le lenti di Gramsci

lunedì 22 luglio 2013

Stabilizzazione precari scuola: la vertenza rimessa alla Corte di giustizia europea


La Corte costituzionale dà un segnale forte e apre la porta della speranza ai precari della scuola. Una sentenza molto innovativa a conferma della giusta battaglia della FLC CGIL contro l'illegalismo.





La Corte costituzionale con l'ordinanza n. 207 del 2013 ha rinviato alla Corte di giustizia UE la decisione sulla stabilizzazione dei precari della scuola.

I lavoratori con contratti a tempo determinato superiore a 36 mesi che hanno presentato ricorso vedranno, quindi, la definizione dell'annosa vertenza con una pronuncia della Corte di giustizia europea.

In particolare la Corte costituzionale ha chiesto alla Corte di giustizia se la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi su posti liberi, anche se motivate con esigenze di riorganizzazione del sistema scolastico, siano compatibili con la Direttiva europea (si tratta della clausola 5, punto 1 dell'Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla Direttiva del Consiglio n. 1999/70/CE), che invece la vieta.

La Corte costituzionale, rinviando alla Corte di giustizia europea, fa risaltare le manchevolezze dei governi che da decenni sfruttano il lavoro di docenti e ATA costringendoli a condizioni di incertezza assoluta, nonostante i posti liberi.

È un'ulteriore conferma della fondatezza della nostra battaglia nelle sedi politiche e giudiziarie per il superamento del precariato nei settori della conoscenza.

sabato 20 luglio 2013

Relazione Diliberto VII Congresso Chianciano Terme

Chianciano Terme, 19 luglio 2013 -- relazione Oliviero Diliberto

martedì 9 luglio 2013

Sull'etica comunista (Fosco Giannini)





Ripubblichiamo uno tra i più densi e interessanti contributi di Fosco Giannini all’impresa della ricostruzione (in questo caso etica)  del Partito Comunista in Italia, per la prima volta apparso su Liberazione (organo di stampa del Prc) nel marzo 2009 e ripubblicato oggi nel bel libro antologico “Da una parte della barricata”, Affinità elettive ed., 2013, che consigliamo a tutti i compagni di leggere per riflettere. (fe.d.)

PER UN’ETICA COMUNISTA
di Fosco Giannini
L'articolo di Luigi Vinci (Liberazione, 7 marzo, "Partito sociale e fondazione di un'etica di classe") è importante poiché pone questioni centrali dello stesso progetto della rifondazione comunista. Vinci evoca il problema dell'etica comunista, correlata alla democrazia interna ad un partito comunista e come anticipazione del suo progetto strategico: che tipo di società socialista? Nell'essenza, egli mette a tema la relazione tra burocratizzazione del partito comunista, soppressione della democrazia interna e spegnimento del suo ruolo rivoluzionario.
Tale relazione è verosimile ed anche storicamente constatabile. Ma il punto è: come si fa ad evitare il ritorno dei processi degenerativi (derive istituzionaliste, carrierismo, leaderismo) già conosciuti? Potrebbero aiutarci le riflessioni che su questo punto sviluppano oggi intellettuali marxisti latino americani, come Carlos Nelson Couthino, che riattualizza, nella temperie del suo continente il pensiero di Gramsci.
Mutuando la riflessione di Lenin e di Gramsci, Couthino pone il problema di un partito comunista che superi la tendenza tradunionistica della classe e si offra come intellettuale collettivo per la classe: «ll partito appare così come un'oggettivazione fondamentale di quello che Gramsci chiamava momento catartico… E' in questo senso che devono essere lette le osservazioni di Gramsci su spontaneità e direzione cosciente. In esse, Gramsci prende posizione contro il feticismo della spontaneità». Il partito, dunque, non è pura emanazione della "coscienza dall'esterno". Tra il suo ruolo e la soggettività sociale deve instaurarsi un rapporto dialettico: «Gramsci non crede che la volontà collettiva possa essere suscitata solo "dall'alto", senza tenere conto dei sentimenti spontanei delle masse». Per il Gramsci ordinovista, «l'elemento di "spontaneità" non fu trascurato e tanto meno disprezzato; fu educato, fu indirizzato, fu purificato…».
Ma quale partito comunista - si chiede il marxista brasiliano - è in grado di essere, dialetticamente, sia il "moderno Principe" che la cassa di risonanza della soggettività sociale? Couthino ne rilancia i tre punti essenziali: a) il partito comunista ha bisogno di una vasta base di militanti, perché «senza di essi il partito non esisterebbe, ma è anche vero che il partito non esisterebbe solo con essi»; b) esso «ha bisogno dell'elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, dotato di forza altamente coesiva e disciplinatrice… i capitani». I quali da soli, non formano il Partito, ma senza i quali non c'è nessun partito comunista. Infine, c) vi è, come elemento innovativo la mediazione positiva e costante tra la base militante e "i capitani": è la democrazia interna attiva, senza la quale il "centralismo democratico" degenera in burocratico. Ma vi è qualcosa in più: il flusso democratico interno è anche funzionale alla costruzione della necessaria etica comunista.
E siamo ad un punto centrale: si può supporre una democrazia interna, un'etica comunista che si costituiscano solo dal flusso democratico interno?
Crediamo che per determinare un cambiamento generale dei costumi politici (costituire un tabù del carrierismo ecc.) occorra rifarsi (se non ad una delle categorie centrali della teologia: «è la Legge che crea la Morale») quantomeno all' essenza del Diritto («sono le Leggi che permettono il passaggio da una società incivile ad una civile»).
E' il problema delle regole interne, quelle che permettono che la linea si formi attraverso il più ampio dibattito politico e teorico; che il dissenso non sia demonizzato; che il consenso non sia premiato come valore in sé, anche nell'obiettivo che la necessaria dialettica non si cristallizzi nelle correnti e nelle frazioni organizzate.
Al dunque, parliamo del "terzo elemento" gramsciano rimesso in luce da Couthino: il nesso democratico interno ad un partito comunista, sostenuto però da regole forti, innovazioni senza le quali vengono meno il ruolo del "moderno Principe", quello dei "capitani" e la volontà di lotta dei militanti.

