le lenti di Gramsci

giovedì 31 dicembre 2009

D’ALEMA E CASINI, L’INCIUCIO SULLE SPALLE DEI PUGLIESI

La Puglia intera dimostri che non ci sta ai diktat dall’alto e sviluppi la strada del rinnovamento

C’è chi non si rassegna con modestia a svolgere un ruolo politico, anche di primo piano, ma ama comandare, ordinare, imporre; non è solo il Presidente del Consiglio, il Berluska pur malconcio, ma anche chi ai suoi insani propositi dovrebbe opporsi con vigore e dimostrare un’altra politica. Quel che è avvenuto e sta avvenendo nel Partito Democratico pugliese a proposito delle prossime elezioni regionali del marzo 2010 è la dimostrazione, purtroppo, che il berlusconismo e la destra, i suoi valori, i suoi metodi, costituiscono un virus che non sarà facile debellare. L’accordo nazionale tra D’Alema e Casini, per un’intesa che si postula vincente, (chissà poi perché, secondo un ragionamento solo quantitativo), deve passare sopra il cadavere di Nichi Vendola, attuale Presidente della Regione, che si è ricandidato, a dispetto di corvi e sciacalli. I quali ultimi vedono la Puglia non un “laboratorio”, come affermano, ma una terra da conquistare e la sua popolazione ostaggio delle alchimie politiche calate dall’alto. In un primo momento Vendola sembrava, nell’ultimo Congresso del PD pugliese, il candidato naturale di tutto il centro-sinistra: per i democratici una via d’uscita onorevole, visto che proprio suoi uomini e referenti erano stati nell’occhio del ciclone delle indagini dei magistrati sulla sanità e che il Presidente invece ne era uscito pulito. E invece D’Alema si è arrabbiato: ma come, lui aveva già un accordo, un “inciucio” fresco fresco con l’UDC di Casini (e di Cuffaro) per un ‘allargamento’ a dismisura della coalizione, un’armata Brancaleone che nelle intenzioni (vedi alla Provincia di Taranto, un avamposto in questa direzione!!) doveva allargarsi fino….ai neofascisti ‘meridionalisti’ della Poli Bortone! Il diktat è stato imperioso: via Vendola, che l’UDC non vuole (forse, ma è un sospetto, perché il suocero di Casini è un certo Caltagirone, con interessi nei servizi idrici, che quindi devono essere interamente privatizzati) che si faccia da parte a favore di Emiliano, sindaco piddì di Bari, gradito anche dai poteri forti. Se non fosse che la legge lo impedisce: Emiliano dovrebbe prima dimettersi, poi candidarsi. Ma gli ‘inciucisti’ a questo punto pretendono una leggina ‘ad personam’: il 19 gennaio p.v. si cambi la legge in Consiglio regionale!! Giudicate voi se questo non è berlusconismo allo stato puro. Una situazione che ha fatto ribrezzo anche a molti nelle file del PD e che ha causato una vibrante protesta che ha costretto ad una mediazione: si vada alle primarie. Una storia che noi speriamo sia a lieto fine per i pugliesi: in queste elezioni i programmi, i contenuti, finora si sono visti poco: eppure c’è proprio il problema dell’acqua pubblica, della sanità pubblica, del no al nucleare, delle politiche ecologiche, del precariato, che attenderebbero una risposta precisa, senza se e senza ma.
Un’ultima riflessione generale vogliamo farla. La destra ha già avviato una campagna elettorale di attacco, arrembante, altro che l’amore di cui parla Berlusconi. Addirittura pare che proprio il volto insanguinato del capo del governo subito dopo l’aggressione subita a Milano comparirà in una prima serie di manifesti. La destra sta razzolando ovunque per recuperare voti. Non si perita a fare l’occhiolino a frange estreme, naziste e fasciste. Ha quasi “sistemato” le candidature, la Lega con i sindaci di alcuni comuni dà sfogo ai peggiori istinti razzisti. A Milano si intitola una strada a Bettino Craxi, che era pur sempre un latitante con condanna definitiva. Ma consente di tener ben legati alcuni discepoli del leader morto ad Hammamet . C’è una pressione molto forte esercitata sull’UDC, una parte dei cui dirigenti ha il cuore che batte a destra. Nel Lazio, dove ancora non c’è ancora un candidato del centrosinistra, è data per certa l’alleanza fra il partito di Casini e la candidata della destra, Renata Polverini, che proviene dal sindacato del Msi. Ha collaborato con Storace quando era Presidente della Regione ed ha trovato il modo di devastare la sanità. Infine, sempre a proposito dell’amore berlusconiano, ecco il diktat della maggioranza: in Parlamento subito le leggi che salvano Berlusconi e lo tengono lontano dai processi. Ce le votiamo, poi apriamo il “dialogo” e l’opposizione ci dà i voti necessari per modificare la Costituzione e consegnare ad un moderno duce tutti i poteri, con il Parlamento trasformato in una specie di corte del sovrano.
D’Alema, con le sue voglie ‘inciuciste’, come ormai da molti anni, sembra il miglior alleato di Berlusconi.
E’ ora che la Puglia, che considera “sua”, gli dia una sonora lezione.

