le lenti di Gramsci

mercoledì 25 aprile 2012

ANGIOLO GRACCI, UN COMUNISTA A TESTA ALTA


In occasione del 25 aprile, giornata che dovrebbe esaltare le gesta dei nostri partigiani per la liberazione dal nazifascismo, ripubblichiamo lo scritto di Ferdinando Dubla in occasione della morte di Angiolo Gracci, 'Gracco', datato marzo 2004. Ferdinando Dubla è anche sviluppatore e curatore della voce "Angiolo Gracci" su Wikipedia 








Angiolo Gracci, vice-comandante della Brigata "Sinigaglia", fondatore de 'Il Partito-Linea Rossa', subito dopo la liberazione di Firenze dell'agosto 1944


GRACCO, UN COMUNISTA A TESTA ALTA


Angiolo Gracci, un marxista integrale, ci mancherà ma ci accompagnerà per tutta la vita. Il suo è stato un esempio politico e morale per un «risorgimento» comunista. Va sottolineata anche la sua forte passione per il riscatto del popolo meridionale Abbiamo avuto la fortuna di conoscere e di lavorare al fianco di Angiolo Gracci, il partigiano ‘Gracco’, venuto a mancare (a noi e a tutti i militanti comunisti coerentemente marxisti) il 9 marzo 2004. Ricordiamo la prima volta che lo vedemmo, ci colpì il suo portamento fiero, un comunista a testa alta. Fisicamente e politicamente. Un comunista d’altri tempi, dicemmo tra noi, che ricordava le orgogliose figure risorgimentali. E del Risorgimento Angiolo portava con sé i valori più progressivi, filtrati nella sua formazione da un marxismo-leninismo affatto accademico e schematico, ma dinamico e attualizzante. Aveva un amore smisurato per il suo paese e la sua indignazione era infinita contro una classe dominante che, dopo la Resistenza, vissuta fino in fondo con una partecipazione emozionale e razionale insieme, lo aveva asservito ai nuovi padroni imperialisti. Gracci è stato un esempio di internazionalista con le salde radici piantate nel proprio paese: dialetticamente, egli diceva, chi ama profondamente il proprio paese rispetta la patria di tutti; chi disprezza il proprio popolo, la sua specifica cultura, i suoi usi e costumi, disprezzerà anche gli altri popoli e conseguentemente i suoi aneliti di speranza e riscatto sociali. Il razzismo, in questo senso, è imperniato sull’imperialismo e pervade tutta la barbarie capitalista e l’oppressione dei popoli. L’asservimento del nostro paese all’imperialismo statunitense, con le basi USA che limitano pesantemente la sovranità popolare, era per lui intollerabile e uno dei veri e propri «tradimenti» della Resistenza antifascista. Angiolo non amava la categoria di «tradimento», la utilizzava con oculatezza e, riferito alle vicende del movimento comunista, la considerava assolutamente non adeguata e priva di reale valore interpretativo. Epperò, per ciò che riguardava le classi dirigenti italiane, non aveva dubbi: esse si sono rese complici di un secondo asservimento, dopo la catastrofe fascista, che tradiva, appunto, tutto lo spirito resistenziale. Vestiti i panni di ‘Gracco’, vicecomandante della ‘Sinigaglia’, vide i morti di Pian d’Albero nel ’44, vide la morte del suo comandante ‘Potente’, Aligi Barducci, ed ha voluto la sua camera ardente nello stesso posto, a S.Spirito, dove il capo partigiano cadde per mano fascista. Quando lo raccontava, ma lo si evince anche dallo scritto Brigata Sinigaglia,primo scritto nel 1945 sulle vicende resistenziali, ora ristampato da La Città del Sole, non poteva trattenere una forte commozione, che lo rendeva contrastante con il suo forte temperamento. La divisa di ‘Gracco’ non lo lascerà mai: e non solo nei confronti degli avversari dichiarati, i reazionari d’ogni risma, ma anche nei confronti delle classi politiche della sinistra, storica e non. Un personaggio come Angiolo, va scritto apertamente, era scomodo per tutti: la sua critica era sempre sferzante e incalzante, mai rinunciò all’esercizio dello spirito critico, in nome sempre dei principi ideali che dovevano permeare i comunisti prima che politicamente, moralmente e umanamente. Fu critico aspro della deriva del PCI: nel 1966 contribuì a fondare il Partito Comunista d’Italia (m-l) a Livorno e si gettò nell’impresa con tutta la passione di cui era capace. Una passione che non lo abbandonò neanche quando la nuova organizzazione si divise e frantumò tra le cosiddette ‘linea nera’ e ‘linea rossa’, ed egli divenne uno dei rappresentanti di quest’ultima con il giornale Il Partito. Ricordava