le lenti di Gramsci

giovedì 19 febbraio 2015

PRENDETEVI LE ALBE (Franco Arminio)

 

Piccola lettera ai ragazzi italiani

 
Cari ragazzi, abi­tate da poco una terra antica, dipinta con le tibie di albe gre­che, col san­gue di chi è morto in Rus­sia, in Alba­nia. Avete den­tro il san­gue, il freddo delle navi che anda­vano in Ame­rica, le gri­gie mat­tine sviz­zere den­tro le baracche.
Prima il mondo filava le sue ore len­ta­mente e ogni scena era per tanti, tutti insieme nel pochis­simo bene che c’era e nel male che aveva il suono sotto le cop­pole e le man­telle nere. Era la terra dei cafoni e dei galan­tuo­mini, era il sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina, un pezzo di lardo.
Ora è una scena dis­san­guata, ora ognuno è fab­bro della sua soli­tu­dine e per stare in com­pa­gnia si è costretti a bere, a diva­gare nel nulla, a tenersi lon­tani dal cuore. È uno stare che non con­te­sta niente, ma è senza pace, senza convinzione.
Ora non vi può con­vin­cere nessuno.
Dovete cam­mi­nare nel mistero di que­sta epoca fri­vola e dan­nata, in que­sta terra che muore e che gua­ri­sce, dovete stare nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra, tra una fac­cia e l’altra, tra una mano e l’altra. Tutto è spac­cato, squar­ciato, sepa­rato. Sen­tiamo l’indifferenza degli altri e l’inimicizia di noi stessi.
È una scena che non si muta in un solo giorno, ma è impor­tante sol­le­vare lo sguardo, allun­garlo: la rivo­lu­zione del guardare.
Uscite, con­te­state il vomito invec­chiato su una mat­to­nella a cui si è ridotta la politica.
Con­te­state con durezza i ladri del vostro futuro: sono qui e a Milano e a Fran­co­forte, guar­da­teli bene e fate­gli sen­tire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci coi potenti.
Uscite e ammi­rate i vostri pae­saggi, pren­de­tevi le albe, non solo il far tardi.
Avvol­gete con stri­sce di luci le ombre in cui dimo­rano i vostri nonni. Vivere è un mestiere dif­fi­cile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore più facil­mente si fa arte: e allora suo­nate, can­tate, scri­vete, foto­gra­fate. Non lo fate per darvi arie crea­tive, fatelo per­ché siete la prua del mondo: davanti a voi non c’è nessuno.
L’Italia è un inganno e un pro­di­gio. Lasciate gli inganni ai mestie­ranti della vita piccola.
Pen­sate che la vita è colos­sale. Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

martedì 17 febbraio 2015

E ora, guardiamoli dall'alto, Giordano, i tagliagole dell'Inquisizione nuova ci sono ancora, eccome...

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NON VOGLIO PENTIRMI. NON HO DI CHE PENTIRMI. 

NON SO DI COSA PENTIRMI. 

giordano bruno




Il 17 febbraio del 1600 il filosofo Giordano Bruno fu condannato a morte per eresia dalla Santa Inquisizione. A Roma, la lingua straziata in una morsa di ferro perché non parlasse, il filosofo fu condotto in piazza Campo de' Fiori, spogliato nudo, legato a un palo e bruciato vivo.


lunedì 9 febbraio 2015

Enrico Berlinguer: il partito come formazione pedagogica


Forte tensione ideale, prospettiva rivoluzionaria e il partito come “scuola” e intellettuale collettivo

 dall’intervento al CC del PCI del 15 gennaio 1970

Enrico Berlinguer (1922-1984)