martedì 15 dicembre 2009

CHI ISTIGA ALLA VIOLENZA PRIMA O POI NE RIMANE VITTIMA

Serse, figlio di Dario I, re dei Persiani, (519 a.C. circa – 465 a.C.), amava dominare il suo Impero sentendosi investito direttamente dal dio. Non poteva tollerare dissensi ed obiezioni, detestava chi lo contraddiva, mentre lui facilmente lanciava invettive, forte dei mezzi del comando imperiale. Era padrone di tutto, ma vedeva nemici dappertutto e, disonesto, rilanciava calunniosamente le accuse di complotti, congiure, ecc.. E' ricordato per alcuni episodi cruenti che evidenziano la sua tirannia. Infatti per varcare l'Ellesponto costruì un ponte che dopo alcuni giorni crollò a causa di una bufera. Allora Serse si infuriò e decise di decapitare gli ingegneri e flagellò il mare (Flagellazione dell'Ellesponto), considerato colpevole dal sovrano, pronunciando le seguenti parole: "Onda amara, il tuo signore ti infligge questo castigo perché l'hai offeso, senza aver da lui ricevuta offesa alcuna. Il Re Serse ti varcherà, che tu voglia o no. È ben giusto che nessuno fra gli uomini ti offra sacrifici, perché tu non sei che un fiume torbido e salmastro".

Altro episodio è quello riguardo il figlio di Pitio, un suo amico. Pitio aveva chiesto a Serse se suo figlio, primogenito tra i cinque figli, poteva evitare di entrare a far parte dell'esercito persiano perché doveva badare agli interessi della famiglia. Ma Serse si infuriò e fece tagliare in due il figlio di Pitio e fece passare tutto l'esercito persiano sopra le due parti.

La storia dice che nel 465 fu assassinato, insieme al figlio, dal suo visir Artabano.

Chi istiga alla violenza, specie se ha un potere immenso e si crede onnipotente, prima o poi ne rimane vittima.

giovedì 3 dicembre 2009

CON VENDOLA, ANCHE SE...

Il Pdci in Puglia richiede pari dignità e critica ricatti e manovre del PD e le velleità trasformistiche.
Questo il comunicato del segretario regionale del PdCI Giuseppe Merico:

Guardiamo con preoccupazione alla situazione di stallo e di confusione in cui versa il centro sinistra. Una situazione prevedibile e da noi prevista, frutto del venir meno, nel corso di questi cinque anni, del disegno strategico che aveva portato alla vittoria, sino alla rottura della coalizione perpetrato dal PD e da Vendola, i quali con spregiudicatezza hanno perseguito, da un anno a questa parte in particolare, l’obiettivo di una nuova alleanza “ meridionalista ed anticomunista” con UDC e IO SUD.

A nulla è valso il nostro tentativo di rilanciare la coalizione, su un programma condiviso di fine legislatura, che abbiamo proposto inascoltati nel corso di questi anni.

I risultati di questa deriva sono evidenti. Nessuna nuova alleanza è maturata e Vendola, dopo aver fatto sua la pregiudiziale anticomunista indicandoci come i “compagni col torcicollo” sperando che ciò bastasse a mantener il suo ruolo, oggi è invitato da D’Alema a farsi da parte.
Il PD annaspa. Da un lato persegue l’obiettivo dell’alleanza con UDC e IO SUD mollando Vendola, col quale ha condiviso il potere della gestione in Puglia, con risultati a nostro avviso insoddisfacenti, dall’altro tende a mantenere aperto un contatto con noi in caso di necessità.