con dolore quelle scissioni: ce le ha ricostruite con fatica, infatti, quando gli chiedemmo la sua testimonianza per il saggio Secchia, il PCI e il ’68 (Datanews ed., 1998), che si pregia di una sua incisiva prefazione, in cui ricordava la figura ammiratissima di Pietro Secchia e del suo incontro con lui proprio nel ’66. Con fatica perché ‘Gracco’ non era un minoritario e la sua intransigenza sui principi non ha mai fatto velo alla sempre dichiarata esigenza di analizzare le fasi storico-politiche e della necessità della dimensione popolare e di massa della lotta delle classi subalterne, pur mosse, innestate e guidate dalle avanguardie coscienti in senso leninista. E insieme a Secchia (e Gramsci) amava riferirsi costantemente alla figura di Mao, anche per la sua capacità di incidenza politica sulle larghe masse. Nell’ultimo nostro colloquio, al telefono, ci pregò di non abbandonare lo studio del maoismo, vero e proprio patrimonio di classe per la rinascita comunista. Un maoismo liberato da incrostazioni dogmatiche e consegnato alle giovani generazioni in tutta la sua possibilità riattualizzante. Una rinascita, un «risorgimento» comunista, in quanto ormai nutriva seri dubbi in una ‘rifondazione’ o, meglio, che la strada intrapresa dal PRC e dal suo gruppo dirigente maggioritario, potesse inverare quella scommessa in cui anche lui aveva creduto nel 1991: la rifondazione del partito comunista, esigenza insopprimibile per le sorti del socialismo nel nostro paese. Tante altre cose si potrebbero scrivere e affermare sulla sua personalità, sulla sua lezione. Sul suo lascito profondo: ma qui ci piace ricordare, in ultimo, il suo insistito meridionalismo. Gracci aveva ben presente i tratti della questione meridionale italiana. E con convinzione ribadiva sempre che il processo rivoluzionario sarebbe stato impossibile senza il protagonismo del popolo del Mezzogiorno. Era stato al fianco del popolo di Battipaglia nelle lotte della Piana del Sele alla fine degli anni ’70 e successivamente, si era speso sino in fondo in una battaglia che riteneva decisiva, quella contro la mafia e la corruzione dei ceti dirigenti che la alimentano. E considerava l’episodio di Portella delle Ginestre del ‘47 come un ulteriore stupro nei confronti del popolo meridionale, che connotava i caratteri del nuovo dominio della borghesia capitalista del dopoguerra, violentatore degli aneliti alla liberazione e all’affrancamento da ogni assoggettamento. Da qui anche il suo interesse per la rivoluzione giacobina partenopea del 1799, che legò a tutte le vicende successive del nostro paese, al Risorgimento, alla Resistenza, alla nuova questione meridionale. E scrisse, nel suo bellissimo La rivoluzione negata (La Città del Sole, 1999) che “è, quindi, nel Meridione che la Rivoluzione italiana ripone, anche oggi, le sue maggiori speranze.”(pag.220).
Angiolo Gracci , 1920_2004
Un comunista integrale, davvero, ma mai integralista. Una figura in cui politica e morale non si potevano scindere. Negli ultimi tempi s’è sforzato di organizzare l’Associazione onlus La Resistenza continua! per non disperdere il prezioso materiale documentario che costituisce il suo fondo, un vero e proprio giacimento di un periodo storico decisivo per il movimento comunista nazionale e internazionale. Ecco, magari iniziamo da lì a prendere l’impegno di non vanificare i suoi sforzi. Certo è che una figura come ‘Gracco’ davvero non ci lascerà mai, se solo prenderemo l’impegno di portarci dentro la sua tempra di combattente nei perigliosi flutti del nostro faticoso incedere per trasformare nel profondo la società in senso socialista e per la definitiva liberazione dalla schiavitù capitalista. E scoprirlo così, sempre accanto a noi. Sempre in alto la testa, comandante Gracco!


Ferdinando Dubla, marzo 2004






Fondo Gracci a Firenze










giovedì 19 aprile 2012

Pareggio del bilancio, colpo di mano antidemocratico

Il Senato ha votato in quarta lettura la legge costituzionale che inserisce nella Costituzione l'obbligo del pareggio di bilancio. Si è così modificata su un tema cruciale la Carta del 1948, scongiurando – grazie alla maggioranza superiore ai due terzi - il referendum popolare confermativo.
In pratica un colpo di mano antidemocratico e neoliberista, da parte di un parlamento ridotto a votificio nelle mani dell’oligarchia finanziaria.

