ma nutriva un’antipatia assoluta per Adorno e per i francofortesi; e cercava dunque, nella sua prefazione, di sganciare Schmidt dai suoi maestri. Ma si trattava di un’operazione fallimentare perché, come è evidente a chi legga con attenzione, la «natura» di Schmidt e il «non-identico» di Adorno sono concetti che, in ultima istanza, prendono di mira esattamente la stessa questione.








mercoledì 11 aprile 2018

CON LULA


CON LULA, contro lo squadrismo giudiziario e poliziesco orchestrato dalle oligarchie. Senza se e senza ma. (fe.d.)

L'esito tragico e autoritario di questa vicenda, che sta buttando un enorme Paese sull'orlo della guerra civile, era ampiamente prevedibile nel 2016. Ora questo fatto appare innegabile, sebbene allora più di uno non volle vedere e, tra un distinguo e l'altro, si rifiutò di parlare di Golpe. Ma è di questo che si tratta, seppure con le forme nuove di una realtà caratterizzata da un elevato sviluppo della società civile e dunque degli apparati privati di egemonia delle classi dominanti. Gramsci, nel Quaderno 13, lo chiarisce bene: per imprimere una svolta reazionaria negli equilibri passivi di un Paese moderno sul piano degli apparati egemonici, non è necessario un Golpe militare di tipo tradizionale. Piuttosto torna centrale la funzione preventiva e politica della polizia e degli apparati giuridici, unitamente al controllo monopolistico degli organi preposti alla formazione dell'opinione pubblica.
Gianni Fresu, Professor presso Universidade Federal de Uberlândia, 9 aprile 2018



sabato 7 aprile 2018

I COMUNISTI E POTERE AL POPOLO


di Luca Cangemi per Marx21.it
stralcio dal contributo del compagno Luca Cangemi, della segret. naz. PCI, alla discussione aperta in Marx21.it sul risultato delle elezioni del 4 marzo scorso.

I comunisti debbono assumere il processo di Potere al Popolo come una possibilità di iniziativa comune della sinistra di classe, nell’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze. Un'analisi della differenza con le esperienze dell'Arcobaleno e di Rivoluzione Civile

Io trovo non solo ingenerosi ma privi di fondamento alcuni ragionamenti che si fanno sul risultato di Potere al Popolo. In particolare l’accostamento alle esperienze compiute dalle maggiori forze comuniste (PRC e PdCI) nelle precedenti elezioni politiche del 2008 e del 2013, Arcobaleno e Rivoluzione Civile, sono chiaramente sbagliate. L’Arcobaleno raggruppava forze che disponevano di potenti gruppi parlamentari, di strutture e di risorse e Rivoluzione civile vedeva tra le sue fila un partito (difficilmente definibile di sinistra) come Italia dei Valori, anch’esso presente in parlamento e dotato di risorse, ampiamente impiegate in campagna elettorale. Se si tengono presenti queste elementari considerazioni un confronto va tutto a vantaggio del (piccolo) risultato di Potere al Popolo. Ma soprattutto va a vantaggio di Potere al Popolo l’analisi del profilo politico e programmatico che, sia pure lontano dalla perfezione, è assai più dignitoso di quelle esperienze. E, aggiungerei, assai migliore di quello della “lista Tsipras”.
Più seria mi sembra la critica di eterogeneità e limiti nelle culture politiche che hanno dato vita all’esperienza di Potere al Popolo, e che in essa sembrano prevalere. Ma questa più che una critica a Potere al Popolo è una critica (giusta e necessaria) al panorama della sinistra di classe nel nostro paese e, volendo esser sinceri, è ancor di più un’autocritica dei comunisti, sulla nostra azione e sulla nostra efficacia. Noto solo che si scelgono (positivamente) due parole Potere e Popolo aspramente vilipese dalla vulgata negriana come d’altra parte, certo, alcune motivazioni del rifiuto della proposta del PCI di inserire falce e martello nel simbolo hanno un indubbio sapore di nuovismo subalterno.
Il punto però vero da discutere mi sembra un altro ed è un punto politico decisivo di fase. È necessario un campo di forze dentro il quale si sviluppi l’iniziativa dei comunisti? E se sì qual è il perimetro che esso deve avere? E come deve essere organizzato questo campo?
Nella pratica politica delle maggior parte delle forze comuniste del mondo questo nodo mi sembra oggi risolto, tanto dove esse sono le forze maggiori di aggregazioni più ampie (Portogallo, India) quanto dove da posizioni di minoranza portano contributi importanti a fronti politico-sociali variegati (Brasile ed altre esperienze latinoamericane) ed anche in situazioni intermedie più complesse (Sudafrica, Spagna).
La costruzione di un campo di forze alternative, diverse per cultura politica e forma organizzata, ma unificate da una piattaforma e capaci di costruire mobilitazione non episodica è una necessità, che attiene non solo ad un minimo di efficacia nell’azione politica quotidiana ma anche alle stesse modalità della ricostruzione di una significativa presenza comunista.
Non possiamo prescindere dalla situazione che ci consegna la fase mondiale post ’89 e la nostra specifica storia nazionale che ha visto prima la crisi e la liquidazione del più grande Partito Comunista d’occidente e poi, nell’ultimo decennio, la marginalizzazione assoluta delle forze che, in qualche modo, a quella liquidazione avevano provato a resistere.
Non si può immaginare una ricostruzione separata e attendista di una forza comunista, che al contrario può rinascere solo nel vivo di un impegno politico quotidiano nel confronto dialettico con ogni soggettività critica. Solo in questo confronto, solo in questo lavoro politico, culturale e organizzativo possiamo provare a trovare le forze che siano in grado di farsi carico della ricostruzione comunista.