A Blasi, pertanto, che ci invita a dire pubblicamente se sosteniamo la candidatura di Vendola a Presidente, facciamo notare che per interloquire occorre innanzitutto riconoscere politicamente e culturalmente l’altro e rispettarlo.

Ciò premesso, e in attesa di segnali concreti in questa direzione, confermiamo la nostra disponibilità a ricercare le convergenze politiche e programmatiche, senza trasformismi ed opportunismi elettorali, per impedire alla destra di tornare a governare la Regione Puglia.
E dal PD, quindi, che attendiamo un segnale chiaro di riconoscimento politico e di rispetto della nostra identità politica-culturale ed un pronunciamento sul perimetro dell’alleanza che, seppure aperta a quelle forze democratiche moderate con le quali condividiamo i valori della costituzione, non può dar luogo a operazioni trasformistiche inglobando formazioni smaccatamente di destra.

In questo nuovo processo di unità per battere le destre, che auspichiamo, riteniamo che il candidato Presidente debba essere una personalità capace di assumere un ruolo di mediazione alta e di sintesi tra le diverse culture della coalizione e ponga fine alla deriva plebiscitaria e presidenzialista che pervade purtroppo parte delle stesse forze democratiche e della sinistra.

Una risposta positiva da parte del PD a queste questioni costituirebbe una base solida per un nuovo accordo di governo per la Puglia.

Se il PD, invece, pensa di ridurre il tutto ad un pronunciamento su Vendola si o no sbaglia, perché l’idea di mettere in discussione Vendola, da parte del PD, non sembra al momento nascere dalla consapevolezza che occorre un cambiamento di metodo e contenuti, come da noi richiesto, ma fa propria, invece, una pregiudiziale culturale e anticomunista, posta dai possibili nuovi interlocutori, che Vendola, dopo aver di fatto praticato, ora subisce.

giovedì 26 novembre 2009

NASCE LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

Anche a Taranto si è svolta l’assemblea delle forze della sinistra di alternativa

Lunedì 23 novembre scorso, nel salone di Rappresentanza dell’amministrazione provinciale di Taranto, si è svolta, conclusa da Cesare Salvi, l’assemblea che ha avviato anche nella nostra provincia, il processo costituente della Federazione della Sinistra. Il “battesimo” ufficiale si terrà nazionalmente il 5 dicembre, prima del No Berlusconi Day, con il lancio della fase che porterà entro dicembre 2010 al Congresso costitutivo. Il processo è aperto – recita il manifesto politico – ed è rivolto a tutti i soggetti politici, le associazioni, i movimenti e le singole persone che vogliono impegnarsi per il superamento del capitalismo e del patriarcato. In Italia c’è bisogno di una vera sinistra: è stato questo il leit-motiv degli interventi dell’intera serata, rappresentanti del mondo del lavoro, precari della scuola, giuristi democratici, sindacalisti: il mondo cioè di coloro che non hanno più voce nel panorama servile dei mass-media italiani e, ancor più grave, non hanno più rappresentanza nelle istituzioni. La Federazione, ha detto Cesare Salvi (dell’associazione Socialismo 2000) nel suo intervento conclusivo, è un passaggio ineludibile: dopo le diatribe, le scissioni, le divisioni, si lancia finalmente l’unico processo unitario possibile: innanzitutto quello dei due partiti comunisti, ma anche delle forze e dei soggetti radicalmente progressisti e democratici. E’ ora che le questioni del lavoro, del non-lavoro, del precariato, le urgenti e drammatiche questioni sociali, ritornino al centro dell’iniziativa politica di massa. Bisogna impostare dure battaglie su salari, scala mobile, legge 30, contratto nazionale di lavoro e precarietà. E’ stato emblematico che, mentre si svolgeva al piano di sopra l’assemblea, dinanzi al Palazzo del Governo una rumorosa delegazione dei disoccupati organizzati gridasse forte la propria protesta e le proprie proposte. La rabbia di chi vede negate le proprie prerogative e urla disperatamente per farsi sentire.
Farsi sentire, contare: è questa la scommessa difficile da vincere, l’arduo compito delle soggettività della sinistra anticapitalista, in un’Italia ormai dominata da un regime in cui a dettare l’agenda delle priorità sono i guai giudiziari di un vecchio caudillo al tramonto che ammorba e corrompe tutto il mondo politico del nostro paese. (fe.d.)

