le lenti di Gramsci

martedì 26 maggio 2015

Pedagogia di Seneca -- Il sapere rende liberi





"Se mi arrenderò al piacere, dovrò arrendermi anche al dolore, alla fatica, alla povertà; anche l'ambizione e l'ira vorranno le mie energie, anzi sarò straziato fra tante passioni. Aspiro alla libertà; questo è il premio a cui sono rivolte tutte le mie fatiche. Mi chiedi che cosa sia la libertà? È indipendenza da ogni cosa, da qualunque circostanza esterna, da qualunque necessità."

(Seneca)

Libero è solo l'uomo che in ogni momento della sua vita è in grado di obbedire a se stesso. L'azione libera non esclude ma include le leggi morali: si trova più in alto da quella che è espessa unicamente da tali leggi. La libertà è dominio delle passioni attraverso la ragione. Essa non è solo liberazione e indipendenza da ogni dato immediato,nè è solo l'immediatezza del cominciare da sè qualcosa,nè è solo autonomia e autodecisione,ma è anche consapevolezza di sè, e soprattutto capacità di permanere presso di sè.La piena saggezza, la più assoluta verità richiedono una forza d'animo, una fermezza dinanzi alle sofferenze della vita, impossibili anche per l'uomo più imperturbabile, tanto più considerando che una certezza indiscutibile,se fatta propria, necessita di un'angosciante libertà, libertà da preconcetti e condizionamenti, libertà dai sentimenti, dalle passioni, dalle sofferenze, dagli sconvolgimenti,turbamenti interiori ed esteriori.
Il sapere rende liberi,è l'ignoranza che rende prigionieri.

Eleonora Nardelli, 2^A_Scienze Umane,

Liceo delle scienze umane "F.De Sanctis", Manduria (TA)

venerdì 22 maggio 2015

Schola Dublatina: iscrizioni per gli studenti di scienze umane


Materiali e diario di bordo per studenti di scienze umane e sociali

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https://www.facebook.com/pages/Schola-Dublatina/391550334367614

dal liceo delle scienze umane "F.De Sanctis" di Manduria (TA)

orientamento e guida: prof. ferdinando dubla

in collaborazione con l'Associazione per l'insegnamento delle Scienze Umane


venerdì 15 maggio 2015

Pedagogia di Zygmunt Bauman


"Un effetto molto evidente (..) riscontrato dai teorici e dai praticanti del sistema educativo, è l'evidente spostamento dell'enfasi da "insegnamento" ad "apprendimento". Addossare ai singoli studenti la responsabilità di determinare la traiettoria dell'insegnamento e dell'apprendimento (e quindi delle sue conseguenze pragmatiche) riflette la crescente mancanza di volontà nei discenti di assumere degli impegni a lungo termine riducendo così il ventaglio di opzioni future e limitando così l'ambito d'azione. Un altro effetto evidente delle pressioni deistituzionalizzanti è la "privatizzazione" e la "individualizzazione" dei processi e delle situazioni di insegnamento e apprendimento, nonchè la graduale e inesorabile sostituzione della relazione ortodossa insegnanti-studenti con quella fornitore-cliente, o quella centro commerciale-acquirente. Questo è il contesto sociale in cui sono costretti ad operare attualmente gli educatori. Le loro risposte, e l'efficacia delle strategie utilizzate per promuovere tali risposte, sono destinate a rimanere a lungo oggetto cruciale di studio delle scienze pedagogiche."

da: Alba Porcheddu,  Zygmunt Bauman, Intervista sull'educazione, Sfide pedagogiche e modernità liquida, casa editrice: Anicia, 2005, pag.75

lunedì 11 maggio 2015

Susanna Camusso sulla scuola


La segretaria generale Cgil Camusso: «Viene il sospetto che tanta arroganza che il governo mette nel negare le ragioni dei lavoratori della scuola sia il segno che in realtà siano loro a non avere un progetto». L’unica cosa che il governo afferma, ha aggiunto Camusso «è il principio che c’è un uomo al comando che deve dirigere tutto, che non ha alcuna idea di quella funzione di comunità e integrazione che la scuola deve avere». «Bisognerebbe dire al ministro Boschi che quando il mondo della scuola si mobilita con le dimensioni di questo periodo, il governo dovrebbe porsi qualche domanda». E poi: «Non è la singola scuola d’eccellenza a creare sviluppo ma è la diffusione dell’istruzione in un intero territorio a favorirla». «Non serve la scuola dei ricchi, perché lo sviluppo del Paese si è sempre creato quando l’istruzione si diffondeva e diventava conoscenza collettiva».

da Il Manifesto, 12 maggio 2015

martedì 5 maggio 2015

Scuola non per tutti e tutte


La riforma. Dalle aule scompare la libertà di pensiero. La portata della manifestazione di oggi testimonia che si deve cambiare, profondamente. Per tornare alla Costituzione

Alba Sasso, Il Manifesto 5 maggio 2015
Oggi la scuola riem­pie l’Italia. Ne riem­pie le strade, paci­fi­che e colo­rate, e vuole rap­pre­sen­tare l’orgoglio della scuola pub­blica, la scuola di tutte e tutti. Non ci lasce­remo fer­mare — sostiene Renzi — da chi non vuole cam­biare. Non dice che la scuola è stata sot­to­po­sta, dal 2008, a una cura da cavallo. Sot­tratte risorse per 8 miliardi e mezzo, tagliati circa 80.000 posti di docenza e 50.000 di per­so­nale Ata, impo­ve­rita nel suo pro­getto cul­tu­rale. E se ha fun­zio­nato lo si deve al popolo indo­mito di inse­gnanti e diri­genti che ogni giorno hanno di fronte nelle classi chi il cam­bia­mento lo rappresenta.