(..)Non basta che una prospettiva sia in sè rivoluzionaria: occorre che sia riconosciuta e sentita come tale da grande masse. Ecco il punto da cui dobbiamo partire. Ora, questo problema ci si propone oggi in termini che, in parte, sono del tutto nuovi, anche perché esso è strettamente unito allo sforzo che vogliamo compiere in modo sempre più coerente per affermare una visione della lotta per il socialismo che comporta la liberazione da elementi messianici, di utopia. Ma, anche e proprio perché riteniamo necessario compiere questo sforzo, dobbiamo in pari tempo proporci con forza il problema del mantenimento e del recupero su terreni che in parte devono essere necessariamente diversi da quelli del passato, di valori e sentimenti che restano e sempre saranno essenziali per la lotta rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi alleati, perché il movimento di emancipazione dei lavoratori non può vivere ed avanzare se viene privato della carica di una forte tensione ideale.
(..)
Su questi terreni, che sono di lotta politica e di cultura insieme, sono convinto che possiamo collegarci più saldamente e ampiamente a tutte quelle forze e a quelle spinte che si ribellano, che respingono i modi di vita e l'assenza di valori dell'attuale civiltà capitalistica e cercano una via di uscita; e che, nella ricerca di questa via di uscita, nella lotta e costruzione di una società nuova possano portare un loro peculiare apporto non solo di lotta, ma anche di valori. Io credo però che anche all'assolvimento di questi compiti è affidata in larga misura, e più in generale, l'affermazione di quel ruolo insostituibile che ha nella situazione italiana il partito comunista, in quanto partito diverso da tutti gli altri. Partito capace, ceto, prima di tutti, di essere l'animatore, l'organizzatore delle lotte; di essere uno degli elementi fondamentali dell'unificazione, della sintesi politica, del raggruppamento delle alleanze attorno alla classe operaia; ma capace anche di proporre sempre col respiro necessario una generale prospettiva rivoluzionaria che sia riconosciuta e sentita. (..) la prospettiva rivoluzionaria richiede sempre un grado di elaborazione politica ed ideale elevata che solo un partito concepito e costruito come intellettuale collettivo può assicurare.
(..) Bisogna cioè ricordare sempre che il partito, se è certo, e prima di tutto, organizzazione di lotta o politica, è anche " scuola". E scuola deve essere anche la Federazione giovanile comunista. Tutti dobbiamo impegnarci alla costruzione di una grande autonoma organizzazione giovanile comunista di masse e di lotta. (..) Lenin non aveva esitazioni a mettere in luce l'importanza che deve avere per un partito rivoluzionario il momento della pedagogia. Noi tutti sappiamo bene, del resto, quale rilievo questo momento ha avuto negli scritti di un altro nostro grande maestro, Antonio Gramsci, e quale contributo Gramsci abbia dato alla elaborazione non solo della pedagogia in generale, ma anche al modo specifico con cui i problemi della pedagogia si pongono per il partito politico del proletariato.
 
Sull'ultimo numero di Lavoro Politico
 
di estrema attualità per noi e il nostro impegno (fe.d.)

domenica 1 febbraio 2015

Le origini del Carnevale nei misteri eleusini e nei riti dionisiaci



dalle rispettive voci di Wikipedia


(..) I riti eleusini erano antichissimi, si svolgevano già prima dell’invasione ellenica (periodo miceneo, circa 1600-1100 a.C.). Secondo alcuni studiosi il culto di Demetra fu fondato nel 1550 a.C.[1] Quando, nel VII secolo a.C. Eleusi diventò parte dello Stato ateniese, i riti si estesero a tutta la Grecia antica e alle sue colonie. Ebbero larga diffusione anche a Roma e perfino Cicerone, gli imperatori Adriano, Marco Aurelio (che ebbe come mistagogo Erode Attico) e Gallieno vi presero parte.

I misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita), la "ricerca" e l'ascesa, dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.

Il rito era diviso in due parti: la prima, piccoli misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera nel mese di Antesterione, la seconda, grandi misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno nel mese di Boedromione (settembre-ottobre).[2] La cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.

I riti erano in parte dedicati anche alla figlia di Demetra, Persefone, poiché l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Persefone trascorreva sulla terra e nell’Ade.

I riti, le cerimonie e le credenze erano tenute segrete. Gli iniziati credevano che avrebbero ricevuto la giusta ricompensa dopo la morte.[3] I vari aspetti dei Misteri sono rappresentati su molti dipinti e ceramiche. Poiché i Misteri comprendevano visioni e invocazioni a una vita oltre la morte, alcuni studiosi ritengono che il potere e la longevità dei Misteri Eleusini derivasse da agenti psichedelici, collegati all'utilizzo di pane a base di segala cornuta, cioè segala contaminata dal fungo claviceps purpurea.[4][5][6] (..)