giovedì 19 novembre 2009

UNA GOMORRA IN TERRA JONICA

La reazione di molti cittadini di Taranto alla visione del film “Marpiccolo” del regista Alessandro Di Robilant è un misto di sgomento e indignazione: ma come, noi siamo quelli là? Una reazione ingenua e nello stesso tempo riflesso condizionato di chi scambia un’opera artistica (quale è un film e il suo specifico linguaggio, il suo stile particolare) con un documentario turistico. Molti non verranno più a Taranto, la lamentazione, si sottolineano solo gli aspetti negativi, si occultano i positivi, e via di questo passo. Eppure, le riprese della camera cinematografica che fanno da sfondo alla storia di Tiziano (un eccellente Giulio Berenek, figlio di giostrai trapiantati a Taranto, al suo esordio in un ruolo in cui gli si chiedeva di recitare in buona parte se stesso) sono un atto d’amore. Le alte ciminiere dell’Ilva che eruttano i veleni che ammorbano un’aria altrimenti limpida e baciata costantemente da un sole grande, instancabile, un mare azzurro e meraviglioso che restituisce la carcassa di una pecora ammazzata dalla diossina dello stabilimento siderurgico (la scena iniziale) vogliono restituire un’immagine di città violentata, stuprata, cinicamente devastata nelle forme e nell’intimo, anche nella dignità dei suoi abitanti. E la lotta delle mamme del Paolo VI per impedire l’installazione di un’antenna per telefonia cellulare davanti a plessi scolastici frequentati dai loro bambini, è il grido di disperazione di cui è comunque capace un corpo sano che rifiuta la malattia, frutto di una patologia più grande, quella sociale. L’atto d’amore va di pari passo con l’atto d’accusa: lo sviluppo malato produce organizzazione criminale, violenza diffusa, emarginazione nei quartieri popolari, prepotenza, odio che si incanala in comportamenti devianti piuttosto che in consapevole ribellione allo Stato e alle sue istituzioni (in questo senso, il gesto più dignitoso e liberatorio è quello della mamma di Tiziano all’autorità giunta a “sedare gli animi” minacciando ritorsioni violente alla pacifica manifestazione). Il padre del protagonista non è figura marginale, semmai altamente simbolica: il male sociale è un lavoro che non c’è e uccide l’anima (la perdita al gioco come psicologica coazione a ripetere) e quando c’è uccide o mutila il corpo: il lavoro come ricatto lo impone l’Ilva così come la delinquenza organizzata.
Anche in terra jonica, dunque, c’è un pezzo della Gomorra raccontata da Saviano e dal film di Garrone: ma se lì la condanna sociale non vede (ed è un limite) possibilità di riscatto, qui la fuga in moto dei nostri due figli verso altre città, altre terre, è la voglia di un possibile riscatto, se solo i nostri territori sfigurati e la nostra popolazione ferita si lanciassero anche loro verso una prospettiva diversa, altra rispetto al presente, riappropriandosi di un destino che li appartiene.

sabato 14 novembre 2009

Una poesia di Mimmo Beneventano


CASTELLI IN ARIA

Quando le zolle/avide e le frane/
Avran bevuto/questo mare/divenuto fango,
lungi da ricordar/che questo giorno sorse nell’ombra/ d’una notte chiara, triste, ripenserò/ a quando io, coi piedi scalzi/
calpestavo i ciottoli/ d’un debole castello/
in riva al fiume,
costruito su sogni/senza pianto.


