le lenti di Gramsci

lunedì 29 maggio 2017

LA PEDAGOGIA DELLA RIVOLUZIONE (2) -- IL COMMISSARIATO DEL POPOLO PER L'ISTRUZIONE (NARKOMPROS)


 
Narkompros (Наркомпрос) è l'abbreviazione di Narodnyj Komissariat Prosveščenija (in russo: Народный комиссариат просвещения), che indicava Il Commissariato del Popolo per l'Istruzione. Fu costituito nella Repubblica dei Soviet nel 1917 quale centro direttivo nella sfera dell'istruzione e della cultura. N.K.Krupskaja fu il vice del primo Commissario all'Istruzione, A.V. Lunaciarskij (1875/1933). Nel 1946 il Commissariato prese il nome di Ministero dell'Istruzione pubblica. Nell'URSS ogni Repubblica federata e autonoma avrà un proprio Ministero dell'Istruzione pubblica.
Il primo Atto del Narkompros, Princìpi della scuola unica del lavoro della RSFSR, fu la prima legge sovietica sui princìpi dell'istruzione popolare adottati nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia (RSFSR) e fu emanata il 16 ottobre 1918. In Urss nasceva la trudovaja škola, un sistema scolastico unico, politecnico, laico, gratuito, e obbligatorio. La pedagogia della rivoluzione traeva la sua ispirazione dall'applicazione di Lenin e della Krupskaja, del concetto di "uomo onnilaterale" di Marx, già presente nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, opera in quell'epoca non ancora conosciuta (furono pubblicati nel 1932), traendo prevalentemente le concezioni pedagogiche di Marx dai suoi scritti politici e di critica dell'economia politica. Da qui il politecnicismo, un forte legame tra istruzione e professionalizzazione direttamente produttiva, che doveva sostenere la formazione dell'"uomo nuovo" sovietico, capace di acquisire la scienza e la cultura, cambiarne il segno di classe e, attraverso l'abitudine alla cooperazione e al collettivo, contribuire allo sviluppo della nuova società socialista. (fe.d.)
 
 
 
Anatolij Vasil'evič Lunačarskij fu Commissario del Popolo all'Istruzione della RSFSR e dell'URSS
dall'ottobre 1917 al settembre 1929


lunedì 22 maggio 2017

Guido Liguori: "Gramsci conteso": vent'anni dopo


IL TESTO DELLA RELAZIONE DI GUIDO LIGUORI AL CONVEGNO GRAMSCIANO IL 18 e 19 MAGGIO 2017, ROMA, SU "EGEMONIA E MODERNITA'". 

Il contributo che dovrei cercare di dare in questa sede, nell’ambito di una sezione dedicata alla ricerca e al dibattito italiani sui temi del convegno, si intitola “Gramsci conteso”: vent’anni dopo.
Non è un titolo che ovviamente possa essere svolto in modo esauriente. Tanto più nello spazio di una esposizione orale necessariamente sintetica.
Anche intendendo il titolo come relativo solo al concetto di egemonia, come credo vada fatto, nell’ambito di questo convegno che all’egemonia è dedicato, dico subito che ho inteso il compito che mi è stato affidato non come un invito a ripercorrere pedissequamente il dibattito italiano degli ultimi venti anni (per autori e correnti di pensiero di altri paesi, del resto, sono previste in questo nostro incontro sessioni e relazioni apposite), ma solo come tentativo di indicare alcune delle principali idee-guida che hanno nutrito la ricerca e le interpretazioni gramsciane sul tema, in Italia, negli ultimi due decenni.

Per comprendere i caratteri di fondo della ricerca gramsciana in Italia nell’ultimo ventennio occorre in primo luogo partire dal dato della grande diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo, iniziata già nel decennio precedente, ma di cui si è avuta piena coscienza in questo paese soprattutto negli anni Novanta. 
Di contro, in Italia, il decennio in questione può essere definito un momento di passaggio, anche nel campo degli studi gramsciani come in altri settori della vita nazionale, culturale e non. 
Finito il Partito comunista italiano, il partito di Gramsci, imperante l’ondata neoliberista, tanto forte da far credere ai suoi sostenitori di poter proclamare “la fine della storia”, anche il pensiero del comunista e marxista sardo ebbe a subire i contraccolpi di questa situazione, oscillando tra la diffusa proclamazione del suo definitivo tramonto e il tentativo, altrettanto diffuso, di assimilarlo al pensiero liberaldemocratico, che aveva ormai conquistato una nuova e più forte egemonia, a livello nazionale e internazionale.

Forse anche come conseguenza, o se si vuole per reazione a questa situazione, prese vigore in Italia l’affermazione della necessità di tornare a uno studio serio degli scritti di Gramsci, a uno studio che si lasciasse anche in parte alle spalle l’enorme mole delle interpretazioni – certo in molti casi preziose e da studiare, ma influenzate da tanti motivi diversi e stratificati e non sempre ancora vitali – per determinare un ritorno ai testi, a una loro ulteriore messa a fuoco filologica (esigenza già avvertita negli anni ’80, ma rilanciata con decisione nel decennio successivo) e alla loro ermeneutica, meno condizionata che in passato dalla contingenza della contesa politica.  
Se si pone mente ai molteplici appuntamenti dell’anno gramsciano 1997, ad esempio, ai molteplici appuntamenti convegnistici che caratterizzarono quell’anno (Cagliari, Napoli, Lecce, Cosenza, Torino, solo per citarne alcuni, in ordine cronologico) si può dire che buona parte della “contesa su Gramsci” riguardasse in fondo la pertinenza o meno di quest’autore se non alla galassia liberaldemocratica, quanto meno a una collocazione molto vicino a essa.
Faccio un esempio soltanto. Il convegno di Cagliari ebbe certo il merito di far conoscere meglio in Italia la scuola di studi incentrata sulla categoria gramsciana di «egemonia internazionale», fiorita in ambito soprattutto anglo-americano. 
Ma tale scuola non assumeva – mi chiedo –, al di là di ogni soggettiva volontà politica, una prospettiva di tipo democratico-liberale, nel momento in cui veniva assumendo positivamente la categoria di «società civile internazionale», incentrando su di essa il proprio discorso interpretativo?
In generale, ebbe a rilevare in quella sede un autore nordamericano, Benedetto Fontana, il porre al centro della scena teorica il concetto di «società civile» (come già Bobbio aveva fatto, in un contesto diverso, negli anni ’60), non significava solo leggere male Gramsci, ma anche dimostrarsi subalterni al rinnovato strapotere delle forze economiche e dei mercati da un lato, e alla «proliferazione di enti privati ed associazioni sempre più concentrati su singoli interessi» dall’altro. 
Certo, lo scenario che andava delineandosi, a fronte della cosiddetta «globalizzazione» (direi meglio: «globalizzazione neoliberista») imponeva una rimessa a fuoco di alcune categorie gramsciane. 
Ad esempio a Lecce Pasquale Voza, ritenendo irreversibile la crisi dello Stato-nazione, sosteneva la necessità di andare, per alcuni aspetti, oltre Gramsci, di cui ricostruiva scrupolosamente le posizioni, per poi concludere:

«Non c'è Stato senza egemonia»: aveva detto Gramsci nei Quaderni del carcere […] Ebbene, ora, dovremmo dire, c'è una egemonia capitalistica senza Stato, senza cioè l’attiva mediazione sociale e culturale dello Stato-nazione. Le casematte di questa egemonia capitalistica non sono riconducibili entro i confini tradizionali degli “apparati ideologici di Stato”, ma si articolano e si intrecciano in una trama di poteri e di saperi di ordine sovranazionale . 

