venerdì 12 agosto 2016

L'INFAME COLONNA


Sansonetti ripubblica su Il dubbio la "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni, una lettura utile certo non solo agli studenti, ma a tutti coloro che a sinistra hanno delegato il cervello politico all'ammasso del potere più forte, la magistratura, trasformando la scena politica in un ring di melma fangosa. Egli scrive:
"(..) La critica del potere. Tutto lo scritto di Manzoni torna continuamente su questo punto. L'eccesso del potere, la discrezionalità, la possibilità per una persona di decidere il dolore, il terrore, la vita o la morte di un'altra persona, al di fuori da ogni controllo, di ogni verifica, e persino, molto spesso, di ogni ricerca della verità.
Questo forse è il tema più moderno che Manzoni mette sul tavolo. Nessuna critica del potere è possibile se esclude la critica del potere giudiziario. Perché il potere giudiziario è il potere dei poteri. E invece il dibattito politico, da circa quarant'anni, in Italia, ci ha offerto una conoscenza del potere del tutto "deviata", passata per il prisma di rifrazione del giustizialismo. Che ha sedotto e sottomesso l'intera intellettualità. Per cui l'immagine che si afferma è quella di una lotta aperta condotta da una magistratura libera, indipendente ed eroica, che si oppone al potere politico e alle sopraffazioni, in nome del popolo e dei suoi interessi. È una immagine rovesciata rispetto alla realtà. La magistratura è il potere, vive nel potere, esprime il potere, controlla il potere rifiutando di essere controllata. E' l'unico potere incontrollato esistente, nella società contemporanea, cioè l'unico potere puro, essenziale, assoluto.(..)
Possiamo affidarci alla speranza che la magistratura del diritto prevalga sulla magistratura del potere? O invece bisogna pensare a riforme che limitino il potere, aumentino i controlli, i contrappesi, ed esaltino i diritti del diritto? (..)"
da Il dubbio, 11/08/2016
Eppure, a sinistra, c'è chi continua ad amare la società della gogna e della forca, e si appoggia ai 5stelle e ai Travaglio della convenienza a fasi alterne, senza principi e senza progetto di societa'.....Un errore che mai avrebbero commesso i nostri ispiratori, che pagarono caro il potere dei poteri al servizio dei regimi, solo per cit. l'anarchico Passanante o il comunista Gramsci (fe.d.)

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domenica 31 luglio 2016

MITO E MAGIA (Bronzini e la lettura del Cristo di Levi)


MITO E MAGIA
" (c' è uno) stretto legame che intercorre fra mondo magico e mondo mitico. Queste due entità non sono distaccate, nè vanno considerate come risultato della immaginazione: ma l'una e l'altra sono proiezioni della realtà. Il rapporto fra mondo mitico e mondo magico è un rapporto di interdipendenza, per cui il mondo magico può essere considerato come la testimonianza storica del mondo mitico, sempre in senso antropologico, intendendo cioè per storia la storia ritualistica (..): il mondo magico è il supporto rituale del mito, quindi nello stesso tempo è il suo antecedente e il suo riflesso.
A questo si collega il grosso problema del rapporto fra mito e rito e della priorità dell'uno o dell'altro.
Questo è molto importante per capire Carlo Levi, e per evitare di disperderci in varie direzioni nella lettura del Cristo si è fermato ad Eboli. Infatti potremmo erroneamente considerare la parte mitica come evasione dalla realtà, mentre essa è immersione nella realtà attraverso la proiezione della realtà stessa.(..)
Giovanni Battista Bronzini, 1977 [Mito e realtà della civiltà contadina lucana], II ristampa, Congedo, 1981, pag.190

martedì 26 luglio 2016

FAR RINASCERE LA "RINASCITA DELLA SINISTRA"


oggi un giornale serve ai comunisti, ai marxisti, ai progressisti e autentici democratici, per il loro lavoro politico, per rendersi più visibili nella società, ma soprattutto per il senso di appartenenza e l'identità politico-culturale, ciò che alimenta motivazioni all'agire di militanti, attivisti e simpatizzanti, architrave anche del partito politico moderno (fe.d.)

RINASCITA
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Rinascita_(rivista)


https://it.m.wikipedia.org/wiki/Rinascita_(rivista)https://it.m.wikipedia.org/wiki/Rinascita_(rivista)

venerdì 15 luglio 2016

Il sacro rende stupidi?