Mimmo Beneventano, un giovane medico come tanti, morto per i suoi ideali come pochi.Oggi tanti sono definiti eroi: eroi degli scritti epici, eroi dello sport, eroi delle traversate oceaniche, eroi televisivi, eroi dei cartoni animati.Ancor più persone vengono fregiate della cittadinanza onoraria: cittadino onorario per i suoi studi, cittadino onorario per le sue opere, cittadino onorario per aver dedicato una canzone.Mimmo Beneventano, ha donato alla lotta per la giustizia, per la legalità e per i più deboli la cosa più preziosa che aveva: la vita.La sua unica ricchezza era la cultura e l’intelligenza, la sua unica forza era la ragione e la parola, il suo unico fine era battersi per il progresso civile e democratico di Ottaviano. Per tutto questo viene eletto come consigliere comunale nelle liste del locale P.C.I. nel maggio del 1975 e verrà rieletto nelle successive elezioni nel giugno del 1980. E per tutto questo, la sua vita generosa e piena viene stroncata barbaramente in un agguato camorristico il 7 Novembre 1980 ad Ottaviano.


giovedì 29 ottobre 2009

Un articolo di Andrea Catone inviato a Liberazione (che ha deciso di non pubblicarlo)

Alla domanda che F. Giannini pone al compagno Ferrero sulle ragioni che impedirebbero un processo di unificazione dei comunisti, a partire dall’unità di Prc e Pdci (Liberazione 16/10/09), risponde un articolo intitolato “l’unità dei comunisti non è sufficiente per la trasformazione sociale” del segretario regionale umbro S. Vinti. Il quale tuttavia non sostiene che l’unità dei comunisti sarebbe insufficiente alla costruzione di un fronte sociale e politico anticapitalista (cosa che nessun comunista serio, che non pensa in modo autoreferenziale, mette in dubbio), ma che essa sarebbe un vero e proprio ostacolo a tale costruzione.Di fronte alla questione di profilo strategico dell’unità dei comunisti, la risposta è del tutto elusiva, non entra nel cuore del problema. Contro l’unità dei comunisti, Vinti scrive che 1. essa “stravolgerebbe” l’esito del congresso di Chianciano.Ma cosa è stato l’ultimo congresso del PRC? Non ha avuto forse come posta in gioco l’affermazione dell’opzione comunista del PRC contro il progetto di Vendola di costruire un’altra “cosa” di sinistra, diversa e alternativa ad essa? Non è stato forse vissuto così dalle decine di migliaia di compagni che hanno strenuamente lottato (e in Puglia con armi assolutamente impari) nei congressi? Se è stato questo (e non un regolamento di conti tra ceti politici all’indomani della clamorosa disfatta dell’Arcobaleno), allora il rafforzamento dell’opzione comunista con l’unificazione dei comunisti non sarebbe affatto lo stravolgimento di Chianciano, ma un suo positivo sviluppo.2. Manca l’elemento fondamentale per una unificazione: una cultura politica comune. Se davvero fosse così, non vi sarebbe una base reale per proporre la riunificazione, e bisognerebbe anzi contrastare con forza tale proposta. Ma è proprio così? Quali sono oggi i fattori profondi (non effimeri, di superficie, di ‘umore’) di divergenza con i compagni del Pdci? Lo “scopo finale” (Endziel)? forse che il Pdci colloca il suo agire politico all’interno dell’orizzonte capitalistico e delle sue compatibilità (quale è l’orizzonte ‘riformista’ con vocazione “governista” abbracciato da Vendola)? O forse è una concezione della politica tutta all’interno del quadro istituzionale o, viceversa, tutta fuori di esso, extraparlamentare, mentre i comunisti combinano entrambe? O il riferimento ad uno “stato guida”, l’adesione ad un ‘partito internazionale’ incompatibile con la politica comunista? Oppure il dogmatismo? O il “revisionismo”? Nulla di tutto questo. L’argomentazione principale di Vinti è che nel Pdci vi è il “centralismo democratico”, che il Prc ha rigettato sin “dalla sua fondazione”.Ora, a parte il fatto che autorevoli esponenti della maggioranza che governa il partito lo hanno di recente riproposto (cfr. Burgio, Liberazione 4.8.09), gli esempi prodotti da Vinti sono palesemente inconsistenti: “il Pdci deve riunire il CC anche per firmare un comunicato stampa unitario”. Ma il segretario regionale umbro cosa propone? Una gestione anarchica e caotica del partito, dove il primo che passa decide per tutti gli altri? Oppure, una gestione cesaristica e autoritaria, in cui il segretario decide tutto, come è accaduto con la deleteria gestione bertinottiana, quando i compagni del cpn apprendevano dai media di importantissime decisioni (come la costituzione della SE)? (Invero anche l’annuncio della federazione della sinistra alternativa è avvenuto prima di una discussione negli organi di direzione del Prc).L’altro forte punto dirimente indicato da Vinti sarebbe nel fatto che il Prc dal 2001 è “interno a qualsiasi mobilitazione o vertenza” contro il neoliberismo e la guerra, mentre “il Pdci si presenta solo ai cortei con le sue bandiere”. Sulla “internità” ai movimenti, liberiamoci per favore della retorica parolaia! I comunisti hanno alle spalle una grande tradizione che li ha visti promuovere e partecipare ai movimenti di massa, ma da comunisti, il che non significa agitare bandiere o striscioni, ma elaborare – sulla base di quello che gli elementi più avanzati esprimono – una linea politica che, contro posizioni economico-corporative, miri sempre a collegare la lotta particolare con quella generale per il socialismo. I comunisti sono interni ai movimenti di massa, ma non alla loro coda, non annullando la loro funzione di comunisti.Se le obiezioni fossero solo quelle qui proposte, non vi è alcun razionale motivo per non avviare un confronto leale, aperto e concreto tra i due partiti al fine di arrivare rapidamente alla riunificazione per dar vita ad un partito comunista di più ampio respiro. Se vi sono obiezioni politicamente consistenti, è bene che si manifestino alla luce del sole, che si avvii una seria discussione in merito. Non c’è nulla di peggio - in una situazione politicamente drammatica per i comunisti, che richiede il massimo di chiarezza nelle scelte - dell’ambiguità e dei silenzi, del fare i pesci in barile.
Andrea CatoneResponsabile della Formazione – segreteria regionale PRC- Puglia