Non è questo il luogo per aprire il confronto sulla giustezza di questa tesi, a mio avviso solo parzialmente vera, ma comunque più che meritevole di attenzione e approfondimento. 
Voglio solo indicare la dimensione dei problemi, le tensioni a cui anche la categoria di egemonia venne sottoposta, vent’anni orsono, dai grandi processi storici in atto.
In generale, tornando al tema della fortuna internazionale di Gramsci, è in qualche misura inevitabile che quanto più un sistema di pensiero si diffonda in aree culturali lontane nel tempo e nello spazio da quelle in cui ebbe origine, tanto più aumentino i rischi di imprecisione o anche di infedeltà interpretative. 
Sul concetto di egemonia sono rimbalzate in Italia dall’estero anche molte voci che rispecchiavano una forte deformazione dello stesso. 
Come ha notato Joseph Buttigieg, negli studiosi e nei cenacoli intellettuali del mondo anglofono, anche i più prestigiosi, si trova «un Gramsci quasi irriconoscibile» . Aggiungendo poi: 

Sfogliando le 776 pagine di Cultural Sudies – una raccolta di saggi di autori vari, riuniti in un singolo volume pensato per essere adottato nei corsi universitari – ci si accorge ben presto che molti esponenti di questo filone di studi sono più disposti a decifrare degli elementi controegemonici che risiedono nella cultura popolare piuttosto che ad analizzare, come fece Gramsci, le ragioni per la durevolezza, l’elasticità dell’egemonia prevalente. Correnti controegemoniche si scoprono nei fenomeni più diversi e sorprendenti: negli spettacoli e nelle canzoni di Madonna, nella pornografia, persino nello “shopping” delle categorie sociali economicamente svantaggiate. Tale concetto di controegemonia non è mai stato elaborato da Gramsci nei suoi scritti, e perciò sarebbe più giusto considerarlo un concetto pseudogramsciano. L’attribuzione di questo concetto a Gramsci è basata sulla convinzione che egli fu il propugnatore della tesi che la cultura popolare è di per sé controegemonica. Più di una tesi, per i praticanti dei Cultural Studies, il quidditas contro-egemonico della cultura popolare è un articolo di fede ereditato da Gramsci .

Un altro esempio può essere considerato il canadese Richard J. F. Day, il cui libro (tradotto in italiano) aveva un titolo molto schietto e significativo: Gramsci è morto. 
Il lavoro di Day si scagliava proprio contro la politica come egemonia. Non era una tesi nuova, aveva anzi una lunga tradizione teorica alle spalle, in primo luogo anarco-spontaneista, tornata in auge in alcuni settori dei movimenti no global a cui l’autore faceva esplicito riferimento. 
Il tentativo di costruire una «contro-egemonia» (il termine è molto diffuso, come si vede, nel contesto anglofono) era per Day illusorio, poiché avrebbe significato accettare «l’egemonia dell’egemonia», ovvero una concezione della politica secondo cui un mutamento significativo può essere raggiunto solo simultaneamente, per lo più attraverso il controllo delle leve statuali e con una politica di alleanze. 
Bisogna invece – per l’autore – agire in modo «non-egemonico», mettendo «in discussione – egli scrive – la logica dell’egemonia nel suo stesso fondamento» e sposando l’«affinità per l’affinità – afferma Day –, cioè per rapporti non-universalizzanti – ci spiega l’autore –, non-gerarchici, non-coercitivi, basati sull’aiuto reciproco e sul comune impegno etico». 
Ci si trovava, da un punto di vista teorico, nell’ampia area culturale «post-strutturalista», in una versione particolarmente radicale che Day chiama anche «post-anarchica», il cui scopo era definire una politica che potesse – egli scrive – «portare a un mutamento sociale progressista che [rispondesse] alle aspirazioni e alle necessità di identità diverse, senza tentare di sussumerle sotto un unico progetto» . 
Elogio e irriducibilità delle differenze, dunque, possiamo dire, e incapacità di vedere nella struttura di dominio del sistema socio-politico un unico insieme strutturato, e dunque impossibilità di contrapporre a esso un’alleanza dei soggetti subalterni intorno a un progetto di alternativa complessiva: non resta che il riconoscersi per affinità e dar luogo a manifestazioni esistenziali e politiche di insubordinazione, rifiuto e fuga. 
In una prospettiva del genere, però, a mio avviso, non sarebbe tanto Gramsci a essere morto, quanto ogni ipotesi reale di cambiamento politico e sociale. 

Anche come reazione a questo rischio di deformazione di Gramsci, che è comunque un rischio, sia pure a volte denso di implicazioni positive, creative, che ha dato luogo a risultati di grande interesse (pensiamo a Stuart Hall, ad esempio)… anche come reazione a questo rischio di deformazione di Gramsci, negli ultimi venti anni in Italia, come dicevo, sono cresciuti – a scapito forse eccessivo degli usi di Gramsci – soprattutto gli studi filologici ed ermeneutici sull’opera del comunista e marxista sardo, e gli studi più approfonditi sull’effettivo contesto storico e culturale in cui egli operava, e sulla complessa biografia di questo autore, per capire il senso esatto di termini e concetti e ragionamenti non sempre facili da decifrare correttamente, specie nei Quaderni.
Dell’apporto notevolissimo in questa direzione dato dai diversi gruppi di lavoro della Edizione nazionale si è qui già detto, come anche dell’apporto dei nuovi studi biografici, sugli anni del carcere e non solo.
Un altro filone della ricerca gramsciana delle ultime due decadi che ha avuto diversi riconoscimenti è stato quello intrapreso dalla International Gramsci Society Italia sul fronte della messa a punto della ermeneutica gramsciana e della chiarificazione terminologica e concettuale dell’opus carcerario. 
È stato nell’ambito di questo lavoro seminariale, collettivo e interdisciplinare, che Giuseppe Cospito ha proposto per la prima volta la sua ricognizione del termine egemonia, che costituisce oggi il contributo più esauriente e filologicamente attento di cui disponiamo sul lemma e sul concetto, e che per la prima volta apparve nel 2004 nel volume Le parole di Gramsci, che raccoglieva i primi testi appunto del Seminario della Igs. 
Cospito avrebbe poi anche scritto la voce Egemonia nel grande Dizionario gramsciano 1926-1937, che da quegli stessi seminari scaturì, e fu tra i protagonisti di uno specifico convegno sul tema, nel 2005, svoltosi tra Napoli e a Salerno . Questo incontro – organizzato da Angelo d’Orsi – aveva l’obiettivo di indagare una parola in buona parte ritenuta non a torto «controversa», anche perché spesso investita da interessate distorsioni pubblicistiche e propagandistiche.
Nell’ambito di quel convegno, i contributi dedicati soprattutto a chiarificare i testi gramsciani, oltre a quello di Cospito, furono le relazioni di Giancarlo Schirru, che discuteva criticamente le tesi di Lo Piparo sulla derivazione del concetto dalla formazione linguistica di Gramsci; di Francesco Giasi, che affrontava il tema degli anni torinesi e dei Consigli; della compianta Anna Di Biagio, che indagava, con risultati estremamente interessanti, il dibattito ai vertici della Terza Internazionale; di Giuseppe Vacca, che ne proponeva una coniugazione in chiave sovranazionale, collegandolo col tema dell’interdipendenza; accanto ad altri, tesi invece a costruire raffronti e interpretazioni a partire dall’egemonia gramscianamente intesa. 