In quest’ottica io credo che l’esperienza di Potere al Popolo possa essere un quadro di riferimento importante. Per tre ragioni fondamentali:
1) Essa nasce libera da una serie di ipoteche di collocazione politica che avevano estenuato le forze a sinistra del PD (e più o meno direttamente anche le maggiori forze comuniste). La scelta di piantare una bandiera sulle macerie del Brancaccio segna oltre che una tempestività tattica (qualità non disprezzabile) la volontà di segnare un discrimine necessario.
2) Vi è, al di la di alcuni problemi di linguaggio, una scelta di classe e di centralità della dimensione sociale rispetto a quella civile che è un requisito fondamentale.
3) Emerge una componente giovanile, non giovanilistica, che ha di sé una immagine militante. È questo un elemento nuovo e necessario.
L’invito a valutare le potenzialità dell’esperienza di Potere al Popolo non significa certo avere un atteggiamento acritico. I comunisti debbono assumere questo processo come una possibilità di iniziativa politica, come il terreno (in questo momento oggettivamente il terreno principale) di una loro azione unitaria ma anche come terreno di aperto confronto politico.

I nodi da sciogliere sono numerosi e complessi, ne cito solo alcuni:

1) Va costruita una scelta prioritaria (nella pratica politica e non solo nelle enunciazioni) di impegno contro la guerra. Questa scelta porta con sé una discussione non facile di analisi (concreta) della scena internazionale e apre, inevitabilmente, contraddizioni con idee che si sono sedimentate in larghe parti della sinistra (spesso anche per grave deficit di conoscenze).
2) È particolarmente urgente definire una posizione chiara e mobilitante (ancora lontana) sull’Unione Europea. Una posizione che rappresenta un elemento essenziale della fase politica, anche in vista delle elezioni del Parlamento Europeo.
3) L’identità di classe va declinata in un ragionamento più articolato sulle forme di organizzazione ed intervento. In particolare evitando semplificazioni sul Sindacato e avviando esperienze di unificazione politica delle lotte.
4) È necessario costruire un’analisi e una proposta politica sulla fase successiva al 4 marzo, superando un atteggiamento propagandistico.
5) Va esplicitamente sconfitta ogni tentazione di trasformare Potere al Popolo in un partito. Va invece riconosciuta l’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze e costruita con pazienza e responsabilità una capacità d’iniziativa e di approfondimento comune, valorizzando le diverse pratiche e puntando a mediazioni alte sulle questioni politiche decisive.