lunedì 26 ottobre 2009




ILTESTO DELL’APPELLO PER IL NO BERLUSCONI DAY DEL 5 DICEMBRE

A noi non interessa cosa accade se si dimette Berlusconi e riteniamo che il finto “Fair Play” di alcuni settori dell’opposizione, costituisca un atto di omissione di soccorso alla nostra democrazia del quale risponderanno, eventualmente, davanti agli elettori. Quello che sappiamo è che Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali -come ribadito in questi giorni dalla stampa estera che definisce la nostra “una dittatura”- e che lì non dovrebbe starci, anzi lì non sarebbe nemmeno dovuto arrivarci: cosa che peraltro sa benissimo anche lui e infatti forza leggi e Costituzione come nel caso dell’ex Lodo Alfano e si appresta a compiere una ulteriore stretta autoritaria come dimostrano i suoi ultimi proclami di Benevento.
Non possiamo più rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete degli ultimi mesi. Non possiamo più rimanere inerti di fronte alla spregiudicatezza di un uomo su cui gravano le pesanti ombre di un recente passato legato alla ferocia mafiosa, dei suoi rapporti con mafiosi del calibro di Vittorio Mangano o di condannati per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell’Utri.
Deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai Tribunali della Repubblica per le accuse che gli vengono rivolte.
Per aderire alla manifestazione, comunicare o proporre iniziative locali e nazionali di sostegno o contattare il comitato potete scrivere all’indirizzo e-mail:mailto:noberlusconiday@hotmail.it

sabato 24 ottobre 2009

L’89 è anche l’anno del primo viaggio negli Usa di un segretario del Pci

Andai accompagnato da Napolitano. Una sera a cena, seduto a uno di quei tavoli rotondi da ricevimento, c’era William Colby, l’ex-direttore della Cia. Mi disse: “Ho lavorato tanto tempo in Italia per distruggere il suo partito e adesso siamo qui a mangiare insieme”.