Una citazione merita senza dubbio anche la ricerca di Fabio Frosini, che soprattutto nel suo libro dedicato al rapporto tra «politica e verità nei Quaderni del carcere» (così recita il sottotitolo del suo La religione dell’uomo moderno) sottolineava il carattere davvero pervasivo e strutturante del discorso gramsciano sull’egemonia. 
«Egemonia – scrive Frosini – si produce dappertutto, ove vi sia un rapporto di forze, che è sempre già “saturo” di rappresentazioni e di funzioni connettive supportate da intellettuali» .  
L’«analisi della politica in termini di egemonia», cioè, mostra – scrive ancora Fabio – come «la “realtà” è sempre già segmentata in rapporti di forze, in cui verità e ideologia – nota l’autore, alla luce del suo assunto più generale – entrano in […] tensione» .
Il nesso ideologia-egemonia pare anche a me essere davvero di grande significato e di grande importanza, e Frosini lo declina in modi nuovi e di grande interesse. 
Mentre più di un dubbio conservo sul collegamento, sia pure parziale (ed è bene sottolineare con forza tale parzialità), che è rintracciabile, mi pare, tra la riflessione di Frosini e quella (molto nota) di Laclau e Mouffe, per i quali non vi sarebbe – alla luce di Gramsci – nesso alcuno tra politica ed economia. 
Da cui appunto scaturisce una visione che assegna smisurata importanza alla tematica dei «rapporti di forze», certo rilevante nei Quaderni, ma che definire come sostitutiva del nesso struttura-sovrastruttura (termini e concetti su cui tanto spesso torna Gramsci, anche negli ultimissimi Quaderni) mi pare cosa non del tutto convincente.
Anche questa tesi era stata proposta originariamente, mi sembra, da Cospito nei seminari della Igs Italia e aveva dato luogo a diverse discussioni. 
Posso qui solo dire che, alla luce della mia lettura dei Quaderni, non mi sento di condividerla. 
Né posso o voglio parlare delle tesi di Laclau e Mouffe, a cui sono dedicate altre relazioni in altre sessioni. 
Segnalo solo che per Gramsci i soggetti ultimi dell’egemonia sono le «classi fondamentali», mentre in questi ultimi due autori tale dato essenziale mi pare vada perso irreparabilmente. 
Una lettura profondamente diversa della realtà storico-sociale, dunque, mi sembra, rispetto a Gramsci.

Anche la lettura di Giuseppe Vacca per molti versi appare estremamente innovativa, ma è tesa soprattutto a rileggere Gramsci cercando di mettere in luce il significato più vero delle categorie dell’autore dei Quaderni.
Il suo recente Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci è un libro di grande interesse. 
Essa si presente come una esposizione dei principali concetti gramsciani (egemonia, rivoluzione passiva, filosofia della praxis, ecc.), che indubbiamente l’autore maneggia con invidiabile padronanza, ma anche con una curvatura interpretativa molto personale.
Del concetto di egemonia Vacca ricostruisce la genesi e l’evoluzione in Gramsci, le varie fasi del suo utilizzo anche nel periodo precarcerario, i nessi con l’uso che del termine veniva fatto da vari esponenti del bolscevismo, i punti di svolta cruciali del 1926, la nuova concettualizzazione che innerva la ricerca dei Quaderni, fino a evidenziare in modo forte la novità lessicale, che per l’autore è anche teorica e politica, che si avrebbe col termine e col concetto di «egemonia civile», una espressione – come è noto – che compare due volte sole nei Quaderni: nel Quaderno 8, § 52 prima e nel rispettivo testo C, l’importante §7 del Quaderno 13 poi. 
Tutta la politica, afferma Vacca non a torto, in questo caso, si declina ora come egemonia. 
Vacca aggiunge che la teoria dell’egemonia in Gramsci subisce una «progressiva liberazione dal vincolo “di classe”», il che sembra aprire la strada a una visione per la quale – come ha scritto Angelo d’Orsi – lo svolgimento della elaborazione gramsciana diviene «un progressivo abbandono dell’ottica rivoluzionaria e un’adesione, sostanzialmente, alla via democratica».
Non è che vi sia, a mio avviso, contrapposizione necessaria tra le due vie: si può essere democratici e rivoluzionari a un tempo. 
Condivido anche il giudizio di Vacca per cui «Gramsci oppone all’universalismo liberale un universalismo comunista» , più alto. 
Ma se ciò è vero, non si dovrebbe lasciare sfocare, sbiadire, la differenza forte che vi è tra la complessiva visione liberaldemocratica e la complessiva visione marxista, sia pure non «volgare» (tra virgolette, in senso gramsciano), o tutt’altro che «volgare», propria di Antonio Gramsci.
Né mi convince l’affermazione, che Vacca fa, per cui «la linea di tendenza delle democrazie occidentali dopo la seconda guerra mondiale» sia stata quella evocata da Gramsci nel Quaderno 12, § 2, dove si legge che «la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati)» .
Perché le democrazie occidentali non si sono realmente preoccupate – come anche la nostra Costituzione, la Costituzione italiana, tra l’altro, richiede – di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano «di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini», ovvero di affermare la necessità dei prerequisiti della democrazia, di ordine economico, culturale, dell’informazione.
Per procedere con rinnovata lena su questa strada, che io chiamo socialista, comunista e democratica, occorre anche ripartire da Gramsci.
Occorre forse anche qui in Italia riprendere a usare Gramsci, e non solo a interpretarlo, secondo la lezione che da altre parti del mondo ci è stata data, pur nella consapevolezza che una buona lettura e un uso proficui si tengono a vicenda e non sono cosa facile. 
Se non vogliamo rassegnarci al presente e alle sue miserie bisogna ripartire da qui.
Gramsci non si è mai rassegnato a non più lottare per una società più giusta, come era quella socialista, nella sua visione.
Bisogna meditare sulla necessità di non rassegnarci, noi oggi, in situazioni certo meno drammatiche, ma forse non più facili.

                                                                                     Guido Liguori, maggio 2017


                          

sabato 20 maggio 2017

GRAMSCI: UNA VITALE E RIGOROSA VOCAZIONE PEDAGOGICA


dallo speciale de Il Manifesto, 18/05/2017
articolo di Manuela Ausilio
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Contro i test Invalsi e la didattica per quiz -- Appello