Andrea Comincini recensisce su Il Manifesto del 15 luglio 2016 il libro di Edoardo Boncinelli  Contro il sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi (Rizzoli, pp.230, euro 18)
La strage del 14 luglio a Nizza ad opera di fanatici religiosi, rende la lettura particolarmente attuale e stimolante, sebbene, come giustamente scrive il recensore, bisogna evitare di cadere nello scientismo. E' possibile con il problematicismo filosofico. (fe.d.)

L’ultimo lavoro di Edoardo Boncinelli, noto genetista di fama internazionale, si intitola Contro il sacro. Perché le fedi ci rendono stupidi (Rizzoli, pp.230, euro 18), e come si può immaginare, sarà motivo di attacchi polemici e forti contestazioni.

Gli avversari di tale statement possono controbattere già dal titolo: come definire idioti coloro che credono, se si elencano personalità quali Dante, Agostino, o Newton – autori inoltre amati e spesso citati nel libro? L’obiezione, legittima, potrebbe trovare risposta da una rilettura più attenta del sottotitolo, e troverebbe conforto nell’esposizione: «perché le fedi ci rendono stupidi». Lo scienziato si scaglia anche contro le credenze laiche, ostacolo a una presa di coscienza dell’uomo sulle vere ragioni che lo spingono ad agire nel mondo.

Per sacro si intende dunque ogni atteggiamento confessionale, cioè qualsiasi rinuncia a cercare una spiegazione attraverso la ricerca razionale, autonoma, e non tramite idola di vario tipo. È indubbio che Boncinelli si infervori particolarmente quando si tratta di religione: i drammi prodotti da una verità calata dall’altro e dall’alto, storicamente antitetica a quella scientifica, non solo hanno ritardato e ritardano il progresso e le relative acquisizioni, ma incidono pesantemente sulla socialità dell’uomo. Se «noi siamo cultura», secondo la definizione di un precedente libro, è evidente il legame tra evoluzione e fede e solo scovando le ragioni ontogenetiche dei nostri comportamenti, per Boncinelli, si possono raggiungere risultati affidabili.

La critica del genetista si fa più accalorata quando sottolinea con decisione che la fede umana è frutto di una esigenza sorta all’interno del processo evolutivo, e di conseguenza questo terreno è l’unico a cui rivolgersi per non cedere a epifanie ultraterrene o domande preconfezionate.
È rintracciabile nella nostra storia antropologica per esempio, che le prescrizioni, le appartenenze, i riti servono e sono serviti a rinserrare i ranghi della specie davanti alle prove ardue della vita.

Il concetto di Sacro, da tale punto di vista, sembrerebbe improvvisamente rivelare una apparente positività, la quale tuttavia si manifesta subito di superficie. Non è detto infatti che un meccanismo di difesa e protezione debba necessariamente liberare la razionalità o tutelarla. Spesso, secondo Boncinelli, avviene il contrario. Basti pensare al piacere che si prova all’aderire a dei precetti religiosi, persino stupidi: rendono il praticante in armonia con il proprio dio, protetto e con la coscienza tranquilla. Tali fedi sono in netta contraddizione con uno dei cardini del libro: l’esortazione kantiana all’autonomia, la necessità di superare le barriere della superstizione e dell’ignoranza: «il ricorso a concetti e valori sacri, cioè intoccabili, condiziona e restringe di molto l’uso della razionalità, essenzialmente perché sacro significa spesso indiscutibile, e soprattutto indiscutibile a priori: un atteggiamento questo che è proprio l’opposto dell’uso della razionalità».

Compito della scienza, citando il Galileo di Brecht «non è l’infinito sapere ma porre una barriera all’infinita ignoranza». La requisitoria viene sostenuta con fermezza contro ogni forma di superstizione ed è alimentata da un genuino sentimento personale, vivificatore di una prosa scorrevole e attenta. Un unico rilievo critico può essere accennato al complessivo impianto teorico, paradossalmente prodotto dall’atteggiamento iconoclasta attraverso il quale Boncinelli sostiene la battaglia della ragione contro religione e metafisiche varie. Il rischio è reclamare, e non solo suggerire, che ogni filosofia e ogni espressione di fede debbano rinunciare a pronunciarsi su cosa sia verità, perché possesso esclusivo della scienza. Se la ricerca – giustamente – esige che filosofia e fede non si intromettano nel suo territorio di competenza, è altrettanto vero che lo scienziato – in virtù della sacra – questa sì – battaglia per la libertà, non giudichi qualunque ermeneutica una disciplina primitiva o inevitabilmente infantile. Il rischio è offrire il fianco a quanti vorrebbero ridurre la scienza a scientismo, e imputarla di un integralismo che non le compete.