Tutto il ragionamento fin qui sviluppato pone seri problemi di riflessione autocritica e di prospettiva rispetto all’esperienza che abbiamo condotto negli ultimi anni, nel tentativo di ricostruire una forza comunista. Di questo dovremo parlare nei prossimi mesi.

fonte e articolo integrale in



venerdì 6 aprile 2018

RAPPRESENTANZA E POTERE POPOLARE


 Guido Liguori su Il Manifesto del 6 aprile 2018

Potere al Popolo deve trasformarsi in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione

Non intendo tornare sul risultato del 4 marzo, ma non credo sia utile dimenticare il monito che da esso viene. La situazione resta fluida, le capacità dei vincitori di oggi son tutte da dimostrare, e non scommetterei che conserveranno i loro voti nei prossimi anni. Ma non voglio negare la gravità della nostra sconfitta. E non si tratta solo della sconfitta delle sinistre, ma della sconfitta della rappresentanza stessa e dunque della democrazia.
LA POLITICA TUTTA e il Parlamento in primis hanno perso autorevolezza per l’incapacità del ceto politico di autoriformarsi, rinunciando ai suoi privilegi. Le cittadine e i cittadini sono scoraggiati sulla possibilità di incidere sul destino della collettività.
Votano per protesta le forze dell’antipolitica perché vedono la situazione in continuo peggioramento, economicamente e politicamente. Credo sia oggi necessario rispondere a questa crisi, la cui gravità va al di là del dato elettorale. La mia idea è che – oltre a farci portavoce dei bisogni dei settori popolari della società – sia inevitabile ripensare le forme stesse della rappresentanza e della partecipazione, senza le quali l’azione della sinistra anticapitalista sarà poca cosa.
Queste esigenze possono incrociare il processo di crescita e di rilancio di Potere al Popolo, senza escludere forze politiche e compagne e compagni che non hanno votato questa lista. Sarebbe sbagliato se essa pensasse di trasformarsi in un partito o in una federazione di fatto.
VORREI VEDERE nella bella esperienza di Potere al Popolo un processo che si evolve in direzione opposta, nella direzione della sua trasformazione in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, come si diceva negli anni settanta, che tentasse di includere sempre più esperienze e cittadine e cittadini, fino a formare un potere diffuso che dia visibilità a chi non ne ha, e lo faccia contare. Occorre organizzarlo, questo popolo, in maniera duratura, non solo nel giorno delle elezioni (prova che certo non va elusa): per questo la lista dovrebbe trasformarsi in una rete di Consigli o Comitati che non si contrappongano al Parlamento, ma che cerchino con esso un dialogo, un intreccio, un rapporto conflittuale anche, per creare un circolo virtuoso tra democrazia di base e democrazia parlamentare, per fare arrivare in modo continuo e organizzato ai poteri legislativo ed esecutivo la voce della società. Per ridare credibilità e nuova linfa alla rappresentanza.
TERRITORI DA ESPLORARE, strade da costruire, in un panorama di macerie. E il lavoro non sarà né breve né facile. La esplorazione in questa direzione non mi pare però in contrasto con quanto uscito dall’ultima assemblea di Potere al Popolo. Lì si è detto «creare case del popolo», senza forse tener abbastanza conto che già esistono. Si chiamino questi luoghi da costruire come si vuole, ma che siano esplicitamente il nucleo di un potere dal basso, che conquisti pian piano un ruolo consultivo e poi anche deliberativo accanto alle istituzioni esistenti. Comitati o Consigli di base che eleggano i loro delegati, per dar vita a Comitati di zona o cittadini, e così via, fino a forme di raccordo ancora più ampie. Vorrei insomma che questa esperienza divenisse il nucleo di un nuovo potere democratico che si espande, che organizza tutte e tutti coloro che vogliono far sentire la propria voce. Che rappresenti pian piano fette crescenti di territorio e di popolazione.
LE FORME E I MODI son tutti da trovare. Ma fondamentale è lo spirito con cui questa proposta dovrebbe essere portata avanti: senza settarismi, senza puerile spirito di rivalsa. Non si tratta di fare un partito (ce ne sono già diversi, e l’esperienza ci dice che nessuno rinuncia facilmente alla propria identità, anche perché le differenze sono reali) o un “interpartiti”, ma di dare davvero la parola al popolo: ai Comitati o Consigli che dovranno sorgere nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei paesi, nelle università. Per discutere insieme problemi e programmi, per ragionare insieme delle ipotesi nuove e possibili di redistribuzione del lavoro e del reddito.
NÉ LE CASE DEL POPOLO o Consigli o Comitati devono essere solo questo, bensì anche luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione di persone che insieme risolvono i problemi della convivenza locale (ambulatori, socialità, contrattazione di lavoro con gli enti pubblici, pulizia e sicurezza delle strade, ecc.) per accumulare prestigio, fiducia, potere popolare.
I partiti esistenti che accettano tale progetto non devono sciogliersi, ma ripensare la loro funzione in questo orizzonte. E continuare a essere soggetti che sostengono il progetto della democrazia diffusa, del potere al popolo, che educano in questa direzione, che alimentano le ragioni di una nuova rappresentanza.
No, certo, non siamo nel «biennio rosso», anzi. Ma la crisi della politica è così profonda che essa stessa ci dà possibilità inedite.
Se sapremo leggere la realtà e percorrere con coraggio vie nuove».