Sono passati due anni da quel 5 maggio di ribellione in cui 650.000 docenti, studenti e lavoratori della scuola pubblica scesero in piazza per difendere la dignità e il proprio ruolo educativo. Ignorando la loro totale avversità, Renzi ha poi varato una riforma che riduce a merce un diritto inalienabile e stravolge la funzione della scuola nata dalle norme della Costituzione, pochi mesi fa salvata da un sussulto popolare.
Rientrata la protesta, complici le confederazioni sindacali, i docenti subiscono gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica inaccettabile, benché “legalizzata” dalla 107, perché calpesta principi deontologici inderogabili e preordina i destini di studenti e studentesse.
Invise tanto agli studenti, che vedono spesso pregiudicata la loro carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, quanto ai docenti, costretti ad “addestrare” alla risoluzione dei test, le prove asfittiche e costose vengono imposte con minacce e intimidazioni da dirigenti, dotati di nuovi poteri coercitivi. Salvo rare eccezioni, questi ultimi vantano inesistenti benefìci dei test, ripudiati perfino dai loro inventori, o parlano di prassi “ormai” consuetudinaria.
La consuetudine però non può surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche e la reiterazione di pratiche o comportamenti non ne configura la liceità o la bontà.
La scuola non può accogliere uno strumento che non ha contribuito ad elaborare, né subire la logica ricattatoria di istituzioni che fanno della rinuncia alla libertà di insegnamento e apprendimento la condizione per l’erogazione dei fondi dovuti.
(…) Come docenti, pretendiamo di rendere i giovani indipendenti e critici, nel giudizio e nel pensiero. Ci chiediamo come si possa cadere nel paradosso di punire gli studenti perché rifiutano di essere conformisti. Ci chiediamo che stima gli alunni possano avere di noi, quando ci vedano proni alla violenza di chi manda in classe un valutatore che li marchia per venderli sul mercato.
Ci chiediamo che idea si possano fare di noi come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta leggerezza e pavidità all’essenza del nostro lavoro, alla passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, presupposto e riflesso.
Vogliamo denunciarlo alla società civile: l’Invalsi non è strumento tecnico, ma sistema di controllo sociale nato dall’ideologia neoliberista. I suoi teorici e i politici al loro servizio ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti presentati come il portato di una volontà metafisica, e che sono, invece, frutto di scelte economico-politiche regressive e congiunturali.
Noi sosteniamo che la scuola non debba prendere atto, ma prendere posizione su quanto la coinvolge e vuole travolgerla.
Ci rivolgiamo all’università, alla scuola, ai precari, demansionati e costretti a trasferirsi; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, a quanti il 4 dicembre hanno difeso la Costituzione: chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale alla didattica per quiz e all’impianto classista della “Buona Scuola”.
In questo desolante panorama politico, che fa della crisi economica l’alibi per azzerare diritti e partecipazione democratica, abbiamo un’enorme responsabilità: quella di resistere a chi vuole esautorarci agli occhi delle generazioni che crescono, per dealfabetizzarle, ingannarle e sfruttarle. Eluderla, sarebbe un’inespiabile colpa.

Promotori

Coord. Precari Scuola Napoli; Docenti in lotta contro la L. 107; Cobas Scuola Napoli
(Per adesione scrivi qui)

Firmatari

Giuseppe Aragno, storico, Napoli; Piero Bevilacqua, storico, “la Sapienza”; Amalia Collisani, Musicologia, Univ. di Palermo; Lidia Decandia, Univ. di Sassari; Paolo Favilli, Univ. di Genova; Laura Marchetti, Univ. di Foggia; Ugo Maria Olivieri, “Federico II”; Enzo Scandurra, Architettura, “la Sapienza”; Lucinia Speciale Univ. del Salento; Luigi Vavalà, liceo “De Sanctis”. Trani
Pubblicato su Il Manifesto, 20 maggio 2017

sabato 13 maggio 2017

PEDAGOGIA E ANTIPEDAGOGIA -- post su FB


Luciano di Samosata (120c.-180/192c.)


PEDAGOGIA E ANTIPEDAGOGIApost su FB

Con la protervia e l'arroganza tipiche di dittatorelli truffaldini, il Ministero dell'Istruzione continua a imporre con violenza quiz e quizzetti dell'INVALSI e con forza modalità insopportabili della cosiddetta alternanza scuola/lavoro, nonostante il parere negativo di studenti, docenti e famiglie, cioè i protagonisti dell'ISTITUZIONE scolastica, non dell'AZIENDA-scuola.
Da studenti di 'movimento', odiavamo IL NOZIONISMO, il formalismo retorico dell'eloquenza "estetica", la mnemotecnica sterile, il bacchettonismo cattedratico. Per questo ci piaceva, e ci piace ancora, LA PEDAGOGIA DELLA LIBERAZIONE.
Questi insulsi burocrati al servizio dei potenti dubito che comprendano di che parliamo: per loro valgono le carte, quel MOLOCH BUROCRATICO che soffoca il lavoro docente (e anche dei presidi-"manager", ieri il decreto dell'inizio degli esami di Stato al 21 giugno, era di 46 pagine!!), che ben si sposa con il quizzume e il caporalismo della vuotaggine contenutistica.
Questi falsi rinnovatori sono così vecchi, da far pensare all'ellenismo romano, il tardo ellenismo, con le figure incartapecorite dei maestri-retori che imponevano esercizi di sola abilità mnemonica e privi di DIDATTICA DEI CONTENUTI, e contro cui lanciarono i loro strali sia Luciano di Samosata che Sesto Empirico. Quest'ultimo, in particolare, in "Contro i dogmatici", si scagliava contro la stolta imposizione della "verità" da parte dei "sapientoni insipienti", e dunque, scetticamente, ribaltò l'esigenza pedagogica in ANTIPEDAGOGIA.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, ma i livelli di sopportazione tracimano. (fe.d.)

INVALSI, STRUMENTO DI CLASSE

I caporali INVALSI della scuola aziendalista vogliono omogenizzare, standardizzare, senza lo spirito critico, sempre proni al comando. I poteri forti hanno bisogno di servi, la politica delle classi dominanti di sudditi, chi si crede padrone del mondo, di schiavi. La liberazione inizia con il rifiutare che il sapere, la conoscenza, sia ridotta ad un quiz, insulso e nozionistico come la forma mentis che vogliono "inculcare". Il pensiero liberista non lascia liberi, siamo tutti uguali, l'eguaglianza del supermercato, l'homo consumens, pastorizzati e serializzati, ciò che conta è l'apparire non l'essenza, la forma non il contenuto, i bisogni indotti non quelli naturali, l'avere non l'essere.
La pedagogia della liberazione è rivolta contro lo stato di cose presenti. (Dublicius)

DIALOGO FRA SCETTICI (integrale)

Lo incontrai all'Accademia, dove era scolarca, ma era di Pitane dove aveva seguito le lezioni di Autolico.
- Non possiamo essere certi di nulla, neanche delle affermazioni più banali, esordì
- Tutto è incerto, ma anche questo non è certo. Dunque?
- Che gli umani muoiano è certo, ma quando e come, essi mai lo sapranno, dunque la morte, per loro stessi, non c'è
- ciò che appare non è, ma ciò che è, potrebbe non essere? gli dissi
- non c'è dubbio - rispose
@Dublicius

 
ferdinando dubla, maggio 2017



LA PEDAGOGIA DELLA RIVOLUZIONE (1) Nadezhda K.Krupskaja e il metodo dialettico per lo studio delle singole discipline

 
Nadežda Konstantinovna Krupskaja
(1869/1939)
 
 
La pedagogia della rivoluzione della Krupskaja, che non fu solo la moglie di Lenin, ma una forte personalità di maestra dell’educazione dell’”uomo nuovo” sovietico, l’uomo ‘onnilaterale’ di Marx, in cui cultura umanistica e cultura scientifico-professionale si fondevano mirabilmente, con il metodo del collettivo e della cooperazione. In questo brano, tratto dalla raccolta dei suoi scritti di pedagogia editi dalle edizioni Progress di Mosca in Italia nel 1978, la K. applica la metodologia di lavoro di Lenin e la sua analisi dialettica, alla didattica disciplinare e al lavoro dell’insegnante. L’articolo è del 1933. (fe.d.)