(Dall’intervista ad Achille Occhetto sulla svolta della Bolognina, Il Riformista, 21 ottobre 2009)

giovedì 22 ottobre 2009

libri in lettura: Il sarto di Ulm di Lucio Magri

Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci
Lucio Magri -- Il Saggiatore 2009

Agli inizi degli anni Sessanta il Pci rappresentava ormai un quarto degli elettori e conservava quasi due milioni di iscritti; raccoglieva simpatia, o almeno attenzione, nei paesi e nei movimenti che si stavano liberando del colonialismo; era incoraggiato e a sua volta incoraggiava una classe operaia che dava nuovi segnali di combattività; incontrava una giovane generazione di nuovo politicizzata e una intellettualità nella quale finalmente penetrava un marxismo non più dogmatico e canonico; avviava un dialogo con minoranze cattoliche gradualmente affrancate dall'anticomunismo assoluto di papa Pacelli; governava con buoni risultati importanti regioni del Paese. Soprattutto era ormai unito e convinto su una strategia univocamente definita: "la via italiana". Si apriva quindi per il Pci, per quel Pci, una partita nuova nella quale erano in gioco l'identità faticosamente costruita e la sua futura esistenza. Ma era realmente una partita aperta? Quarant'anni dopo, sappiamo come si è conclusa. Il Pci, come forza organizzata e pensiero compiuto, è morto. E pressoché nessuno ne rivendica l'eredità. Non è morto per un improvviso colpo apoplettico, trascinato nel crollo dell'Unione Sovietica, dalla quale da tempo aveva preso le distanze. Né per stanchezza o estinzione, perché ha mantenuto fino alla scomparsa una forza elettorale notevole (il 28%) e un peso nella società e nel sistema politico.

martedì 20 ottobre 2009

"Non vorremmo che l’azione della Gelmini costituisse l’interpretazione autentica del Tremonti-pensiero, ovvero poiché il lavoro fisso è fondamentale, licenziamo i precari. Infatti, proprio mentre il Ministro dell'Economia esprimeva il suo pensiero sull’importanza del lavoro stabile il governo approvava un decreto che confermava il sostanziale “licenziamento” di circa 25mila lavoratori precari della scuola. Precari licenziati proprio grazie ai tagli di Tremonti... Di fronte all'attacco portato avanti a testa bassa dal Governo contro la scuola pubblica urge una mobilitazione ancora più forte e determinata". E' quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI - Federazione della Sinistra.

lunedì 19 ottobre 2009

LE DICHIARAZIONI DI ORAZIO LICANDRO E DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DEL PDCI SULLA GRAVISSIMA INTIMIDAZIONE DI TIPO MAFIOSO FATTA DA CANALE 5 AI DANNI DEL GIUDICE MESIANO, PEDINATO, SPIATO, RIPRESO E POI ESPOSTO IN TV E DIFFAMATO. http://www.pdcitv.it/video/2189/Licandro-sul-caso-Mesiano

sabato 17 ottobre 2009

Tagli di civiltà e di cultura

Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza
(Socrate)