martedì 20 marzo 2018

POTERE AL POPOLO RIPARTE


servizio di Adriana Pollice su Il Manifesto, 20/03/18
(Integrale)
Teatro Italia strapieno domenica a Roma, folla anche all’aperto, per l’assemblea di Potere al popolo, la prima dopo il voto del 4 marzo. Almeno duemila i partecipanti, più numerosi del primo incontro di quattro mesi fa. Sul palco sale Viola Carofalo, portavoce della lista nata dall’esperienza dell’Ox Opg Je’ so’ pazzo di Napoli, e la sala le tributa una standing ovation. Tutti in piedi a intonare «lottare, creare, potere popolare!». Una lacrima scappa, una battuta («adesso basta se no si capisce che vi ho pagato») e l’assemblea può cominciare con l’analisi del voto: dove ci sono nuclei attivi nelle comunità di riferimento, Pap si è attestata intorno al 4,5% ma dove non sono conosciuti la media precipita, il risultato finale su base nazionale si ferma all’1,13%.
In platea l’età media è 30 anni,alla fine gli interventi saranno cinquanta. Tra il pubblico tre dei volti noti che hanno sostenuto Pap: il regista Citto Maselli, il cantautore Paolo Pietrangeli e l’allenatore Renzo Ulivieri. Tra i relatori, un rappresentante del Partito comunista della Repubblica popolare di Donetsk. Presenti in sala esponenti della comunità curda. Intervengono dal palco i rappresentanti dei partiti che hanno aderito a Pap per annunciare che rimarranno nel progetto. Così afferma, ad esempio, il segretario del Pci (ex Pdci) Mauro Alboresi. L’ex segretario Fiom Giorgio Cremaschi, a nome di Eurostop, sottolinea: «Pap resta in campo come soggetto autonomo». Il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, spiega: «Continuiamo a sostenere il progetto di Potere al popolo. Il risultato elettorale non ci scoraggia ma anzi ci motiva a insistere per un’alternativa di sinistra, che sia radicale e punti sulla solidarietà, di fronte al razzismo dilagante nelle altre proposte politiche».
Sul tavolo c’è il tema di come proseguire nel percorso, il punto su cui sono tutti concordi è la necessità di ripartire dal lavoro sui territori per non trasformare Pap in una lista di scopo da utilizzare per gli appuntamenti elettorali. Le conclusioni spettano a Viola, che dopo un’intera mattinata di testimonianze e confronti, si ripresenta sul palco con la platea ancora gremita: «La parola d’ordine è democraticizzazione: l’assemblea è stata e deve continuare a essere il cuore della decisione, anche se va affiancata da altri strumenti come un forum o una piattaforma internet, per ampliare la partecipazione. Se abbiamo fatto una bella campagna elettorale è perché ci siamo guardati in faccia». Altra parola chiave, spiega, è “esempio”: «Chi ci ha conosciuto e chi ha conosciuto cosa facciamo nei luoghi dove siamo attivi ci ha seguito, per questo esempio e radicamento sono due parole chiave. Facciamo proliferare le case del popolo, vediamoci nelle piazze, nelle abitazioni dei compagni, nei luoghi occupati per praticare mutualismo, solidarietà, antirazzismo, antisessismo. Quando ci dicono “ma chi se ne frega dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo” rispondiamo “interessa a noi”».
Infine, c’è la necessità di coordinare azioni comuni su temi generali e su questo arriva la conclusione di Viola: «Scuola, cancellazione del pareggio di bilancio, accoglienza, reddito e diritti sul luogo di lavoro saranno campagne nazionali, poi ci sono quelle dei singoli territori. Non sono discorsi diversi, vanno solo integrati. Saranno le pratiche a dirci se abbiamo visto giusto. Le parole ci dividono, i fatti ci uniscono e con i fatti vengono le persone. Persone che abbiamo solo dato solo in prestito ai 5S, alla Lega e all’astensione. Ma adesso ce li riprendiamo tutti».

