le lenti di Gramsci

venerdì 8 dicembre 2017

LE DONNE DELLA RIVOLUZIONE


Le donne combattenti nei giorni della Grande Rivoluzione d'Ottobre
dalla compagna Alexandra Kollontaj (1972/1952), femminista rivoluzionaria, che propugnò l'Eros alato della liberazione oltre l'emancipazione, che fu il primo ministro donna al fianco di Lenin, che unì la lotta di classe alla parità di genere, l'omaggio alle sue compagne della rivoluzione sovietica, la Krupskaja, la Inessa Armand, la Stassova e le tante lavoratrici e donne comuni che diedero l'assalto al cielo, una delle eredità più belle e dirompenti per una riattualizzazione della rivoluzione d'Ottobre, nel suo centenario. (fe.d.)
Alexandra Kollontaj | Zhensky Zhurnal (The Women's Journal), N. 11, Novembre, 1927, pp. 2-3 marxists.org


Le donne che presero parte alla Grande Rivoluzione d'Ottobre - Chi furono?
Individualità isolate? No, erano padrone di loro stesse; decine, centinaia di migliaia di eroine senza nome che, marciando fianco a fianco degli operai e dei contadini dietro la Bandiera Rossa e gli slogan dei Soviet, hanno scavalcato le rovine della teocrazia zarista balzando in un nuovo futuro…
Se si guarda indietro al passato, le si può scorgere, queste masse di eroine senza nome che nell'Ottobre vivevano in città affamate, in villaggi impoveriti saccheggiati dalla guerra… Una sciarpa in testa (molto raramente, ancora, un fazzoletto rosso), una gonna usurata e una giacca invernale rattoppata… Vecchie e giovani, donne lavoratrici e mogli di soldati, contadine e casalinghe provenienti dai poveri della città. Più raramente, molto più raramente in quei giorni, impiegate e donne delle professioni, educate ed acculturate. Ma ci furono anche donne provenienti dall'intellighenzia tra quelle che portarono la Bandiera Rossa alla vittoria dell'Ottobre - maestre, impiegate, giovani studentesse di scuola superiore e di Università, donne medico. Hanno marciato allegramente, disinteressatamente, volontariamente. Sono andate ovunque siano state mandate. Al fronte? Hanno indossato un berretto da soldato e sono diventate combattenti nell'Armata Rossa. Se indossavano braccioli rossi, si affrettavano alle stazioni di pronto soccorso per aiutare il fronte rosso contro Kerensky a Gatchina. Hanno lavorato nelle comunicazioni dell'esercito. Lavoravano allegramente, certe nella convinzione che stava succedendo qualcosa di importante e che siamo tutti piccole ruote dentate dell'ingranaggio della rivoluzione di classe.
Nei villaggi, le donne contadine (i loro mariti erano stati mandati al fronte) si impossessarono delle proprietà terriere e cacciarono l'aristocrazia dai nidi in cui si era posata per secoli.