[corsivo e sezioni paragrafate nostri]

Il metodo dialettico per lo studio delle singole discipline

Alla fine del dicembre 1920 e nel gennaio 1921, durante il dibattito sui sindacati, si discusse
della funzione dei sindacati in quella data fase di sviluppo. Nella discussione di quel problema Lenin spiegò in poche parole come bisognava affrontare marxisticamente una data materia, un fenomeno o un problema, partendo sempre dal punto di vista del metodo dialettico. Ecco cosa egli scrisse:  «Per conoscere realmente un oggetto bisogna considerare, studiare tutti i suoi aspetti, tutti i suoi legami e le sue “mediazioni”. Non ci arriveremo mai interamente, ma l’esigenza di considerare tutti gli aspetti ci metterà in guardia dagli errori e dalla fossilizzazione. Questo in primo luogo. In secondo luogo, la logica dialettica esige che si consideri l’oggetto nel suo sviluppo, nel suo “moto proprio” (come dice talvolta Hegel), nel suo cambiamento… In terzo luogo, tutta la pratica umana deve entrare nella “definizione” completa dell’oggetto, sia come criterio di verità, sia come determinante pratica del legame dell’oggetto con ciò che occorre all’uomo. In quarto luogo, la logica dialettica insegna che “non esiste verità astratta, la verità è sempre concreta”, come amava dire, dopo Hegel, il defunto Plekhanov»  (Queste poche parole di Lenin sono il risultato del suo lungo lavoro sui problemi filosofici. Di filosofia Lenin si occupò non perché si trattava di una «disciplina molto interessante», ma perché in essa Lenin cercava una guida per l’azione. Lui la trovò nel materialismo dialettico, che gli dette la facoltà di penetrare a fondo nei fenomeni e di trovare le vie per esercitare una influenza organizzata su questi fenomeni. Il metodo dialettico gli dette una eccezionale lungimiranza, fermezza d’opinione e la capacità di individuare l’elemento più importante e più essenziale di ogni problema. Chiunque voglia comprendere il leninismo sino in fondo dovrebbe, forte delle righe succitate, analizzare tutta una serie di opere di Lenin seguendo il suo modo di trattare ogni problema. Facciamo un esempio. Negli anni ’90 si discuteva se in Russia si sviluppasse o meno il capitalismo. Era quella una questione d’estrema attualità alla quale era subordinato tutto il carattere dell’attività rivoluzionaria che bisognava portare innanzi. Lenin si accinge allora a un grande trattato, Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Egli trovò la soluzione e fu chiaro che strada bisognava seguire: organizzare la presa di coscienza delle masse operaie. In Lenin la scelta degli argomenti fu sempre attuale: ogni articolo, ogni scritto forniva una risposta determinata al quesito: Che fare? Ogni opera, ogni articolo è una guida per l’azione. Lo sviluppo del capitalismo è affrontato in tutta la sua concretezza. Non il capitalismo in generale, ma il capitalismo concreto, il capitalismo in un periodo determinato nel nostro paese allora arretrato. La concretezza nell’impostazione di tutte le questioni è un elemento caratteristico di tutte le opere di Lenin. Lenin affronta lo sviluppo del capitalismo non in modo unilaterale, ma nella sua totalità, esamina il capitalismo nella città e nella campagna, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni. Nel modo leninista di affrontare i problemi è peculiare l’ampiezza dell’impostazione. Lenin affronta lo sviluppo del capitalismo in Russia in tutti i suoi nessi e connessi. Nonostante che scrivesse legalmente in un momento in cui la censura zarista era particolarmente virulenta e quindi non sempre era possibile mettere i punti sulle “i, Ilic riuscì lo stesso a mettere in luce i punti di contatto del capitalismo russo con il recente regime feudale,  esaminare il capitalismo nelle sue connessioni con tutto l’assetto sociale, con il livello culturale della popolazione, ecc.
Lenin esaminava sempre i diversi problemi in tutti i loro nessi e connessi. Ecco perché, se esaminiamo come egli abbia affrontato la stessa questione in epoche diverse, in varie fasi di sviluppo, possiamo seguire tutto l’iter delle connessioni che egli esamina, possiamo vedere come ogni volta egli affronti la stessa questione in modo nuovo. Nel tracciare il quadro dello sviluppo del capitalismo in Russia alla fine del secolo scorso, Ilic fornì addirittura una montagna di dati di fatto, studiò tutta l’esperienza allora accumulata dalle molteplici forme di sviluppo del capitalismo nel nostro paese, scegliendo gli elementi più tipici, più peculiari. Con cura estrema Lenin studiò tutti i dati, tutta l’esperienza d’allora. Studiando l’esperienza dei paesi ove il capitalismo era più sviluppato, egli capi quali erano i punti su cui fosse necessario soffermarsi in modo particolare: egli studiò tutta l’esperienza umana in quel dato campo affrontando su questo sfondo la nostra esperienza. Ed infine egli affrontò tutta la questione nella sua dinamica di sviluppo. Tutto ciò gli permise di trarre delle conclusioni che, in quanto esatte, avevano una grande forza di persuasione.

L’insegnante di ogni singola materia deve rendersi conto che per diventare un buon insegnante deve conoscere sino a fondo la sua disciplina. Ovviamente questa condizione da sola non basta ma è sempre una condizione indispensabile. Quando si studia una qualsiasi disciplina, sia questa lingua e letteratura, scienza civica, storia, geografìa, matematica, fisica, chimica, biologia, pedagogia, bisogna studiarla in modo onnilaterale. E qui assume particolare importanza l’approccio dialettico. E qui che le indicazioni di Lenin sono particolarmente importanti.

 - Prendiamo la matematica. Come prima esigenza del metodo dialettico dobbiamo abbracciarne tutti gli aspetti, tutti i suoi legami, tutte le sue interconnessioni, se vogliamo veramente conoscere questa materia. Il matematico deve conoscere le branche fondamentali della matematica, deve comprendere come sono collegate tra di loro, come una branca completa l’altra. Ma questo è ancora insufficiente. È indispensabile conoscere i problemi che essa risolve. Nell’affrontare cosi la matematica bisognerà rendersi conto della funzione che essa esercita nello studio dei fenomeni e delle forze della natura, nello sviluppo della tecnica, ecc. D’altro canto sarà doveroso avere coscienza del come il progredire della tecnica, dell’industria, della pianificazione spinge innanzi lo sviluppo della matematica. È indispensabile gettare dei ponti ben saldi tra la matematica e l’astronomia, la geografia fisica, la fisica, la chimica, lo studio della società. Se non comprendiamo che tra la matematica e le scienze sociali esistono dei fili di collegamento non riusciremo a capire perché Marx ed Engels abbiano tanto studiato la matematica. Cosa li spingeva a farlo: una pura curiosità oppure una profonda comprensione del ruolo che la matematica esercita nelle scienze sociali?
È estremamente importante vedere come e per quale influenza si sia sviluppata la matematica, individuare i punti chiave di tale sviluppo, prendere la matematica nel suo sviluppo. Ciò permetterà di prendere coscienza di quei momenti su cui l’insegnante dovrà soffermarsi specificatamente, facendo emergere le difficoltà che bisognerà superare nell’insegnamento in quella data branca della matematica.

In seguito, riflettendo sul corso di matematica, è necessario rendersi conto di come in ogni fase bisogna gettare un ponte tra la teoria e la pratica, porre in evidenza tutto il valore della matematica per la soluzione di problemi di vitale importanza. Questo collegamento tra teoria e pratica è particolarmente importante per afferrare tutto il romanticismo, l’affascinante poesia della matematica; tutto ciò desta l’iniziativa, incita il pensiero. L’insegnante di matematica con particolare attenzione deve elaborare insieme ai suoi allievi quei compiti di vitale significanza che stimolano gli allievi in questa dirczione. La verità deve essere concreta. Bisogna sa per illustrare con esempi concreti anche i concetti matematici più astratti.

