le lenti di Gramsci

venerdì 31 agosto 2012

Petizione In favore dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici



A:Ministro per i Beni e le Attività culturali, Presidente Regione Campania

Alla c. a. del ministro per i Beni e le Attività culturali, Lorenzo Ornaghi, e del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro

Illustre Ministro,
Illustre Presidente,

la Biblioteca dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, messa insieme da Gerardo Marotta in mezzo secolo di pazienti ricerche presso fondi librari e antiquari in tutta Europa, costituisce il nucleo fondamentale dell'Istituto fondato nel 1975 a Roma, nella sede dell’Accademia dei Lincei, da Enrico Cerulli, Elena Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli e Gerardo Marotta, che ne è anche il presidente. La Sovrintendenza ai beni librari della Regione Campania ha riconosciuto nel 2008 il valore di questa raccolta, che oggi conta circa trecentomila opere, dichiarando che essa «presenta i segni di uno sforzo ragionato di gestione e sviluppo, frutto, non di casuale sedimentazione, ma delle attività di studio, ricerca e formazione promosse dall'Istituto di appartenenza». La delibera, attestando «il grande valore bibliografico e culturale» della biblioteca, decreta «la necessità di salvaguardarne l'inscindibile legame con l'Istituto di emanazione» e «l'opportunità e l'utilità sociale di predisporne le migliori condizioni di fruizione pubblica».

Fu in questo spirito che la Regione, già nel 2001 con delibera n. 6039, individuò come sede della biblioteca i locali dell'ex-CONI in Piazza Santa Maria degli Angeli n. 1, a pochi passi da Palazzo Serra di Cassano, sede dell'Istituto, al fine di garantire la necessaria vicinanza tra la biblioteca e il luogo in cui quotidianamente si svolge un'intensa attività di seminari, così da assicurare la fruibilità del patrimonio librario al vasto pubblico di studiosi e ricercatori. Venne dunque formulato un progetto che, tenendo conto dei locali disponibili e dello spazio occupato dai volumi, consentisse, attraverso un sistema di scaffalature compatte, una sistemazione adeguata, congrua e razionale della raccolta.

Tuttavia, inspiegabilmente, l’attuale Giunta regionale emana nel 2011 un nuovo atto che opera una radicale inversione di rotta rispetto al complesso processo iniziato dieci anni prima: con la delibera n. 283 si inseriscono due elementi che minacciano di stravolgere letteralmente il progetto originario per cui erano stati stanziati anche specifici fondi europei. Viene difatti prospettata per i locali individuati l'utilizzazione «come fondo iniziale dei volumi che obbligatoriamente vengono trasmessi in copia alla Regione Campania da editori e aziende tipografiche allorquando pubblicati» e l'attivazione di una «Biblioteca pubblica “a scaffale aperto”». Ciò significherebbe non solo sfregiare l'armonica razionalità interna della raccolta dell’Istituto, che la rende specchio di una dimensione culturale internazionale, con l'inserimento di un fondo avente come unico criterio quello dell'appartenenza geografica regionale, ma significherebbe soprattutto impedire materialmente l'allocazione della biblioteca dell'Istituto, la cui dimensione è tale da occupare per intero lo spazio dei locali e solamente qualora sia rigorosamente seguito il progetto delle scaffalature compatte.

L'estenuante lentezza e l'infelice esito di questo processo testimoniano la trascuratezza con cui è stato considerato negli ultimi anni l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che secondo l'UNESCO non ha termini di paragone nel mondo e che oggi, privato dei fondi necessari al suo pieno funzionamento, rischia di dover chiudere. È inaccettabile assistere a questo avvilimento dell'Istituto e alla sepoltura della sua biblioteca in un triste deposito, un ex capannone industriale di Casoria, per opera della miopia e dell'inerzia ostinata di alcuni dirigenti amministrativi.

Chiediamo, pertanto, che la Regione revochi la delibera del 21 giugno 2011 e ripercorra con urgenza la strada tracciata dalle delibere dell’amministrazione Bassolino e della Sovrintendenza bibliografica regionale, aprendo finalmente al pubblico un grande patrimonio librario, e che, su sollecitazione del Ministero dei Beni culturali, il Governo presenti un disegno di legge al Parlamento diretto a garantire un finanziamento stabile per l'Istituto che consenta di ripianare gli oneri finanziari derivati dal ritardo, quando non dal venir meno per alcuni anni, degli stessi contributi, e che permetta il pieno svolgimento delle sue attività di ricerca e della sua funzione civile.