sabato 6 luglio 2013

Imprinting

Imprinting

La scuola è neutra, nella dinamica dello scontro sociale?
Ovverosia: l’ordinamento della scuola e la sua struttura, hanno o non hanno alcun legame, organico con l’organizzazione, l’ordinamento e la struttura sociale ed economica della società?
La scuola, è scuola senza accezioni, o è scuola borghese, capitalistica, neocapitalista, liberista …?
Come potrebbe essere altrimenti?
Forse ci sono delle isole nel mare neoliberista, delle isole di resistenza di lotta, quali nel passato abbiamo potuto conoscere ed imparare, da Don Milani a Paulo Freire.
Ma è certo che in clima di mercato la scuola rientra in una dinamica di trasformazione delle materie prime, di produzione di oggetti di consumo e di creazione di plusvalore.
In effetti, dobbiamo sottolineare come la richiesta di democratizzazione degli studi, in regime capitalistico opera in maniera contraddittoria.
Oggi la formazione generalizzata non corrisponde ad una analoga e corrispondenti richiesta di maggiori e migliori quadri, da parte dell’economia (come avvenne invece per la democratizzazione degli studi negli anni 60 e 70 del secolo scorso).
Anzi:
1) la democratizzazione produce giovani pluri-laureati, che restano senza lavoro e si ritrovano magari a guidare il taxi;
2) il valore formativo e culturale dei giovani laureati disoccupati è considerato come uno spreco per la società;
3) la disoccupazione intellettuale contribuisce a gestire e calmierare il mercato della disoccupazione, sviluppando il precariato che risulta così essere un fattore di equilibrazione sociale del mercato (tutti lavorano un po’);
4) favorisce la competizione interna fra categorie, il servilismo e mantiene bassi i costi del lavoro.
La scuola moderna è neo-liberista nella sua struttura, che è competitiva ed individualista.
È borghese nei contenuti e nel metodo, che:
1) evitano accuratamente di porre i problemi sociali al centro dei processi d’insegnamento,
2) separano i contenuti reali dalle discipline, contrapponendo insegnamento e ricerca.
3) propongono precoci specializzazioni formative (la scelta a15 anni).
È gerarchica nella finalità, che è la selezione e la formazione dei gruppi dirigenti futuri, adagiati nella accettazioni di queste regole del gioco.
E’ capitalista nelle fondamenta, perché il diritto allo studio è sempre subordinato alle necessità finanziarie ed economiche del paese in primis, ma specialmente e molto concretamente è subordinato ad un salario.
La richiesta di una sempre migliore e generalizzata formazione opera in maniera contradditoria, perché il valore di un giovane intellettuale disoccupato viene a decadere. “Ma perché studiare tanti anni se poi non posso professare”? “Perché investire negli studi se poi non c’è lavoro abbastanza”?
Lo studio ha sempre avuto una accezione legata alla formazione, alla crescita e all’arricchimento personali. Lo studio come formazione della personalità e tutte queste belle cose. La richiesta del diritto allo studio per tutti deve corrispondere a una trasformazione sociale ed economica della società, perché lo studio, in regime capitalistico, è sempre appannaggio di un concetto poco formativo ma molto produttivo.
Giovanni Galli,  psicologo e psicopedagogista

martedì 2 luglio 2013

Immobilismo del governo dell'inciucio anche sulla scuola


La FLC_CGIL, in una nota, denuncia il temporeggiamento di questo governo delle 'larghe intese' e delle vedute ristrette in tema di politica scolastica. Si legge tra l'altro:
"Il tempo delle parole è scaduto, la scuola ha bisogno di fatti a fronte di pressanti emergenze: immissioni in ruolo docenti e ATA, inidonei, revisione delle norme sulle pensioni, organico funzionale, scuola dell’infanzia, regolamento sulla valutazione, seconde posizioni ATA…. per citare solo alcuni dei temi portati all’attenzione del Ministro.
Infine il Contratto. Abbiamo chiarito che siamo indisponibili a confronti solo sulla parte normativa: la valorizzazione professionale dei lavoratori della scuola parte dal dare una risposta all’emergenza salariale dei lavoratori. Non ci sembra che il blocco dei contratti fino al 2015 e il congelamento degli scatti di anzianità vadano in questa direzione.
L’immobilismo che rileviamo nelle ultime settimane dalla nomina del nuovo governo non può protrarsi oltre: ci attendiamo risposte, impegni certi e un confronto vero con il sindacato."

La scuola come investimento e non come costo. Che la sinistra riprenda la parola.