le lenti di Gramsci

venerdì 15 luglio 2016

Il sacro rende stupidi?


Andrea Comincini recensisce su Il Manifesto del 15 luglio 2016 il libro di Edoardo Boncinelli  Contro il sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi (Rizzoli, pp.230, euro 18)
La strage del 14 luglio a Nizza ad opera di fanatici religiosi, rende la lettura particolarmente attuale e stimolante, sebbene, come giustamente scrive il recensore, bisogna evitare di cadere nello scientismo. E' possibile con il problematicismo filosofico. (fe.d.)

L’ultimo lavoro di Edoardo Boncinelli, noto genetista di fama internazionale, si intitola Contro il sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi (Rizzoli, pp.230, euro 18), e come si può immaginare, sarà motivo di attacchi polemici e forti contestazioni.

Gli avversari di tale statement possono controbattere già dal titolo: come definire idioti coloro che credono, se si elencano personalità quali Dante, Agostino, o Newton – autori inoltre amati e spesso citati nel libro? L’obiezione, legittima, potrebbe trovare risposta da una rilettura più attenta del sottotitolo, e troverebbe conforto nell’esposizione: «perché le fedi ci rendono stupidi». Lo scienziato si scaglia anche contro le credenze laiche, ostacolo a una presa di coscienza dell’uomo sulle vere ragioni che lo spingono ad agire nel mondo.

Per sacro si intende dunque ogni atteggiamento confessionale, cioè qualsiasi rinuncia a cercare una spiegazione attraverso la ricerca razionale, autonoma, e non tramite idola di vario tipo. È indubbio che Boncinelli si infervori particolarmente quando si tratta di religione: i drammi prodotti da una verità calata dall’altro e dall’alto, storicamente antitetica a quella scientifica, non solo hanno ritardato e ritardano il progresso e le relative acquisizioni, ma incidono pesantemente sulla socialità dell’uomo. Se «noi siamo cultura», secondo la definizione di un precedente libro, è evidente il legame tra evoluzione e fede e solo scovando le ragioni ontogenetiche dei nostri comportamenti, per Boncinelli, si possono raggiungere risultati affidabili.

La critica del genetista si fa più accalorata quando sottolinea con decisione che la fede umana è frutto di una esigenza sorta all’interno del processo evolutivo, e di conseguenza questo terreno è l’unico a cui rivolgersi per non cedere a epifanie ultraterrene o domande preconfezionate.
È rintracciabile nella nostra storia antropologica per esempio, che le prescrizioni, le appartenenze, i riti servono e sono serviti a rinserrare i ranghi della specie davanti alle prove ardue della vita.

Il concetto di Sacro, da tale punto di vista, sembrerebbe improvvisamente rivelare una apparente positività, la quale tuttavia si manifesta subito di superficie. Non è detto infatti che un meccanismo di difesa e protezione debba necessariamente liberare la razionalità o tutelarla. Spesso, secondo Boncinelli, avviene il contrario. Basti pensare al piacere che si prova all’aderire a dei precetti religiosi, persino stupidi: rendono il praticante in armonia con il proprio dio, protetto e con la coscienza tranquilla. Tali fedi sono in netta contraddizione con uno dei cardini del libro: l’esortazione kantiana all’autonomia, la necessità di superare le barriere della superstizione e dell’ignoranza: «il ricorso a concetti e valori sacri, cioè intoccabili, condiziona e restringe di molto l’uso della razionalità, essenzialmente perché sacro significa spesso indiscutibile, e soprattutto indiscutibile a priori: un atteggiamento questo che è proprio l’opposto dell’uso della razionalità».

Compito della scienza, citando il Galileo di Brecht «non è l’infinito sapere ma porre una barriera all’infinita ignoranza». La requisitoria viene sostenuta con fermezza contro ogni forma di superstizione ed è alimentata da un genuino sentimento personale, vivificatore di una prosa scorrevole e attenta. Un unico rilievo critico può essere accennato al complessivo impianto teorico, paradossalmente prodotto dall’atteggiamento iconoclasta attraverso il quale Boncinelli sostiene la battaglia della ragione contro religione e metafisiche varie. Il rischio è reclamare, e non solo suggerire, che ogni filosofia e ogni espressione di fede debbano rinunciare a pronunciarsi su cosa sia verità, perché possesso esclusivo della scienza. Se la ricerca – giustamente – esige che filosofia e fede non si intromettano nel suo territorio di competenza, è altrettanto vero che lo scienziato – in virtù della sacra – questa sì – battaglia per la libertà, non giudichi qualunque ermeneutica una disciplina primitiva o inevitabilmente infantile. Il rischio è offrire il fianco a quanti vorrebbero ridurre la scienza a scientismo, e imputarla di un integralismo che non le compete.

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