PRIMI FIRMATARI

Remo Bodei
Alberto Burgio
Gaetano Calabrò
Luciano Canfora
Giulietto Chiesa
Gianni Ferrara
Paolo Maddalena
Aldo Masullo
Ugo Mattei
Aldo A. Mola
Tomaso Montanari
Franco Roberti
Stefano Rodotà
Roberto Saviano
Salvatore Settis
Gianni Vattimo
Gustavo Zagrebelsky 
Ferdinando Dubla, 1 settembre 2012

sabato 25 agosto 2012

Apprezzamento di Diliberto per l'appello a una "cosa seria": è l'unità della sinistra. SEL dovrà scegliere

Metti insieme un consigliere regionale di Sinistra e Libertà (Giulio Cavalli), uno dei blogger più conosciuti nel panorama del web (il caporedattore dell’Espresso Alessandro Gilioli, papà di “Piovono rane”), una satirica di livello come Francesca Fornario (Un Giorno da Pecora, tra i fondatori di Pubblico), un altro giornalista e blogger a Micromega (Matteo Pucciarelli di Repubblica) e due giovani “rampanti” sempre di Sel, Luca Sappino e Pasquale Videtta (entrambi nella squadra del giornale fondato da Luca Telese). La loro lettera appello per una “Cosa Seria” a sinistra sta cominciando a creare un piccolo (o grande) caso.
Centinaia di commenti e migliaia di condivisioni sui social network mettendo insieme varie piattaforme: dall’Espresso a Repubblica.it, fino ad altri siti della sinistra come il nostro e ArticoloTre. Un appello per convincere Sel e «una parte del Pd» a sostenere un programma di sinistra, naturalmente. E una coalizione larga, senza Udc, ma con Idv, comunisti, verdi e Alba. E, sottinteso, la Fiom.
La sfida ovviamente è dentro Sel. L’accordo con Bersani di Vendola, praticamente blindato, prevede una successiva alleanza con Casini e company. I vendoliani fanno finta di niente, ma i maggiorenti Pd lo dicono chiaramente, giorno dopo giorno: al governo ci si andrà «con il Centro». Con spazi di manovra, a sinistra, praticamente inesistenti. Il trionfo del post-montismo, insomma.
Succede che nei giorni scorsi sul sito di Sinistra e Libertà appare un’analisi di Guido Paglia in cui, praticamente, si dice che il patto con l’Udc rientra tra le cose. È la linea del partito? Mistero. Da lì, sempre sul web, parte la sfida dei sei al webmaster del portale, Marco Furfaro: se quella di Paglia non è la linea e noi scriviamo un intervento di segno opposto ce lo pubblichi? Risposta: «Certo, mica siamo la Pravda».
«Altro che Cosa Bianca, facciamo una Cosa Seria», esordisce così l’appello. «È un tentativo (disperato non so, doveroso di sicuro) di far pressione contro il suicidio politico verso cui stanno andando Sel e Pd alleandosi con l’Udc», risponde a un lettore Gilioli. «La parola “sinistra” (…) è un sentimento, un modo di stare al mondo, un’appartenenza ideale e concreta che richiede coerenza e che non può ridursi in piccoli e particolari interessi di bottega, antiche inimicizie e gelosie d’appartenenza», spiega l’appello.
Due giorni dopo, dell’appello nessuna traccia sul sito di Sel. Ma in compenso lo stanno appoggiando in diversi. Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha fatto sapere di apprezzare l’iniziativa, che ha condiviso sulla propria pagina Facebook. Lo condivide in rete anche Sonia Alfano, presidente della commissione antimafia europea: «Condivido e soprattutto trovo fondamentale il punto programmatico sulla pretesa dell'accertamento della verità: tutta la verità». Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto: «Un appello intelligente. Che esce dal politicismo e discute di politica. Da che lato si esce dalla crisi? Quale Europa vogliamo? Invertire le politiche di austerità imposte da Bce e Fmi è vitale perché sono fallimentari oltre che inique. Abbiamo il dovere di provarci. La mia speranza è che quest'appello non cada inascoltato, e che il centrosinistra tutto, finalmente con il coraggio delle idee e non con la paura della tecnocrazia, possa muoversi in questa direzione».
I rumors dicono che anche il braccio destro di Vendola, Nicola Fratoianni, abbia apprezzato. Interpellato dalla rivista d’area Gli Altri non ha negato: «Ho sempre detto che con l’Udc non si può stare insieme». Chi invece non l’ha preso benissimo, pare sia Gennaro Migliore. L’ex delfino di Fausto Bertinotti non vede di buon occhio l’attivismo di Cavalli. E di mollare la presa (cioè l’accordo col Pd) non ne vuole sapere per nessun motivo. Ma alla prossima assemblea nazionale di Sel (30 agosto) proprio Cavalli porterà l’appello in cui chiederà di mettere nero su bianco che Sinistra e Libertà non si alleerà mai con l’Udc. Che, di conseguenza, Vendola debba porre l’aut aut a Bersani: o noi o l’Udc.
La base di Sel pare essere decisamente contraria all’accordo con il genero di Caltagirone. La dirigenza invece è spaccata, con un solo grande oppositore uscito chiaramente allo scoperto: Alfonso Gianni, un altro fedelissimo di Bertinotti.
Silenzio invece dalla sinistra Pd. Si vociferava – come riportato dagli Altri - di un interessamento di Pippo Civati ma, scrive sempre Gilioli, «non esce dal Pd neanche se lo portano via».
Insomma, la strada per costruire una “Cosa Seria” a sinistra pare in salita. Ma non impossibile. Anche perché potrebbe inserirsi nella discussione un peso massimo capace di cambiare gli equilibri: Luigi De Magistris.