Lev Tolstoj, appassionato di paradossi, soleva affermare che un professore di matematica incapace di esporre i principi della matematica superiore in modo accessibile a tutti fosse un buono a nulla. Quest’affermazione è in gran parte vera. Gli insegnanti di matematica che affronteranno dialetticamente la loro disciplina riusciranno a risolvere questo problema in modo più completo e più profondo.

 Prendiamo un’altra disciplina: la geografia economica. Anche qui ci vuole uno studio onnilaterale, anche qui bisogna fare attenzione al suo sviluppo generale, bisogna esaminare questa scienza in legame allo sviluppo delle altre scienze naturali che pongono in luce le ricchezze e le possibilità produttive di ogni regione, le sue prospettive; bisogna individuare il suo nesso con le ricerche geologiche, con i successi della biologia da una parte e dall’altra bisognerà porla in relazione con lo sviluppo della tecnica e delle forme economiche socialiste, quindi affrontare gli immani problemi della localizzazione economica dell’URSS, mostrare cos’era la geografia economica nel capitalismo e cosa diventa nel regime socialista, indicare le prospettive di sviluppo di questa scienza, porre in luce il legame tra la geografia economica e la ricostruzione di tutta la base elettroenergetica della nostra economia.

Bisogna collegare lo studio della geografia economica con i compiti pratici dell’economia pianificata, con l’aiuto di determinati esempi mostrare come la geografia economica può aiutare a razionalizzare l’economia, ed infine è necessario elaborare un piano concreto di ricerche, naturalistiche ed economiche, su una data regione, ricavandone dei risultati pratici.

La geografìa economica è la scienza ove il metodo dialettico è suggerito dalla vita stessa…

Non ci soffermeremo su scienze come biologia, fisica, chimica, perché qui le cose sono chiare. Prendiamo per esempio una scienza sociale d’altro genere come la letteratura. Ognuno sa come essa sia organicamente legata alla scienza della società. Nell’epoca zarista era questa la scienza attraverso la quale di contrabbando veniva introdotta la politica, era la scienza che insegnava a vedere la vita con occhi attenti e coscienti, a guardare criticamente il regime sociale circostante. Senza un ponte robusto tra la scienza della società e la letteratura la scienza sociale languisce, scompaiono in essa le immagini vive degli uomini. Non per caso Plekhanov diceva che lo studio di G. Uspenskij e degli altri scrittori di quel periodo di transizione – dal regime feudale al regime capitalistico – non è meno importante di tutta una serie di ricerche scientifiche. La letteratura è sempre imbevuta di politica e di conseguenza il suo studio non può essere apolitico. La letteratura è organicamente legata alla linguistica. Se volessimo considerare la linguistica come una raccolta di definizioni e di regole ortografiche, allora questa «linguistica» potrebbe essere separata con un muro di pietra dalla letteratura; se invece avvertiamo come la lingua è legata alle emozioni degli uomini, alla vita, al lavoro, al pensiero, ci appaiono in tutta la loro miseria i vari discorsi sul distacco della letteratura dallo studio del linguaggio… Di giorno in giorno più calda, più possente, più copiosa, più internazionale diverrà la lingua del paese ove milioni di braccia costruiscono il nuovo regime socialista. Nella misura in cui si estenderà e si approfondirà il processo di alfabetizzazione generale, nella misura in cui il sapere penetrerà nelle masse, si farà sempre più salda l’alleanza tra la scienza e il lavoro; nella misura in cui sarà liquidata la frattura tra cultura della città e cultura della campagna, nella misura in cui si svilupperà la collettivizzazione in campagna aumenterà il bagaglio delle parole e dei concetti, si semplificherà la struttura del linguaggio e più limpido e più espressivo si farà il discorso. È forse mai possibile separare la letteratura dalla linguistica? La letteratura dalla storia? Nella storia della letteratura si rispecchia inevitabilmente il corso dello sviluppo sociale, le peculiarità dell’epoca. La letteratura è legata all’arte, alla musica, alle arti figurative. Lo sa chiunque. La letteratura si ricollega al lavoro con forza sempre maggiore. La letteratura fu distaccata dalle scienze esatte, dall’opera di trasformazione della Terra, dalla lotta per la conquista delle forze naturali. Ma nella misura in cui la carica romantica di queste scienze coinvolgerà le masse, verrà a modificarsi anche il contenuto della letteratura, si allargherà la cerchia dei temi da essa abbracciati e la letteratura verrà a porsi al servizio delle scienze esatte e aiuterà le masse a comprendere meglio e più in profondità i successi da esse raccolti e i problemi da esse affrontati. La letteratura dovrà essere studiata in tutte le sue connessioni, dovrà essere studiata nel suo sviluppo. Ma nel contempo la letteratura deve essere strettamente legata a tutto ciò che oggi ci è necessario. La letteratura dovrà affrontare problemi immani, alcuni dei quali sono stati da me toccati in precedenza. La letteratura dovrà diventare un elemento dell’edificazione socialista.

Mi astengo dal trattare le altre discipline.
Se l’insegnante non è un «uomo nell’astuccio» , il metodo dialettico applicato allo studio della sua materia gli darà moltissimo. Veramente affascinato dallo studio di quella disciplina, egli riuscirà senz’altro a trasmettere il suo interesse anche agli allievi.

Ma l’insegnante di una data disciplina non deve limitarsi a conoscere la sua materia a fondo, non deve soltanto imparare a insegnarla in modo chiaro, popolare e concreto, tenendo sempre presente i nessi con i compiti attuali dell’edificazione socialista. Questa capacità farà di lui un buon propagandista. Però per diventare insegnante di una scuola primaria e secondaria nello studio della sua materia egli dovrà introdurre un altro elemento ancora. Egli dovrà sempre affrontare questo studio dal punto di vista del pedologo che conosce tutte le particolarità legate all’età degli allievi, il livello di sviluppo dei ragazzi di oggi, età per età, il grado delle loro conoscenze e ne sappia tener conto. Soltanto allora egli potrà risolvere giustamente il problema della «metodica particolare», rinvenire i metodi di insegnamento più razionali.
 
 

 

lunedì 8 maggio 2017

“ANTIPOLITICA” E SENSO COMUNE


 
 
La complementarietà della cosiddetta ‘antipolitica’ e della ‘demagogia populista’ con le idee delle classi dominanti nell’interpretazione di Gramsci del senso comune

[sintesi dell’intervento alla serata di studio “Gramsci nel lavoro politico della sinistra”, Taranto, 27 aprile 2017]

(ferdinando dubla)

Partire dall’assunto che le ‘idee dominanti sono le idee della classe dominante’ (Marx) e coniugarlo con la terza glossa a Feuerbach del 1845, secondo cui  “La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen). La coincidenza nel variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.”, aiuta a comprendere sia il significato e il valore che Gramsci nei “Quaderni” applica alla categoria di ‘senso comune’, in relazione diretta con il consenso alle idee dominanti da parte delle masse popolari, sia la possibile attualizzazione della stessa per comprendere la dinamica sociale e politica del nostro paese.