Quando si ricordano gli eventi dell'Ottobre non si vedono i volti degli individui, ma le masse. Masse innumerabili, come ondate di umanità. Ma ovunque uno guardasse vedeva le donne - alle riunioni, ai raduni, alle dimostrazioni…
Non sono ancora sicure di quello che vogliono esattamente, di quello che stanno cercando, ma sanno una cosa: non sopporteranno più la guerra. Non vogliono nemmeno più i proprietari terrieri e i ricchi ... Nell'anno 1917, il grande oceano d'umanità si muove e ondeggia e gran parte di quel mare è costituito da donne ...
Un giorno, gli storici scriveranno sulle imprese di queste eroine senza nome della rivoluzione che morirono al fronte, furono fucilate dai Bianchi e che sopportarono le innumerevoli privazioni dei primi anni successivi alla Rivoluzione, ma che continuarono a portare la Bandiera Rossa del potere dei Soviet e del comunismo.
E' in queste eroine senza nome, quelle che morirono per ottenere una nuova vita per gli operai durante la Grande Rivoluzione d'Ottobre, nelle quali la giovane Repubblica si riconosce, come i suoi giovani, allegri ed entusiasti, fermi nel costruire le basi del socialismo.
Comunque, al di fuori di questo mare di teste femminili avvolte da sciarpe e cappelli invernali, inevitabilmente emergono le figure di quelle alle quali gli storici tributeranno particolare attenzione quando, a molti anni da oggi, scriveranno sulla Grande Rivoluzione d'Ottobre e del suo leader, Lenin.
La prima figura che emerse fu la fedele compagna di Lenin, Nadezhda Konstantinovna Krupskaya, che indossava il suo sobrio vestito grigio e impegnata sempre a restare sullo sfondo. Scivolava via inosservata alle riunioni, mettendosi dietro un pilastro, ma vedendo e sentendo e osservando tutto ciò che accadeva, in modo da poterne dare pieno conto a Vladimir Ilic, aggiungendovi i propri commenti e rendendo chiara ogni idea ragionevole, utile o adeguata.
In quei giorni Nadezhda Konstantinovna non parlava nelle numerose riunioni tempestose in cui la gente discuteva la grande questione: i Soviet prenderanno il potere o no? Ma lavorava instancabilmente come mano destra di Vladimir Ilyich, occasionalmente facendo il sunto, commentato, alle riunioni di partito. Nei momenti di grande difficoltà e pericolo, quando molti compagni più forti perdevano il cuore e cedevano al dubbio, Nadezhda Konstantinovna rimase sempre la stessa, totalmente convinta della giusta causa e della sua certa vittoria. Ha irradiato una fede incrollabile e questa solidità di spirito, nascosta dietro una rara modestia, ha sempre avuto un effetto confortante su tutti coloro che entrarono in contatto con la compagna del grande leader della Rivoluzione d'Ottobre.
Un'altra figura emerse - quella di un altra fedele compagna di Vladimir Ilyich, una compagna d'armi durante i difficili anni di lavoro sotterraneo, segretaria del Comitato centrale del Partito, Yelena Dmitriyevna Stassova. Pallida e di sopracciglio alto, di una rara precisione ed eccezionale capacità di lavoro, possedeva la rara abilità di "individuare" la persona giusta per un certo incarico. La sua figura alta e statuaria poteva essere scorta prima nel Soviet al palazzo di Tavrichesky, poi nella casa di Kshesinskaya e infine a Smolny. Nelle sue mani tiene un quaderno, mentre intorno a lei i suoi compagni giornalisti del fronte, i lavoratori, le guardie rosse, le donne lavoratrici, i membri del Partito e dei Soviet, cercano una risposta o un ordine rapido e chiaro.
Stassova si assumeva la responsabilità di molte cose importanti, ma se un compagno doveva affrontare il bisogno o il disagio in quei giorni tempestosi, ella si confrontava sempre, fornendo una risposta breve e apparentemente brusca e facendo lei stessa tutto quello che poteva. Era sopraffatta dal lavoro e sempre al suo posto. Sempre al suo posto, ma non spingendosi mai avanti alla prima fila per eccellere. Non gli piaceva essere al centro dell'attenzione. La sua preoccupazione non era per se stessa, ma per la causa.
Per la causa nobile e amata del comunismo, per la quale Yelena Stassova ha sofferto l'esilio e la prigionia nelle carceri zariste, rimanendo con la salute rovinata ... In nome della causa fungeva da supporto, duro come l'acciaio. Ma alle sofferenze dei suoi compagni mostrava una sensibilità e una reattività che si trovano solo in una donna con un caldo e nobile cuore.
Klavdia Nikolayeva era un'operaia di origini molto umili. Aveva aderito ai Bolscevichi già nel 1908, negli anni della reazione e aveva sopportato l'esilio e la prigionia ... Nel 1917 tornò a Leningrado e divenne il cuore della prima rivista per le donne lavoratrici, Kommunistka. Era ancora giovane, piena di fuoco e di impazienza. Ma teneva saldamente la bandiera e dichiarò con audacia che le operaie, le mogli dei soldati e le contadine dovevano essere ammesse nel Partito. Per lavorare, donne! Alla difesa dei Soviet e del Comunismo!
Parlava alle riunioni, ancora nervosa e incerta, ma attraeva gli altri nel seguirla. Era una di quelle che portavano sulle proprie spalle tutte le difficoltà necessarie per preparare la via all'ampio coinvolgimento delle donne nella rivoluzione, una di quelle che hanno combattuto su due fronti - per i sovietici e il comunismo e allo stesso tempo per l'emancipazione delle donne. I nomi di Klavdia Nikolayeva e Konkordia Samoilova, morte al loro posto di combattimento rivoluzionario nel 1921 (per colera), sono indissolubilmente legati ai primi e più difficili passi del movimento femminile, in particolare a Leningrado. Konkordia Samoilova era un membro di partito di altruismo ineguagliabile, una fine ed efficiente oratrice che sapeva vincere i cuori delle donne lavoratrici. Coloro che hanno lavorato accanto a lei ricorderanno a lungo Konkordia Samoilova. Era semplice nel modo, semplice nel vestire, esigente nell'esecuzione delle decisioni, rigorosa, sia con se stessa che con gli altri.
Particolarmente sorprendente è la figura gentile e affascinante di Inessa Armand, che è stata incaricata di compiti di partito molto importanti, nella preparazione alla Rivoluzione d'Ottobre e che poi ha contribuito con molte idee creative al lavoro svolto tra le donne. Con tutta la sua femminilità e la gentilezza del modo, Inessa Armand era incrollabile nelle sue convinzioni e in grado di difendere ciò che credeva essere giusto, anche quando si trovava di fronte ad avversari irriducibili. Dopo la rivoluzione, Inessa Armand si è dedicata all'organizzazione del vasto movimento delle donne lavoratrici e la conferenza delle delegate è una sua creazione.
Un grande lavoro è stato compiuto da Varvara Nikolayevna Yakovleva durante i giorni difficili e decisivi della Rivoluzione d'Ottobre a Mosca. Sul campo di battaglia delle barricate ha mostrato una risoluzione degna di un leader di quartier generale di Partito ... Molti compagni hanno poi riferito che la sua risolutezza e il suo coraggio inimmaginabile diedero forza agli indecisi e ispirarono nuovamente coloro che avevano perduto il cuore. 'Avanti!' - fino alla vittoria.
Se uno ricorda le donne che presero parte alla Grande Rivoluzione, molte facce e nomi risorgono come per magia dalla memoria. Possiamo dimenticare di rendere onore alla memoria di Vera Slutskaya che lavorò in modo altruista alla preparazione della Rivoluzione e che fu colpita dai Cosacchi sul primo Fronte Rosso vicino a Pietrogrado?
Potremmo mai dimenticare Yevgenia Bosh, con il suo temperamento ardente, sempre desiderosa di combattere? Morì anche lei, al suo posto di combattimento rivoluzionario.
Potremmo mai omettere di menzionare qui due nomi strettamente legati alla vita e all'attività di V.I. Lenin - le sue due sorelle e compagne di lotta, Anna Ilyinichna Yelizarova e Maria Ilyinichna Ulyanova?
... e la compagna Varya, delle officine ferroviarie di Mosca, sempre vivace, sempre di fretta? E Fyodorova, operaia tessile a Leningrado, con il suo volto piacevole e sorridente e la sua paura quando venne a combattere sulle barricate?
È impossibile elencarle tutte e quante rimangono senza nome? Le eroine della Rivoluzione d'Ottobre erano un intero esercito e sebbene i loro nomi vengano dimenticati, il loro altruismo vive nella stessa vittoria della Rivoluzione, in tutte le conquiste e nei successi di cui ora godono le donne lavoratrici nell'Unione Sovietica.
È un fatto chiaro e indiscutibile che, senza la partecipazione delle donne, la Rivoluzione d'Ottobre non avrebbe potuto condurre la Bandiera Rossa alla vittoria. Gloria alle donne lavoratrici che marciavano sotto quella Bandiera Rossa durante la Rivoluzione d'Ottobre. Gloria alla Rivoluzione d'Ottobre che ha liberato le donne!