sabato 7 aprile 2012

Via il governo dei licenziamenti

Tutti esodati con la controriforma del lavoro. Via il governo dei licenziamenti

di Giorgio Cremaschi



Se in una vasca ci sono tre buchi, due si tappano alla bell'è meglio e uno resta aperto, l'acqua continuerà a uscire da lì. Tutte le chiacchiere e i pasticci del Palazzo attorno all'articolo 18 si fermano sulla soglia della reintegra per il licenziamento economico. Lì il governo mantiene ferma la sua posizione: anche se il licenziamento economico è ingiusto non si rientra al lavoro. Come è evidente a tutti, ancor di più a coloro che fingono, questo è sufficiente per garantire la piena libertà di licenziamento. Soprattutto in un momento di crisi come questo. E' evidente infatti che se mettiamo assieme i dati sulla recessione, la crescita della disoccupazione, la caduta dei mercati della produzione, basterà la sola minaccia del licenziamento economico per indurre le lavoratrici e i lavoratori a contratto a tempo indeterminato ad accettare qualsiasi condizione di supersfruttamento.

La libertà di licenziamento economico rende ridicola l'affermazione che bisogna estendere i contratti a tempo indeterminato. Questi ultimi, infatti, diventano a termine più degli altri. In fondo, se vengo assunto con un contratto a termine c'è l'obbligo per chi mi assume di mantenermi fino alla scadenza. Con il licenziamento economico il contratto a tempo indeterminato può scadere in qualsiasi momento, appena ci sono delle difficoltà dell'azienda oppure una ristrutturazione, oppure un cambio di reparto, oppure un cambio di mansione. Cioè, il contratto a tempo indeterminato, diventa un contratto precario come tutti gli altri.

Questa è la sostanza della decisione che il governo è andato a vendere in Europa e nel resto del mondo, presentandola, giustamente, come una misura che rende il lavoro ancora più mercificato. Berlusconi lo diceva gualche anno fa nel suo modo volgare. Venite a investire in Italia che c'è il lavoro più flessibile e le segretarie più carine. Monti, sobriamente, dice le stesse cose. Nello stesso tempo l'Europa, nei suoi documenti riservati, ci dice che cento miliardi di tagli alla spesa pubblica e sociale, nonché di tasse in più, probabilmente non basteranno, vista la recessione. Dunque la crisi è destinata a continuare, proprio a causa della politica economica del governo Monti e degli altri governi europei che continuano a perseguire a tutti i costi l'austerità. (...)


Come abbiamo detto nella manifestazione di Milano e come dobbiamo ribadire in tutti i modi, Monti se ne deve andare. Dobbiamo mandarlo via perché il suo programma è socialmente catastrofico e proprio per questo, se perseguito, produrrà con una terribile reazione a catena le ragioni di altri interventi dello stesso segno. Quello che è successo in Grecia, dove più hai tagliato, più hai dovuto continuare a tagliare.

Bisogna quindi cominciare a fermarli, e facciamolo allora sulla controriforma del lavoro. Partiamo da qui. Smascherando il colossale imbroglio della volontà di licenziamento, che chiude il ciclo iniziato con l'innalzamento a quasi 70 anni dell'età pensionabile. Il 13 aprile Cgil Cisl e Uil portano in piazza gli esodati truffati dal governo. Ma se passerà la controriforma del lavoro saremo tutti esodati o esodabili. Chi non sarà più coperto dalla mobilità e dalla cassa integrazione, dovrà arrangiarsi con un anno, un anno e mezzo di indennità di disoccupazione. A questi si aggiungeranno coloro che saranno licenziati uno per uno per ragioni economiche. Coloro che continueranno a subire il ricatto dei 46 contratti precari che resteranno tutti, ma proprio tutti, in vigore. Sì, questo governo affronta la crisi con i licenziamenti e, con buona pace di quanto afferma lo stesso Presidente della Repubblica, così aggrava la crisi invece che risolverla. Per questo dobbiamo continuare a scendere in piazza finché non se ne va.

lunedì 2 aprile 2012

Gramsci nel mirino. Una risposta marxista ai recenti attacchi a Gramsci

Ass. cult. Punto Rosso, Ass. Marx XXI, Centro studi A. Gramsci, Ass. cult. Il Migliore
presentano
Gramsci nel mirino

Una risposta marxista ai recenti attacchi a Gramsci

Interverranno:

Guido Liguori, presidente dell’Intenational Gramsci Society Italia
Raul Mordenti, Associazione Punto Rosso
Alexander Hobel, Comitato scientifico Assoc. Marx XXI

Introduce: Franco Ottaviano, Casa delle culture
Modera: Rosalinda Renda, Centro studi A. Gramsci


GIOVEDÌ 5 APRILE ORE 17.30, CASA DELLE CULTURE, VIA S. CRISOGONO 45, ROMA - TRASTEVERE