martedì 12 luglio 2016

STUDI GRAMSCIANI


PER GRAMSCI
Un ottimo saggio breve di Claudio Bazzocchi sulla critica di Antonio Gramsci alla teoria della degenerazione oligarchica di R.Michels (che pure oggi sembra avverarsi). Perché il partito dei comunisti dovrebbe esserne immune: se funziona come intellettuale collettivo. Una lettura gramsciana che ancora parla all'attualità. [fe.d]

IL GRAMSCI DA STUDIARE E APPROFONDIRE PER COMPRENDERE LE ATTUALI FASI POLITICHE
Uno dei più acuti studiosi italiani di Gramsci, Leonardo Paggi, recensisce su Il Manifesto il lavoro di Michele Prospero "La scienza politica di Gramsci", Bordeaux ed. (fe.d.)
"(..) La tesi del libro è che la richiesta di un politico forte e auto centrato fa da contrappunto in Gramsci ad una analisi che indugia a lungo sui modi in cui un sistema liberale di tipo parlamentare può subire un processo di progressivo corrompimento e degrado fino alla negazione di fatto del principio della rappresentanza democratica. La crisi del partito, in quanto essenziale tratto di unione tra società civile e stato, è sempre il vero epicentro di una involuzione di sistema, destinata a sfociare, prima o poi, in un mutamento della stessa forma di governo. Prospero ripercorre e commenta tutti i fondamentali passaggi dell’analisi gramsciana: la degenerazione burocratica, la disgregazione trasformistica, la fascinazione carismatica, la regressione nell’apoliticismo, l’involuzione cesarea, che può avanzare anche attraverso la formazione di grandi coalizioni di governo che tolgono al parlamento la sua precipua funzione di rappresentazione politica del conflitto sociale.
(..) Dinanzi all’incapacità del pensiero liberaldemocratico classico di dire una parola sulla crisi della democrazia che stiamo vivendo, i Quaderni di Gramsci, che Norberto Bobbio volle tanto tenacemente mandare in soffitta, continuano ad avere un singolare potere di illuminazione sul presente. Oggi valutiamo meglio l’effetto disarmante di una visione della democrazia che si costruiva nella più completa ignoranza del legame di ferro tra potere economico e potere burocratico che la mondializzazione e lo stesso sviluppo del processo di integrazione europeo stava già allora saldando.
La lettura dei testi gramsciani che Prospero ci propone è legittimamente, ossia senza alcuna sollecitazione dei testi, orientata all’esperienza dell’oggi. Si può dire che in essa si definisce la prospettiva critica con cui egli guarda alla crisi italiana nel suo volume immediatamente precedente Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Bordeaux. Con particolare efficacia il capitolo intitolato «La rivoluzione passiva» suggerisce come nello smantellamento progressivo del partito politico, sempre incoraggiato e promosso dai poteri costituiti, si debba cogliere il tratto distintivo di una «crisi organica» che dall’inizio degli anni Novanta arriva, con le elezioni del febbraio 2013, al crollo del bipartitismo, assunto come principio fondante della seconda repubblica, per approdare (provvisoriamente!) all’Opa (offerta pubblica di acquisto) di Renzi sul Partito democratico.(..)
Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale. Le affinità tra questi diversi episodi sono indubbiamente impressionanti. E tuttavia la fedeltà allo spirito della analisi gramsciana impone la ricerca di differenze che indiscutibilmente permangono. Con i leaderismo di Berlusconi si cementa una nuova destra di governo estranea e aggressivamente contrapposta a tutta la precedente storia repubblicana. Con il leaderismo di Grillo si esprime la protesta di vasti ceti popolari nei confronti di un sistema politico che ha abbassato drammaticamente il livello delle proprie prestazioni, disattendendo sistematicamente le aspettative della società civile. Con i leaderismo di Renzi giunge a conclusione la involuzione programmatica e politica del Partito democratico (a sua volta ultima metamorfosi del vecchio Pci) che è definitivamente precipitata nell’autunno del 2011 con il consenso dato alla formazione del governo Monti.(..)"
integralmente su Il Manifesto, 9/07/2016
http://ilmanifesto.info/alla-ricerca-di-un-politico-neller…/

venerdì 1 luglio 2016

Antonio Banfi: il marxismo come..."fuor dell'abisso della tragica crisi" (1946)