E’ indubitabile, infatti, che il largo consenso che la cosiddetta ‘antipolitica’ ha nell’”opinione media” (espressione gramsciana) della società italiana, ma in genere nell’occidente capitalistico alle prese con la crisi strutturale delle formazioni economico-sociali e il declino imperialistico, impone, alle classi dirigenti politiche, un tentativo di ricostruzione del “senso comune” dominante, mediante gli strumenti del cosiddetto ‘populismo’ (tra le categorie utilizzate, la più lontana dalle sue origini storiche) e della relativa ‘demagogia’, che pur si afferma di voler contrastare e combattere.

In breve, la categoria gramsciana, può svelarci e proprio oggi, l’arcano fenomenologico da cui è stata generata la contraddizione che, semplificando,  potremmo sintetizzare nella elementare considerazione che il potere politico  rincorre i suoi competitori sul loro proprio terreno, per il banale motivo che è esso stesso, dialetticamente,  all’origine della propria crisi, della subalternità ai poteri economico-finanziari sovranazionali.

Nella polemica sviluppata nel Q.8 verso il Saggio Popolare di Bucharin, Gramsci riafferma la definizione (già presente nel Q.1), di senso comune deteriore: “Un lavoro come il Saggio popolare, destinato a una comunità di lettori che non sono intellettuali di professione, dovrebbe partire dalla analisi e dalla critica della filosofia del senso comune, che è la «filosofia dei non filosofi», cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo medio. Il senso comune non è una concezione unica, identica nel tempo e nello spazio: esso è il «folclore» della filosofia, e come il folclore si presenta in forme innumerevoli: il suo carattere fondamentale è di essere una concezione del mondo disgregata, incoerente, inconseguente, conforme al carattere delle moltitudini di cui esso è la filosofia (Q 8, 173, 1045).

Non è presente qui la valenza ricostruttiva del senso comune da parte di una filosofia-scienza quale il marxismo (la ‘filosofia della praxis’, il materialismo storico) e di quelle forze (principalmente il partito comunista) che devono costruire una nuova ‘egemonia’ (elaborazioni invece presenti nel Q.11), ma si stabilisce un legame importante: quello tra senso comune e folclore. E’ questo passaggio che rende implicito il problema (o la ‘quistione’) del consenso. Schematicamente: il senso comune è il prodotto delle idee dominanti delle classi dominanti, e non è invariante, ma si trasforma con le mutazioni morfologiche delle formazioni economico-sociali; il folclore è la visione del mondo delle classi subalterne e si presenta nelle forme disgregate e incoerenti proprie delle classi di cui è espressione. Senso comune e folclore non si identificano, ma l’uno attinge dall’altro per la conservazione e l’alimentazione del dominio sui subalterni, e siccome l’egemonia non è solo forza e coercizione, è demandato proprio al senso comune il compito della ricerca del consenso, per il tramite delle visioni “inconseguenti” del folclore.

La base di lavoro per questa categoria era già presente, come già scritto, nel Q.1 e precisamente: “Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di «senso comune»: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume. Il «senso comune» è il folklore della «filosofia» e sta di mezzo tra il «folklore» vero e proprio (cioè come è inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il «senso comune» crea il futuro folklore, cioè una fase più o meno irrigidita di un certo tempo e luogo(Q 1, 65, 76).

Si è già in grado di attualizzare questa categoria gramsciana, pur disponendo di molte e altre innumerevoli articolazioni della sua “ermeneutica sociale”.  Oggi, infatti, da quanto si può rilevare nel nostro paese, l’”antipolitica” è risultato di una cattiva e debole politica delle classi dirigenti rispetto  ai “poteri forti”, principalmente alle dinamiche e  assetti economico-finanziari che producono la crisi strutturale. Ma l’”antipolitica”, in quanto tale, non esiste: ogni azione è, strictu sensu, politica. La negazione, dunque, non è alla politica, cioè filologicamente all’”amministrazione dello Stato, della cosa pubblica”, ma è genericamente e qualunquisticamente rivolta ai partiti tutti, quali organizzazioni sulle quali la Costituzione repubblicana ha fondato la dialettica politica e la partecipazione popolare nel confronto democratico, e, spingendosi estensivamente nell’originario spirito costituente, la formazione di una coscienza civica per il bene comune (tradizione solidale cattolica) e formazione di una coscienza di classe per l’emancipazione di massa (tradizione marxista). I tre grandi partiti di massa che animarono l’Assemblea Costituente (la DC, il PCI, il PSI), pur avendo “concezioni del mondo” (nel linguaggio gramsciano palese è il significato di ‘filosofie sistematiche coerenti al loro interno’ ) profondamente diverse, concepivano il partito politico come vettore di formazione della coscienza, cioè animato da intenzionalità pedagogica, in un confronto-scontro di valori e ideali sui quali ricercare il consenso, limitando in questo modo il ricorrente pericolo di ciò che attualmente viene definito come demagogico-populista, in definitiva l’”assecondare” le primitive forme di pensiero proprie di quelle che Gramsci definisce ‘folclore’. In particolare, per il PCI, la perdita di una cosciente intenzionalità pedagogica per costruire l’egemonia delle classi subalterne e un’aderenza a logiche politiche deprivate di finalità strategiche, può portare alla disgregazione del tessuto connettivo della Repubblica, base della possibile trasformazione rivoluzionaria: la sua filosofia dell'organizzazione, legata indissolubilmente a una generale concezione pedagogica della politica, mirava soprattutto a realizzare concretamente l’intenzionalità pedagogica del partito dei comunisti, elaborando una vera e propria didattica funzionale non alla riproduzione autoreferente di un ceto politico staccato dalle masse, processo tipico delle formazioni politiche di rappresentanza delle classi dominanti, ma diretta al fine dell’emancipazione, tramite la lotta, della classe lavoratrice guidata da avanguardie coscienti che costruiscono l’egemonia da classe dirigente prima di diventare dominante.

Dunque, l’”antipolitica” si connota come “antipartitismo”, cioè la possibilità organizzata secondo un progetto ideale di trasformazione strutturale dei rapporti sociali. Ed è qui che incontra le idee delle classi dominanti, e diventa senso comune deteriore. Un segno tangibile di questo fenomeno è dato dall’utilizzo da parte del potere politico stesso di continui tentativi che cercano di assecondare il demopopulismo ‘mediatico’, il ludibrio della ‘casta’ e del ‘ceto politico’ genericamente inteso ai quali pure si appartiene,  sostituendolo al primato delle classi e alle categorie analitiche della società civile, dei rapporti di produzione, delle concrete relazioni sociali e delle materiali condizioni di vita delle popolazioni.  E’ una rincorsa incessante che ha illuso di trasformare la Costituzione repubblicana in Statuto delle oligarchie al potere, secondo il classico ‘sovversivismo delle classi dirigenti’ oppure produce il ‘sovranismo’, la retorica patriottarda che sostituisce l’internazionalismo, cioè il profondo e assoluto rispetto delle patrie altrui, delle radici culturali e non delle guerre, militari ed economiche. Oppure, ancora, l’istinto securitario e repressivo, la costante ricerca di capri espiatori (ieri i meridionali, oggi i migranti); la devozione a un potere forte come la magistratura, che permette di trasformare i fenomeni sociali (come anche la corruzione) in problemi di ordine pubblico o reclusione dei rei senza incidere nelle lacerazioni e contraddizioni del sistema sociale, sostituendo alla parola ‘giustizia’ quella di ‘legalità’. L’attivismo delle masse che l’”antipolitica” permette è la stessa fenomenologia del potere che produce senso comune dal folclore, quella che portò Gramsci a concepire il fascismo come ‘rivoluzione passiva’ e a contrapporgli la necessità di una ‘riforma intellettuale e morale’, con la formazione permanente di quadri e militanti attivi per contrastare la tendenza alla delega, al verticismo, alla separazione, per favorire la partecipazione cosciente delle donne e degli uomini alla costruzione del loro stesso destino.

