le lenti di Gramsci

martedì 28 giugno 2016

LEGALITÀ COSTITUZIONALE E GIUSTIZIA


Le ragioni del no al referendum costituzionale di ottobre spiegate a Taranto dal Procuratore capo di Torino, Armando Spataro (di origine della città) in un'affollatissima e partecipata assemblea, il 25 giugno u.s., beneaugurante per la difficile battaglia che aspetta il popolo italiano per conservare o, meglio, rendere effettiva,  la sovranità popolare.
Dal nostro punto di vista, tre sono stati i concetti espressi degni di essere sottolineati:
- è la legalità costituzionale che legittima i poteri dello Stato, non viceversa (1)
- confondere i costi della politica con i costi della democrazia è aberrante (2)
- il soverchiante ruolo dell'esecutivo è pericoloso per le sorti stesse di una democrazia costituzionale in quanto funzionale a "un uomo solo al comando" (3)

Gli interventi dal pubblico hanno evidenziato la farraginosità incomprensibile del lunghissimo dispositivo che dovrebbe sostituire l'art. 70 della Carta Costituzionale e il legame della 'deforma' con una legge elettorale illegittima e antidemocratica.
Il magistrato in pratica, con linguaggio del potere cui appartiene, ha spiegato il possibile passaggio delle società capitalistiche dall'oligarchia alla tirannide. Ora però deve esprimersi la politica, e al suo interno i comunisti devono fare la loro parte.
Sui punti sottolineati, infatti:
1)     il concetto di legalità assume un significato parziale e determinato in una lettura marxista: essa non coincide con il concetto-ideale-guida di giustizia, e nello specifico, di giustizia sociale. La legalità, infatti, non è che l’insieme delle leggi che in una fase storica i rapporti di forza politici e i rapporti sociali di classe produce. Nelle società democratiche rappresentative con la tripartizione dei poteri (Montesquieu),  la legalità si vuol far coincidere con la giustizia, ma nel sistema capitalistico la democrazia rappresentativa non coincide con la democrazia sociale, per cui legalità non coinciderà mai con giustizia. Il concetto di legalità può essere applicato alla Costituzione italiana, frutto di un compromesso avanzato, nella cornice storica della caduta del fascismo. Per cui legalità costituzionale diventa il quadro entro cui muoversi nella lotta politica per l’affermazione dei propri ideali. Non a caso, dunque, essendo la Costituzione un intralcio alle politiche neoliberiste funzionali ai rapporti di produzione, alla cultura e al senso comune del sistema capitalista, vi è un tentativo del potere esecutivo di stravolgerla, per depotenziare le assemblee parlamentari,  rese sempre più deboli (benché di sempre più ridotta rappresentatività)  per leggi elettorali che producono maggioranze artefatte e la sovranazionalità del potere economico decisionale.
2)     Il tentativo paradossale del potere esecutivo di brandire l’arma dell’antipolitica è goffo e ha il fiato corto. L’antipolitica, infatti, permette di cavalcare l’onda del senso comune di massa, quello che si afferma di voler combattere, il populismo demagogico. Ma ciò collide con i fatti concreti, con le politiche reali e dunque l’esecutivo è destinato ad avvolgersi in questa spirale contraddittoria. Andare al potere con la fumosa categoria di “rottamazione”  e allearsi con le destre, cancellare i diritti del mondo del lavoro, tentare di stravolgere la Costituzione, approvare leggi elettorali che rafforzano l’autoritarismo e la scarsa rappresentatività, rendono incredibile la frase a imitazione cinque stelle “abbassiamo i costi della politica”. Quello che si vuole cancellare, in tutta evidenza, è il costo della democrazia, che, come di consueto, viene sovvertita dalle stesse classi dirigenti che si fanno dominanti (senza consenso, Gramsci).
3)     Nelle società capitalistiche occidentali, ma in particolare in Italia, che per la conformazione della sua crisi politico-economica tende a cancellare le tracce strutturali del compromesso socialdemocratico, un tempo imposto dal PCI e dalle lotte dei lavoratori, le democrazie rappresentative sono svuotate sempre più di sovranità popolare, di democrazia sociale e di istituti di democrazia dell’autogoverno ‘dal basso’,  per cui confliggono maggiormente con la legalità costituzionale. Si rafforzano i poteri del governo e i suoi abusi, il centralismo, l’unico compromesso è quello tra oligarchie che tendenzialmente si scontrano per interessi materiali  (cfr. la critica di Gramsci alle teorie di Michels e il concetto di ‘rivoluzione passiva’) [1] e la risoluzione nel ‘cesarismo’ prima e ‘bonapartismo’ dopo (anticamente la genesi delle tirannidi, con consenso populista per giungere al potere politico autoritario). 
Una chiave di lettura marxista attuale, rende il protagonismo del solo potere giudiziario o la riduzione della questione della legalità costituzionale a mero problema giuridico, largamente insufficiente  perché interno agli stessi poteri dello Stato. E’ dunque necessario che la democrazia si renda vitale nella sua aspirazione sociale attraverso l’utilizzo della stessa democrazia: ciò rende la difesa della nostra legalità costituzionale contro le tendenze all’autoritarismo degli esecutivi di per sé un atto rivoluzionario.

ferdinando dubla, giugno 2016

[1] “Gramsci risponde in modo decisivo a Michels ponendo al centro della sua riflessione la questione del rapporto tra intellettuali e popolo. Il partito è per Gramsci, come poi lo sarà per Togliatti, un soggetto che si fa intellettuale collettivo, in cui ognuno viene chiamato a dare il proprio contributo in quanto proveniente da un pezzo d’Italia o da un determinato contesto socio-culturale. Non ci sono avanguardie a dirigere le masse e a educarle, bensì un’organizzazione che si fa intellettuale di massa, nel momento in cui in essa affluiscono sia storie e sensibilità diverse dal tessuto sociale della nazione, sia competenze e saperi da quello della produzione. È il partito in cui tutti sono filosofi e intellettuali, perché il «moderno Principe» pensa il passaggio delle masse dall’economico al politico e ha come obiettivo quindi la ricostruzione unitaria della società moderna.”

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