"FUOR DELL'ABISSO DELLA TRAGICA CRISI"
IL MARXISMO COME...
distruzione teoretica del dogmatismo metafisico ed estremo sviluppo della coscienza storica. La filosofia diviene l’aperta sistematica in cui si attua la libera, universale esigenza teoretica. Il materialismo dialettico ha presupposto un razionalismo critico ed è esso stesso un realismo critico
di
Antonio Banfi

(1) (2)

Consideriamo dunque il marxismo come l'ideologia della classe lavoratrice in quanto essa lotta ed opera nella concretezza della realtà storica, per la liberazione dell'uomo dallo sfruttamento dell'uomo e per la creazione di una società senza classi, insomma per un umanesimo aperto e costruttivo.(..)
[Così appare qui il terzo aspetto dell’ideologia marxista, il suo fondamentale carattere critico.]Per carattere critico del sapere nelle sue varie forme noi dobbiamo intendere la presenza, in esso esplicita od implicita come metodo, della coscienza della sua natura che dissolve nella ricerca, perciò infinita ed aperta, ogni fissità dell’esperienza comune, ogni limite di risoluzione metafisica. Implicitamente critico è il pensiero scientifico e il pensiero storico, in quanto di principio rinuncia ad ogni presupposto dogmatico e si affida al proprio metodo che in forma diversa rappresenta il processo di elaborazione razionale dell’esperienza. Ma questa sua criticità che è una cosa sola con la sua fecondità è condizionata dal fatto che tutti i presupposti  e i limiti dogmatici, anche impliciti, siano di massima dissolti. E poiché questi presupposti  e questi limiti derivano da una tacita, consuetudinaria o da una manifesta, esplicita, metafisica visione unitaria idealmente conclusa dal reale, la libertà ed efficacia del sapere scientifico e storico dipendono dalla distruzione teoretica del dogmatismo e in particolare del dogmatismo metafisico. Non è senza ragione infatti che il fiorire della coscienza scientifica e storica nell’età moderna si accompagni con la dissoluzione della metafisica classica, con lo sviluppo della conoscenza critica nel pensiero speculativo e dei metodi che vi corrispondono. Seguendo questo sviluppo, se non fosse qui fuori di luogo, potremmo vedere farsi strada via via, sempre più pura, attraverso a residui dogmatici e forme ancora implicitamente metafisiche, la coscienza critica sul piano filosofico. Per essa, per i metodi in cui si esprime, la filosofia diviene non il chiuso sistema di una concettualità dogmatica ma l’aperta sistematica in cui si attua la libera, universale esigenza teoretica e per cui si garantisce l’infinito sviluppo dell’esperienza. Lungi dal concludere questa nel rigido scheletro di una realtà assoluta la filosofia riconosce la varietà di piani e di passaggi della realtà concreta o, in altre parole, la sua natura dialettica, in cui sono implicite ed attive la conoscenza e l’azione umana. Ora il marxismo, come materialismo storico, è anzi tutto l’estremo sviluppo della coscienza storica che, con la coscienza scientifica, costituisce la duplice via di liberazione del sapere, fin dall’inizio dell’età moderna, del vincolo dogmatico-metafisico. E proprio perché realizza in sé l’assoluto storicismo esso è il sapere storico in quanto riconosce ed attua in sé criticamente la propria natura, al di là  di ogni presupposto e ogni limite. Ma perciò appunto esso implica una posizione critica in generale del pensiero, una radicale opposizione contro ogni dogmatismo metafisico che riduca o sformi la sua visione della realtà storica e la sua azione in essa, si tratti di idealismo o di spiritualismo, di irrazionalismo o di materialismo deterministico, di empirismo o di razionalismo dogmatico. Il materialismo dialettico ha per presupposto un razionalismo critico e perciò, come vedemmo, dialettico. Il termine di “materialismo”, che sarebbe errore patente assumere in senso ingenuamente empirico o dogmaticamente metafisico, aggiunge al termine “realismo” una duplice nota. Esso esprime anzi tutto, da un punto di vista storico, la posizione polemica nei riguardi dell'idealismo; dal punto di vista speculativo l’opposizione radicale ad ogni velleità metafisica in quanto il concetto di materia, mentre vale per il pensiero metafisico classico come il non-essere, esprime per il pensiero moderno il piano su cui si esercita la ragione scientifica e in cui si realizza l’attività tecnica e con essa la vita tutta dell’uomo. Ed è proprio questo passaggio ad un valore concretamente positivo del concetto di materia, dalla sua vanità metafisica alla sua concretezza implicante il pensiero e l’azione dell’uomo, che si esprime nel termine “dialettico”. [..]