L’ambiente ineducato e rozzo ha dominato l’educatore, il senso comune volgare si è imposto alla scienza e non viceversa: se l’ambiente è l’educatore, esso deve essere educato a sua volta, ha scritto Marx, ma il Saggio popolare non capisce questa dialettica rivoluzionaria (Q 7, 29, 877, A)

L’intenzionalità pedagogica, nella dialettica della trasformazione, riecheggiando la terza glossa di Marx a Feuerbach, sviluppando coscienza e spirito critico, rende operativa la contesa egemonica:  la nozione di «senso comune» si fa operativa nella pratica. Gramsci prende spunto da una osservazione di Marx, in un luogo del Capitale (su cui aveva già richiamato l'attenzione il Croce), ove viene affacciata l'idea che un determinato progresso scientifico (nella fattispecie: della critica dell'economia politica, in ordine alla teoria del valore) è storicamente possibile allorché «il concetto di uguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare». Gramsci generalizza questo modo di vedere proiettandolo nella sua rappresentazione dell'azione politica e rivoluzionaria. Una nuova concezione può aver risultati incisivi se riesce ad agire anche nella sfera del senso comune, «modificare l'opinione media di una certa società», addirittura produrre «nuovi luoghi comuni».” (Luporini, 1987)

Un nuovo senso comune per una nuova società. L’amnesia storica rimuove la critica serrata che Gramsci, compulsando in carcere testi e riviste di critica sociale che la censura permetteva, conduceva contro le sociologie di Robert Michels e Gaetano Mosca, le teorie delle elités e della ‘legge ferrea dell’oligarchia’, dei ‘capi carismatici’, cioè la teoria della casta e dell’antipolitica, giudicata "molto superficiale e sommaria, per caratteri esterni e generici" (Q.2).

 

“Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale.” (Paggi, 2016)

 

Il creativo marxismo di Gramsci permette invece, ancora oggi, di svelare l’arcano delle dinamiche politico-sociali moderne delle società capitaliste.

Riferimenti

Le citazioni dai Quaderni sono tratte da Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1977 (2ed.)

Guido Liguori «Senso comune» e «buon senso» nei Quaderni del carcere, relazione per il seminario sul lessico dei Quaderni della IGS Italia, Roma, 13 maggio 2005, in http://www.gramscitalia.it/senso.htm

Cesare Luporini, Senso comune e filosofia, cfr. AA.VV., Gramsci -- le sue idee nel nostro tempo,  Editrice l'Unità, Roma 1987, in http://ferdinandodubla.blogspot.it/2017/05/senso-comune-e-consenso.html

C. Malandrino, Gramsci e la Sociologia del partito politico di Michels, in Gramsci: il partito politico nei

Quaderni, a cura di S. Mastellone e G. Sola, Firenze, CET, 2001, vedi anche http://polis.unipmn.it/pubbl/RePEc/uca/ucapdv/malandrino165.pdf

Leonardo Paggi, recensisce su Il Manifesto il lavoro di Michele Prospero "La scienza politica di Gramsci", Bordeaux ed.         http://ferdinandodubla.blogspot.it/2016/07/studi-gramsciani.html

sabato 6 maggio 2017

SENSO COMUNE E CONSENSO


per interpretare i moderni significati in uso di "antipolitica", populismo, demagogia, in relazione alla ricerca del consenso politico, è utile rileggere questa pagina del filosofo marxista Cesare Luporini, che analizza l'importante categoria gramsciana. (fe.d.)
 
                                

da 

Gramsci
le sue idee nel nostro tempo.                            

Editrice l'Unità, Roma 1987

Senso comune e filosofia

Quello del «senso comune» è uno dei grandi temi che Gramsci, fin dall'inizio dei Quaderni del carcere (febbraio 1929), si propose di scrutare e mettere a fuoco in tutte le sue attinenze e nella sua rilevanza politica. Non a caso esso attraversa gran parte della sua meditazione carceraria. L'odierno esteso uso del termine, almeno in Italia, nel linguaggio politico, si può dire che è stato largamente influenzato dalla diffusione postuma del pensiero di Gramsci.

L'espressione «senso comune» è di origine filosofica (come ognuno può riscontrare consultando un qualsiasi Dizionario di filosofia, o una storia della filosofia moderna). Il confronto con la tradizione filosofica rimane una costante essenziale delle osservazioni di Gramsci in proposito, ma non allo scopo di proseguirla, bensì di trasformarla profondamente immettendo la nozione di «senso comune» nel discorso politico, appunto; cioè costituendola in categoria della scienza politica, interpretativa della realtà sociale e in pari tempo operativa.

Gramsci osserva che famosi filosofi (per esempio Immanuel Kant o Benedetto Croce) si sforzano di far apparire le loro filosofie in accordo col cosiddetto «senso comune» (o anche «buon senso»), inteso come atteggiamento di opinione («opinione media») degli uomini, spontaneo e naturale. La prima mossa di Gramsci è di denaturalizzare quella nozione (che gli appare rozzamente naturalistica perfino in un idealista come Giovanni Gentile), cioè di storicizzarla radicalmente. La seconda mossa di Gramsci è di relativizzarla non solo diacronicamente, lungo il corso storico delle società umane (quel che ieri era «senso comune» oggi non lo è più e viceversa) ma anche sincronicamente, rispetto alle diverse stratificazioni (classi e gruppi sociali) di una medesima società: nella quale può coesistere e anche confliggere una pluralità di «sensi comuni».

La formulazione più matura di ciò si trova espressa nel Quaderno 24 (1934): «Ogni strato sociale ha il suo 'senso comune' e il suo 'buon senso', che sono in fondo la concezione della vita e dell'uomo più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di 'senso comune': è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. Il 'senso comune' è il folclore della filosofia e sta sempre di mezzo tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l'economia degli scienziati».

In tale concezione si innesta quella che possiamo chiamare la terza mossa di Gramsci, per la quale la nozione di «senso comune» si fa operativa nella pratica. Gramsci prende spunto da una osservazione di Marx, in un luogo del Capitale (su cui aveva già richiamato l'attenzione il Croce), ove viene affacciata l'idea che un determinato progresso scientifico (nella fattispecie: della critica dell'economia politica, in ordine alla teoria del valore) è storicamente possibile allorché «il concetto di uguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare». Gramsci generalizza questo modo di vedere proiettandolo nella sua rappresentazione dell'azione politica e rivoluzionaria. Una nuova concezione può aver resultati incisivi se riesce ad agire anche nella sfera del senso comune, «modificare l'opinione media di una certa società», addirittura produrre «nuovi luoghi comuni».

In rapporto a ciò è da vedere anche l'ardita problematica svolta da Gramsci intorno alla nozione di «conformismo». «Esistono molti 'conformismi', molte lotte per nuovi conformismi [...]». (Quaderno 15, 1933), nel quadro strategico complesso «del rinnovamento intellettuale e morale» (che non può essere «simultaneo in tutti gli strati sociali»). Tutte questioni da riportarsi ai grandi parametri gramsciani relativi al tema «spontaneità e direzione», all'interno del discorso sulla «egemonia».

Cesare Luporini

filosofo

fonte:
http://www.nilalienum.com/Gramsci/0_Glossario/GSensocomune.html

Cesare Luporini (1909-1993)