Autore: Alessandro Fabbrini

mercoledì 22 agosto 2012

FAMIGLIA CRISTIANA HA RAGIONE, MONTI NON MERITA APPLAUSI

"Famiglia Cristiana ha completamente ragione quando, riferendosi al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini parla di "applausi solo al potere" e di "forte contrasto con la realtà".In realtà oggi la società si divide tra chi la guarda con gli occhi dellì'uomo della strada e chi la guarda dall'alto dei palazzi delle banche o del pirellone.
E' del tutto evidente che la crisi per questi non è forse mai cominciata anzi ci hanno guadagnato mentre le misure prese per "combattere" la crisi stanno aggravando pesantemente le condizioni di vita di milioni di persone.
Per cambiare le politiche come quelle del governo Monti è necessario in primo luogo cambiare il punto di osservazione. Questa è la rivoluzione culturale che condividiamo con Famiglia Cristiana.

L'editoriale di Famiglia Cristiana contro Monti e Comunione e Liberazione

Nel numero in edicola di Famiglia Cristiana (21 agosto 2012) uno squarcio di verità e alcuni interrogativi intelligenti. Il settimanale dei Paolini si distingue anche questa volta per l'affiancamento agli umili e alle condizioni dei ceti popolari. Questo l'editoriale, presumibilmente del direttore responsabile, Don Antonio Sciortino:

Monti, l'ottimismo e gli applausi

Rimini (Ansa).
«Per molti aspetti vedo avvicinarsi l’uscita dalla crisi». Così il presidentedel Consiglio Mario Monti ha aperto il Meeting di Comunione e liberazionea Rimini. Un discorso carico di speranza,ricco di citazioni: da De Gasperi a Schuman. Le parole di Monti sono servite a dar fiducia a un Paese con il freno a mano tirato. Anche se il cammino di risanamento è lungo. Un discorso di speranza, con forti contrasti con la realtà. Il premier, sulla scia di De Gasperi («il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni»), ha sostenuto che il Governo «sta cercando di orientare le politiche nell’interesse dei giovani».

Ma quali provvedimenti stanno creando lavoro e contrastando la disoccupazione giovanile? In fondo, ammette lo stesso presidente:«Mai abbiamo pensato che le riforme fatte con intensità in questi mesi, lavoro, pensioni, spending review, liberalizzazioni, facessero partire immediatamente la crescita».«Quello che, invece, speravamo», ha aggiunto,«è che l’insieme di queste riforme desse luogo a una riduzione dei tassi di interesse più rapidamente di come sta avvenendo. Non abbiamo mai pensato che, nel giro di qualche mese, le riforme potessero far salire crescita e occupazione. Ci vuole più tempo». Ma quanto tempo?