È un popolo che con­ti­nua ad essere più avanti di chi lo governa.

Oggi, in primo luogo, ser­vi­rebbe resti­tuire a quella scuola il mal­tolto: in ter­mini di risorse umane e finan­zia­rie. Se è vero che que­sto governo vuole assu­mere 100.000 pre­cari deve farlo subito e con decreto. Già oggi è tardi per dare il tempo alla strut­tura ammi­ni­stra­tiva per pre­di­sporre le assun­zioni a set­tem­bre. Que­sto chiede con forza la mani­fe­sta­zione di oggi, que­sto chie­dono i sin­da­cati che l’ hanno promossa.

L’accanimento del pre­mier e anche della Mini­stra con­tro chi dis­sente nasconde il ten­ta­tivo di spo­stare la discus­sione dal vero pro­blema. Quella scelta auto­ri­ta­ria che si nasconde die­tro la volontà di affi­dare ai diri­genti sco­la­stici il governo com­ples­sivo del sistema. Il ten­ta­tivo di ripri­sti­nare un ordine, una catena di comando gerar­chiz­zata e buro­cra­tica, una tra­smis­sione ver­ti­cale della volontà poli­tica del governo sul come e in che dire­zione debba andare la scuola. C’è poi un altro rischio assai pesante in que­sto modello. La scelta degli inse­gnanti da parte dei pre­sidi alla lunga pro­dur­rebbe gerar­chie inac­cet­ta­bili tra le scuole: scuole di serie A e di serie B, per i ric­chi e per i poveri, per i cen­tri e per le peri­fe­rie. Appro­fon­dendo un fat­tore di crisi, quello delle dise­gua­glianze, che invece biso­gna sanare, per tor­nare alla scuola della Costituzione.

Il cuore di que­sta riforma è que­sto e non è emen­da­bile. Una scuola senza soldi e ora anche senza libertà di pen­siero. Per­ché anche l’osservatore più filo­ren­zi­sta sa, e ne ha par­lato, che affi­dare la scelta degli inse­gnanti a un mec­ca­ni­smo gerar­chico e auto­ri­ta­rio vuol dire inflig­gere un colpo duris­simo a ogni capa­cità cri­tica, alla libertà di inse­gna­mento, alla ricerca con­ti­nua di modelli peda­go­gici ed edu­ca­tivi che fanno della scuola ita­liana un modello di rife­ri­mento inter­na­zio­nale. Come può fun­zio­nare un sistema così rigido e così fran­tu­mato? Dove fini­rebbe quel mondo com­plesso e plu­rale che della sua com­ples­sità ha fatto la ric­chezza del paese? Cosa resta dell’autonomia se non rap­pre­senta la respon­sa­bi­liz­za­zione di tutti i sog­getti della vita della scuola e la scom­messa di un governo condiviso?

Senza dire delle tre­dici dele­ghe attra­verso le quali, senza con­trad­dit­to­rio e con decreti legi­sla­tivi ela­bo­rati dal governo, si cam­bierà defi­ni­ti­va­mente la fisio­no­mia della scuola ita­liana, dalla for­ma­zione degli inse­gnanti, alle «moda­lità di assun­zione come in altri set­tori del pub­blico impiego» ( Jobs act anche nella scuola?), alla revi­sione delle atti­vità di soste­gno, già assur­da­mente ridotte. Si tor­nerà indie­tro rispetto a una nor­ma­tiva tra le più avan­zate d’ Europa? E sono solo alcuni esempi.

La piazza di oggi è una piazza immensa quanto il cuore della nostra scuola, quanto le sue mille voci. Renzi a Bolo­gna, nel pieno di una con­te­sta­zione, ha detto che qual­cosa si può cam­biare. L’ampiezza della mani­fe­sta­zione di oggi testi­mo­nia che si deve cam­biare, profondamente.

lunedì 4 maggio 2015

5 MAGGIO: LA GIORNATA DELL'ORGOGLIO DELLA SCUOLA PUBBLICA


La scuola pubblica è un bene comune di studenti, insegnanti, genitori, dell'intera società, dove si apprende e tutti hanno diritto di istruirsi, a prescindere dal censo. Non è un personaggio da macchietta come Renzi che può distruggerla. Chiudiamo le scuole oggi, 5 maggio, per non chiuderle per sempre. (fe.d.)

OBIETTIVI:

SCRIVERE, INSIEME CON LE FAMIGLIE E GLI STUDENTI, UN NUOVO PROGETTO DI SCUOLA CONDIVISO.

1) Per una scuola libera, democratica e partecipativa. La comunità scolastica nel suo insieme (docenti, personale, famiglie, ragazzi) deve essere al centro del progetto educativo dell'istituzione scolastica. Il Preside deve avere la fiducia della propria comunità e deve agire sulla base di un progetto di scuola condiviso.
2) La stabilizzazione di tutti i precari della scuola con almeno 36 mesi di servizio. Contro la mobilità forzata dei docenti.
3) Rinnovo del contratto del personale della scuola.
4) Contro la chiamata diretta del personale docente e per il rispetto delle graduatorie.

DISCIPLINARE FLASH MOB:

Riunione nella principali piazze d'Italia alle ore 12 all'insegna del colore e della festa familiare. I docenti nelle piazze incontreranno liberamente in gruppi spontanei le famiglie per spiegare le ragioni del loro dissenso al progetto di legge sulla scuola e per chiedere la partecipazione attiva di tutti al progetto educativo di ogni istituzione scolastica. Alle 12,30 la riunione potrà essere sciolta.
Il Flash mob consente, a chi non potrà partecipare alle manifestazioni ufficiali nelle grande città, di manifestare in ogni città pacificamente e in modo costruttivo per una scuola migliore e di tutti.

I comparti Scuola dei sindacati confederali