Clemente Alessandrino (Protrettico II, 21, 2) ci ha tramandato la formula sacra dei misteri: "Ho digiunato; ho bevuto il ciceone; ho preso nel cesto e, dopo averlo maneggiato, ho deposto nel cesto, poi, riprendendo dal cesto, ho riposto nel cesto". Probabilmente il paniere rituale simboleggiava il mondo infero e l'iniziando, scoprendolo, scendeva agli Inferi. A seguito di questa misteriosa manipolazione degli oggetti sacri, l'iniziato era nato di nuovo e si considerava da ora in avanti come adottato dalla dea.[9] I misteri eleusini, come l'orfismo e i misteri dionisiaci, hanno le loro remote radici nella protostoria, da tradizioni cretesi, asiatiche, traci, arricchite ed integrate in un nuovo orizzonte religioso. [10]

La distruzione del tempio di Demetra nel 396 d.C., ad opera dei Visigoti, seguaci dell'Arianesimo e condotti da Alarico, sancì la definitiva interruzione delle celebrazioni.



(..) Successivamente venne identificato in special modo come Dio del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi, quindi venne a rappresentare l'essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l'elemento primigenio del cosmo, l'irruzione spirituale della zoé greca, ossia l'esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.[3] Questo dio rappresenta in particolare lo stato di natura dell'uomo, la sua parte primordiale, animale, selvaggia, istintiva, che resta presente anche nell'uomo più civilizzato, come una parte originaria insopprimibile, che può emergere ed esplodere in maniera violenta se viene repressa, anziché compresa ed incanalata correttamente.

Veniva identificato a Roma con il dio Bacco (simile a Dionisio pur non essendo la stessa cosa), con il Fufluns venerato dagli Etruschi e con la divinità italica Liber Pater, ed era soprannominato lysios, "colui che scioglie" l'uomo dai vincoli dell'identità personale per ricongiungerlo all'originarietà universale. Nei misteri eleusini veniva identificato con Iacco.(..)

L'impetuoso avvento di Dioniso e la sua misteriosa presenza sono simboleggiate da un'immagine da cui traspare l'enigma perturbante della sua duplicità e con esso la sua frenesia: la maschera. Nella festa della vendemmia, ad esempio, Dioniso era presente in figura d’una maschera. La maschera, invero, ricorre anche in altri culti greci, ma solo quelle dionisiache rappresentavano il dio nella sua epifania (una di queste, in marmo, dalle proporzioni superiori al normale, con rami d'edera, risale alla seconda metà del VI secolo e appartiene al sacrario dionisiaco di Icaria nell'Attica, che ancora oggi s'intitola al dio; questa maschera serviva evidentemente a usi cultuali che ci sono noti dalle immagini vascolari). A causa delle notevoli dimensioni, tali maschere dunque non venivano indossate ma erano concepite come le immagini stesse del dio. La materia è ancora controversa, ma le diverse ipotesi confluiscono sul concetto della maschera come "epifania" ed essenza del dio, e non semplice simbolo.(..)

Il volto dagli occhi scrutatori è stato da tempi immemorabili considerato come la più caratteristica manifestazione delle nature di tipo umano o ferino, e questa manifestazione viene riaffermata efficacemente dalla maschera, in quanto essa è la più forte immagine della presenza, della frontalità, di ciò “che viene incontro”: i suoi occhi sbarrati davanti a sé sono tali che non si può fuggire, il suo volto è intenso, vibrante e ambiguo, simbolo contraddittorio di immediata presenza e assoluta assenza, di realtà e illusione, ragione e follia. La maschera di Dioniso si distingue da quella delle altre divinità perché è più penetrante e immediatamente sensibile, ed è collegata con l'infinito enigma della duplicità e della contraddizione: i misteri ultimi dell'essere e del non-essere fissano l'uomo con occhi smisurati in un’esperienza totalizzante, che investe tutta la sfera dell’essere. Questo spirito della duplicità che contraddistingue Dioniso e il suo regno ricorre in tutte le forme del suo operare, è la causa di quello stravolgimento che ogni elemento dionisiaco non manca mai di suscitare perché è lo spirito di una natura selvaggia e universale.(..)


https://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_eleusini
https://it.wikipedia.org/wiki/Dioniso