Il Paese è stremato. Dieci milioni di famiglie tirano la cinghia. La disoccupazione è al 10,8 per cento. Solo un italiano su tre ha un posto regolare a tempo indeterminato (meno che in tutti i Paesi europei). Secondo Eurostat, gli occupati in Italia sono 450 mila in meno che nel 2007. Aumentano i cassaintegrati. Su una popolazione di 60,8 milioni di residenti, solo il 36,8 per cento (22,3 milioni di persone) lavora. «L’economia italiana», ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera, «somiglia a una piramide rovesciata, la cui base formata da chi produce si restringe sempre di più. Se si eliminasse l’apporto degli stranieri, emergerebbe che i cittadini italiani effettivamente al lavoro sono poco più di uno su tre».

Un’ultima considerazione. Un lungo applauso del popolo dei ciellini ha accolto il premier. Tutti gli ospiti del Meeting, a ogni edizione, sono stati sempre accolti così: da Cossiga a Formigoni, da Andreotti a Craxi, da Forlani a Berlusconi. Qualunque cosa dicessero. Poco importava se il Paese, intanto, si avviava sull’orlo del baratro. Su cui ancora continuiamo a danzare. C’è il sospetto che a Rimini si applauda non per ciò che viene detto. Ma solo perché chi rappresenta il potere è lì, a rendere omaggio al popolo di Comunione e liberazione. Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. Quell’omologazione da cui dovrebbe rifuggere ogni giovane. E che rischia di trasformare il Meeting di Rimini in una vetrina: attraente, ma pur sempre autoreferenziale.

lunedì 20 agosto 2012

Per Paolo Ferrero i despoti europei come Goebbels

Parlano di tetto segreto per lo spread ma lo sanno anche i muri che la BCE nell’ultimo vertice ha deciso di intervenire direttamente nell’acquisto di Titoli di stato nel caso in cui lo spread salga oltre ad un certo limite. Lo farà in virtù di un memorandum – come quello greco – che il paese sotto attacco dovrà firmare e che toglierà ogni sovranità sulla politica economica al paese in questione. Vediamo infatti che dopo l’ultimo vertice della BCE lo spread è sceso: In pratica siamo di fronte alla prova provata che per fermare lo spread è sufficiente che la BCE minacci di intervenire in quanto nessun speculatore usa i suoi soldi per speculare al ribasso quando rischia di perderli. E’ la dimostrazione che lo spread è stato volutamente lasciato salire in questi mesi per spaventare i popoli e spingere ad accettare come male minore i tagli al welfare e ai diritti. Sullo Spread abbiamo avuto la più grande operazione politica e mediatica di disinformazione di massa dopo quelle del nazismo orchestrate da Goebels. I governanti europei sono dei criminali e hanno la stessa concezione dei nazisti della democrazia: il popolo va imbonito di menzogne in modo da tenerlo calmo. Adesso, dopo aver tagliato i diritti sono passati alla fase due, basata sulle privatizzazioni di tutto il patrimonio pubblico. Per questo Monti dice di vedere la fine della crisi: per obbligare a tagliare i diritti hanno spaventato i popoli con la speculazione e adesso ci rassicurano dicendo che siamo quasi fuori dalla malattia e basta svendere il patrimonio pubblico. Era un menzogna prima ed è una menzogna adesso: la speculazione era un fenomeno voluto ma il taglio della spesa pubblica ha aggravato la crisi, per questo l’Italia e gli italiani stanno molto peggio di come stavano un anno fa.

giovedì 9 agosto 2012

Pagamento ferie ai precari della scuola: mani in alto, questa è una rapina del governo Monti






Il governo Monti e la sua spending dovrebbe vergognarsi di esistere e concepire queste estorsioni a danno dei lavoratori e dei cittadini.