mercoledì 14 marzo 2018

POTERE AL POPOLO E' ANCHE UN LIBRO!


Acquistabile on-line e in libreria

Incredibile cosa accade quando la bellezza e l’entusiasmo si scatenano, quando le persone si mettono insieme unite da un bisogno e da un ideale!
In tempi record e in mezzo a mille casini, siamo riusciti a mettere su anche un libro su Potere al Popolo.

Un istant book che serve a raccontare da dove nasciamo, perché, quale sia il nostro programma.
Un libro che serve a riflettere sull’attuale fase politica in Italia, sul senso della parola “democrazia”, sulla condizione dei lavoratori e dei precari, sulla devastazione ambientale, sulla necessità del mutualismo e del “controllo popolare”.
Un libro che dà un po’ di visione e di orizzonte, e che ci fa per un attimo uscire dall’asfittica politica italiana, per sognare e trasformare il sogno in realtà.
Un libro che mostra a tutti la nostra differenza: non siamo dei politici di professione che aspirano alla poltrona e si mettono insieme per un tornaconto personale, ma una comunità di persone “normali” che si è messa in cammino perché stanca di come vanno le cose, perché consapevoli che possono essere cambiate insieme!
Da lunedì le prime presentazioni in giro per l’Italia: ovviamente continueremo anche dopo, perché Potere al Popolo è nato per restare, è solo all’inizio!

A cura di Alessandro Di Rienzo e Salvatore Prinzi
Con scritti di Simona Baldanzi, Viola Carofalo, Guido Carpi, Luigi de Magistris, Alessandro di Rienzo, Valerio Evangelisti, Giuseppe Ferraro, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Citto Maselli, Jean-Luc Mélenchon, Salvatore Prinzi, Alberto Prunetti, Christian Raimo, Stefano Matteo Valenti, Alberto Ziparo.

Edizioni MOOKS Mondadori – Piazza Vanvitelli, Napoli, 2018.

mercoledì 7 marzo 2018

INSURGENCIA CONTINUA PER IL PODER POPULAR


l’1.13, pari a circa 372.000 voti, non ci consente di entrare in Parlamento, ma ci consentirebbe di lavorare per l’unita’ della sinistra di classe e per la riaggregazione dei comunisti e di tutti coloro che si oppongono, con valori egualitari e mutualistici, alla società capitalista e al suo imperialismo militare e culturale. Le contraddizioni sociali hanno ora un loro punto di detonazione nelle contraddizioni politiche. L’insurgencia deve continuare. (fe.d.)