Lo spazio pubblico della scuola è sotto attacco. E lo è da diversi punti di vista, tanto che il fenomeno dell’espulsione dei precari ‘storici’ costituisce solo la punta dell’iceberg, drammatico ed esemplificativo. Si vuol far passare il problema del precariato come ‘problema umanitario’, semmai di una necessità di ammortizzatori sociali, risolto (?) con i vergognosi ‘contratti di disponibilità’, che hanno visto contraria la sola CGIL. Ma ciò che si tace, è che senza questi ‘precari’ la scuola non avrebbe funzionato, e che senza questo indispensabile e prezioso personale della scuola non può esserci futuro per la qualità didattica e per la formazione adeguata delle nostre giovani generazioni. Tutto procede in questa maniera: sul tema della scuola è palese l’occultamento ‘ideologico’ (in senso marxiano) dei dati di fatto empirici, la falsificazione sistematica degli obiettivi veri, la costruzione di una ‘falsa coscienza’ delle classi dominanti del nostro paese.
La matrice di quest’attacco inaudito ha due facce: quella economica dei tagli selvaggi, della progressiva pauperizzazione strutturale (ammantata ideologicamente con il termine ‘razionalizzazione’) e quella culturale, nel senso che alla alfabetizzazione culturale di massa si vuole sostituire la cultura dell’impresa, del mercato, del denaro (ammantata ideologicamente con il termine ‘liberalizzazione’). Naturalmente si procede sulla testa di studenti, docenti, famiglie, dirigenti, personale della scuola. Ma con grave danno per tutti, per l’intero tessuto culturale del nostro paese. Per rendere organico l’attacco e innescare processi scarsamente reversibili, è necessario, all’attuale ministro dell’Istruzione e ai suoi mandanti Tremonti e Berlusconi, investire della politica di tagli e di deculturalizzazione la scuola secondaria superiore. Nella cosiddetta ‘riforma’ non si trova traccia di reali innovazioni pedagogiche, ma solo un goffo ricorso al linguaggio delle nuove tecnologie informatiche e telematiche, un involucro-simulacro, una forma ‘vuota’ in cui ridurre ai minimi termini gli impianti disciplinari e contenutistici. Ridurre, dunque: ridurre il numero dei professori, ridurre le discipline, ridurre l’orario per ridurre il tempo di permanenza a scuola; la revisione degli ordinamenti scolastici prevedono che il tetto massimo orario per gli istituti tecnici e professionali passi da 40 a 32, con l’abolizione degli esami di qualifica del terzo anno. La ‘razionalizzazione’ gelminiana prevede inoltre la ridefinizione dei criteri e dei parametri che presiedono alla formazione delle classi: incremento del rapporto alunni/docenti e alunni/classe; superamento delle attività di co-docenza e contenimento delle attività in compresenza tra docenti di teoria e insegnanti tecnico-pratici di laboratorio (riduzione del 30%); determinazione dell’organico dei docenti relativo ai corsi per l’istruzione degli adulti che tenga conto della serie storica degli alunni scrutinati e non di quelli iscritti, il che in parole povere significherà la scomparsa quasi totale dei corsi serali per l’istruzione degli adulti e degli studenti-lavoratori; accorpamento delle classi di concorso ai fini di una maggiore flessibilità nell’impiego dei docenti. Per completare, si prevede la riduzione nel triennio 2009/11 del 17% della consistenza del personale ATA determinata per l’anno scolastico 2007/08, il che appunto significa conseguentemente meno attività di laboratorio e di impiego della struttura scolastica, mattutino e pomeridiano.
La grancassa mediatico-propagandistica che accompagna gli annunci di Mariastar non sono sufficienti ad occultare, nascondere, mistificare la politica della tagliola che ancora più pesantemente si abbatterà, se non si ferma questa programmata demolizione, ancora più forte dal 2010. Il Consiglio dei Ministri, tra uno scandalo di escort e l’altro, è riuscito ad approvare, nel giugno scorso, questo disegno demolitore degli indirizzi della secondaria superiore. Da 400 indirizzi si passa a 6 licei con 10 opzioni per gli studenti. Due le new entry: il liceo musicale e coreutico e il liceo delle scienze umane. Il nuovo modello partirà gradualmente, coinvolgendo dall’anno scolastico 2010-2011 le prime e le seconde classi; entrerà a regime nel 2013.
La ’riforma’ spazza via gli attuali 396 indirizzi sperimentali, i 51 progetti assistiti dal ministero e le tantissime sperimentazioni attivate e propone sei licei: il liceo artistico, articolato in tre indirizzi (arti figurative, architettura-design-ambiente, audiovisivo-multimedia-scenografia); il liceo classico (sarà introdotto l'insegnamento di una lingua straniera per l'intero quinquennio); il liceo scientifico (oltre al normale indirizzo le scuole potranno attivare l'opzione scientifico-tecnologica, dove 'salta' il latino); il liceo linguistico (tre lingue straniere, dalla terza liceo un insegnamento non linguistico sarà impartito in lingua straniera e dalla quarta liceo un secondo insegnamento sarà impartito in lingua straniera); il liceo musicale e coreutico, articolato appunto nelle due sezioni musicale e coreutica (inizialmente saranno istituite 40 sezioni musicali e 10 coreutiche); infine, il liceo delle scienze umane che sostituisce il liceo sociopsicopedagogico, portando a regime le sperimentazioni avviate negli anni scorsi (le scuole potranno attivare un'opzione sezione economico-sociale, dove non è previsto lo studio del latino). Ed è proprio prendendo in esame quest’ultimo indirizzo che si rivela l’inconsistenza culturale dell’operazione berlusconian-gelminiana. Un caso eclatante, di specie.

inaugurazione

Da oggi, 17 ottobre 2009, il mio spazio blog passa da:

http://www.lavoropolitico.it/blogdubla_2008.htm

http://www.lavoropolitico.it/blogdubla_2009.htm

al presente blog
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