l 6 agosto scorso, con il parere 32937 il Dipartimento della Funzione Pubblica ha chiarito che spetta il pagamento delle ferie maturate prima del 6 luglio, data di entrata in vigore del D.L. 95/2012 sulla revisione della spesa pubblica.
Si tratta di una interpretazione corretta che conferma quanto sostenuto, sin dal primo momento dalla FLC e al tempo stesso mette in un angolo le incomprensibili prese di posizione di Miur e MEF che irresponsabilmente avevano bloccato il pagamento delle ferie ai supplenti.
Un furto contro cui ci siamo subito ribellati fino a scrivere una lettera aperta a Monti e al Ministro Profumo.
Non è la prima volta che i diversi ministeri danno indicazioni completamente diverse tra loro scaricando le loro contraddizioni sulle segreterie delle scuole.
Adesso è urgente che il MIUR intervenga presso il Ministero del  Tesoro per sbloccare il pagamento delle ferie maturate e non godute del personale supplente del comparto scuola. La maggioranza delle scuole come ogni anno aveva già predisposto i decreti relativi  alla liquidazione dell’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute dei supplenti.
Il parere del Dipartimento della Funziona Pubblica salvaguarda tutte le situazioni che si sono definite prima dell’entrata in vigore del D.L. 95/2012. Per il comparto scuola significa per tutti i contratti scaduti prima del 6 luglio 2012.
Anche l’INPS con il messaggio n. 12486 del 26 luglio 2012 chiarisce che la monetizzazione delle ferie va corrisposta ai dipendenti cessati prima del 6 luglio.
Il parere della Funzione Pubblica e il messaggio dell’INPS  confermano la posizione che abbiamo sempre sostenuto a favore dei supplenti e che intendiamo tutelare fino  ad arrivare alla Corte Costituzionale.
Di seguito diamo alcuni suggerimenti pratici per velocizzare il pagamento.
I supplenti  dovranno accertarsi presso l’ultima scuola di servizio se sono stati inviati agli organi competenti (Ragioneria Provinciale del Tesoro o direttamente alle sedi territoriali del MEF  per le sostituzioni di maternità) i decreti relativi all’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute. Qualora  non ciò non sia avvenuto è necessario presentare al Dirigente scolastico la richiesta di pagamento (che si trova in allegato).
Faremo pressioni nei confronti del MIUR perché dia quanto prima disposizioni circa il pagamento delle ferie.
Resta fermo il nostro impegno per cambiare questa norma, in modo da salvaguardare la specificità dei supplenti temporanei della scuola che non possono godere delle ferie maturate prima della scadenza del contratto.
Abbiamo già riferito che tra le misure previste dal DL 95 del 6 luglio 2012 c’è quella riguardante il divieto di monetizzazione delle ferie per il personale che non le ha potuto fruire.
Si tratta dell’art. 5 comma 8 che introduce una norma a nostro parere illegittima, dal momento che il diritto al riposo compensativo è previsto dalla Costituzione.
La norma in questione, al pari di altre che abbiamo già commentate, risulta inapplicabile allo specifico del lavoro scolastico.
Nella scuola le ferie vengono pagate esclusivamente ai supplenti saltuari e a quelli nominati fino al termine delle attività didattiche. La natura di questi contratti serve a coprire esigenze di carattere temporaneo per cui è materialmente impossibile che questo personale possa usufruire delle ferie durante il periodo di servizio; negare loro anche il pagamento significherebbe violare un principio costituzionale.
Pertanto abbiamo proposto che, in sede di conversione in legge del Decreto Legge, venga fatta questa necessaria specificazione per evitare l’insorgere di inutili conflittualità nelle scuole.
Secondo noi nessun problema di interpretazione della norma si pone per questo anno scolastico: tenuto conto che il DL 95/12 è stato pubblicato sulla G.U. il 6 luglio 2012, entrando in vigore il 7 luglio 2012, e che non ha decorrenza retroattiva, restano quindi salvi i diritti dei supplenti (docenti ed ATA) che hanno maturato le ferie entro il 30 giugno e non le hanno potute fruire.
Nonostante questo ed in attesa che si apra il tavolo di confronto con le Organizzazioni Sindacali, la Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio ha emanato una nota applicativa/esplicativa del DL 95/2012 con la quale, relativamente all’art. 5 comma 8, afferma che il divieto di corresponsione di trattamenti economici sostitutivi per la mancata fruizione delle ferie si applica anche al personale scolastico sia con contratto a tempo indeterminato sia con contratto a tempo determinato non specificando che non si può applicare per il corrente anno scolastico e non chiarendo così, come invece sarebbe necessario, che la norma non va applicata retroattivamente.
Le scuole hanno bisogno di note chiare e rispettose dei diritti dei lavoratori non di pronunciamenti inutili e fuorvianti. Per questo siamo intervenuti presso il MIUR insieme agli altri sindacati e insisteremo per impedire ogni violazione dei diritti dei precari.

mercoledì 1 agosto 2012

Anche Adriano Sofri scrive su Taranto e l'Ilva


Il “lavoro sporco” dell’ILVA

Adriano Sofri sulla sua scuola elementare e "il più irreparabile fallimento dell'ecologismo italiano"

Adriano Sofri ha raccontato su Repubblica di oggi l’ILVA di Taranto e i suoi operai. Ma parla anche della città in cui si trovano gli impianti, con il Comune che ancora paga gli errori del passato, i cinesi che sono la prima comunità straniera del territorio e una squadra di calcio «che sta agonizzando».