Storia, fato e libertà

V'è per l'umanità oggi una sola via di salvezza ed è l'affermarsi della classe lavoratrice, attraverso la lotta contro l'imperialismo, come storicamente universale e progressiva, come tale da risolvere i contrasti della società borghese in una società senza classi, aperta allo sviluppo di tutte le energie umane, principio di un nuovo periodo storico, ove la storia non sia fato, ma libertà degli uomini. (..)Così il marxismo è l'ideologia che illumina la ricostruzione umana fuor dell'abisso della tragica crisi, che salva, compie e concreta l'ideale dell'uomo copernicano, dell'uomo che si sa nel mondo a costruire con la scienza e la tecnica il suo mondo, che riconosce il valore del suo lavoro, della comunità in cui esso si attua, della storia, di cui non è più vittima, ma libero fattore. (..) 

(1) stralci da Saggio sul marxismo, da Società, n.4, anno XIV, luglio-agosto 1958. Lo scritto, pubblicato postumo, è del 1946, sta in Antonio Banfi, Saggi sul marxismo, Ed.Riuniti, 1960, pag.31,36-38,42-44
(2) post, titoli, corsivi e grassetto sono a cura di ferdinando dubla
 
POST

A fronte delle correnti filosofiche che si erano affermate nella prima metà del '900 (fra tutte, l'esistenzialismo e la fenomenologia), Banfi, pur interloquendo intensamente con esse, rivendica l'autonomia della ricerca marxista, l'efficacia sul piano dell'interpretazione delle vicende umane della concezione materialistica della storia. Il marxismo come filosofia a pieno titolo, dunque, purchè si pensi continuamente come ricerca, che ponga in dubbio la teoria in quanto tale a favore della prassi concreta finalizzata ad una profonda trasformazione del mondo. Filosofia della praxis, aveva indicato Antonio Gramsci, compiuta in sè ma attraversata dal metodo della destrutturazione dell'apparenza fenomenica, cioè di come i fatti sociali sono e di come essi appaiono agli occhi delle grandi masse attraverso l'interpolazione ideologica delle classi dominanti. Banfi, nel mantenere inalterato il metodo destrutturante e di disvelamento (si pensi solo ai concetti di alienazione, di mercificazione in Marx, di senso comune in Gramsci) dei fenomeni sociali, necessario per la natura contraddittoria del capitalismo e dell'imperialismo, pone punti di partenza irrinunciabili e finalità costitutive. L'unico punto irrinunciabile, per una filosofia rivoluzionaria, è l'epochè scettica: porre in dubbio l'esistente e come si manifesta nell'ambito storico-concreto. Per non cadere nello scetticismo e/o nel relativismo, Banfi colloca la ragione come facoltà razionale al centro delle disamine critiche, per cui ogni metafisica che si nutre di certezze apodittiche è destinata a cedere il terreno alla consapevolezza responsabile sul reale destino degli uomini nella storia (umanesimo storico più che storicistico, nuovo umanesimo materialistico), la coscienza di classe resa universalisticamente. Il dogmatismo non può innervare il marxismo, pena la sua stessa dissoluzione: è l'altra faccia dell'empirismo e del determinismo, per cui mai si comprenderebbe il caos dell'esperienza. Se Socrate è la ricerca filosofica continuamente aperta tramite le definizioni ma guidata dall'eticità,  Galilei e Copernico sono l'uomo "onnilaterale" e politecnico della finalità pedagogica marxista.

..e a voi che criticate il dubbio io dico: non partì Marx da quello? e a voi che amate le certezze, io dico, ora scegliete tra il progresso scientifico e i miracoli, tra l'infinita ricerca che si nutre di epoché scettica e la barbarie dell'Inquisizione..


[ferdinando dubla]