C’è una piazza a Taranto, nel rione Tamburi. È modesta, ma ha tre monumenti. Il primo è un’edicola con una Madonnina, bisogna spolverarla ogni giorno. Il secondo è una grossa targa di ferro, corrosa e smangiata. Dice:
Nei giorni di vento nord-nordovest
Veniamo sepolti da polveri di minerale
E soffocati da esalazioni di gas
Provenienti dalla zona industriale “Ilva”
Per tutto questo gli stessi
“maledicono”
Coloro che possono fare
E non fanno nulla per riparare.
Maledicono è inciso in caratteri più grandi.
Fra coloro che eressero l’edicola e affissero la targa c’era Giuseppe Corisi, operaio dell’Ilva, comunista e cattolico, consigliere di circoscrizione e animatore del Comitato per l’ambiente. Il 14 febbraio scorso ha saputo di avere un cancro ai polmoni, l’8 marzo è morto. Prima ha dettato il testo del terzo monumento, una targa murata sulla facciata di casa sua, al terzo piano, appena sotto la finestra del salotto. Dice: “Ennesimo decesso per neoplasia polmonare. Taranto (Tamburi) 8 marzo 2012”. A quella finestra sono affacciate la sua vedova, Graziella, sua figlia, moglie anche lei di un operaio Ilva, e la nipotina che Corisi non ha visto, si chiama Gaia. Sono gentili e pazienti, e accettano ogni volta di nuovo di portarvi a vedere il terrazzino di casa, e a passare il dito sullo strato di polvere nera e rossastra. Dove mettereste l’“ennesimo” Corisi nelle chiassose categorie di questi giorni, “gli operai contro gli ambientalisti”? Corisi aveva 64 anni. Ma l’età media degli operai dell’Ilva è di 31. Dodicimila uomini, una comunità incredibilmente giovane e pressoché di soli maschi. “Le donne dell’Ilva” sono importanti, ma sono mogli e madri e fidanzate e sorelle.
Alcune lavorano nella seconda fabbrica tarantina, che è un call-center di duemila persone, Teleperformance, minacciata da una dislocazione in Albania e in cassa integrazione a rotazione. Si sono molto sentiti, in questi giorni, mariti dell’Ilva e mogli del call-center. Fra le infamie dell’Ilva ci fu la Palazzina Laf, in cui alla fine degli anni ‘90 decine di operai venivano confinati in cameroni nudi, a non far niente e a impazzire di mortificazione: nel 2001 Emilio Riva e altri dirigenti dell’Ilva privatizzata furono condannati. Gli domandarono come facesse a sapere quali operai fossero “facinorosi”, Riva rispose che aveva ereditato le schedature della gestione Iri. Aneddoto da ricordare, quando ci si chiede perché anche lo Stato debba pagare per le bonifiche. Un così brusco trapasso di generazione doveva interrompere la memoria delle lotte e assicurare gente robusta e poco incline ai pensieri di morte: i giovani però fanno presto a imparare, possono bastare i cortei e i blocchi stradali di un’estate calda.
Gli operai con cui parlate hanno voci diverse: non ne troverete uno che non vi dica prima di tutto che fumi e polveri, «quella merda», lui le respira ogni giorno. Ora c’è chi deplora che, in nome del posto di lavoro, gli operai si siano alleati col padrone. La storia si giocherebbe lungo la nuova trincea: padroni e operai di qua, ecologisti e magistrati di là. Una fesseria, direi, anzi due. Un plotone di capi che fischiano i magistrati l’Ilva lo troverà sempre. Gli operai sono attaccati alla fabbrica e al lavoro che vi svolgono e che sanno fare, non al padrone. Si fa come se gli operai passassero e i padroni restassero. Ma nella storia ormai antica dell’Italsider-Ilva è successo anche il contrario: sono passati tanti padroni, e la fabbrica è lì.
(continua a leggere sulla rassegna stampa della Camera)