Alexandra Kollontaj (1872/1952)







martedì 28 novembre 2017

IN RICORDO DELLO SCRITTORE LEO IL GRANDE


Alessandro Leogrande, scrittore originario di Taranto, è morto prematuramente. Della sua città porta la bellezza e il sacrificio, dalla parte di tutti coloro la cui voce arriva distante, fin troppo lontana. (fe.d.)
il ricordo di un altro scrittore dell'impegno sociale, Angelo Ferracuti su Il Manifesto [ 28/11/2017 ]

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Sono pochi gli autori che in questo sgangherato paese si possono definire civili, ancora di meno tra quelli più giovani cresciuti nelle scuole di scrittura, vampirizzati dal marketing. Alessandro Leogrande, che ho sempre immaginato affettuosamente come un fratello minore, lo era in modo enormemente consapevole da sempre. Lui era diverso dai suoi coetanei, timido e fiero, aveva una serietà di intellettuale d’altri tempi, di tipo novecentesco, però innestata dentro una vitalità tutta contemporanea e con uno sguardo internazionale. Quello che mi ha sempre colpito di lui era una onnivora curiosità politica nei confronti delle grandi questioni, la tempra di reporter di razza, il migliore della sua generazione, il migliore di tutti, la grande capacità di ascolto e sensibile generosità che metteva nel lavoro culturale, soprattutto nell’esperienza straordinaria de Lo straniero, la rivista che aveva diretto insieme a quello che è stato il suo maestro, Goffredo Fofi.
Giovanissimo, sin dal suo libro d’esordio, Un mare nascosto e poi con Le male vite, avevamo capito subito di che pasta era fatto, la sua era una scrittura intesa come lenta ricomposizione di frammenti sconnessi, quanti ne servono per ricostruire un forte effetto di realtà con una idea massimalista di una narrazione della moltitudine. Dopo, aveva scritto Uomini e caporali (UE Feltrinelli), raccontando le vite maledette dei nuovi braccianti stranieri della Capitanata, la sua Puglia, dove era nato quaranta anni fa a Taranto, scenario di un altro suo libro indimenticabile, Fumo sulla città, e ancora Il naufragio sull’affondamento della Kater i Rades, la piccola nave albanese speronata dalla corvetta Sibilla della Marina militare italiana, 57 i morti, 24 i dispersi, 34 i superstiti.
Con La frontiera (Feltrinelli) aveva raggiunto una rara maturità stilistica, centrando uno dei temi nevralgici del mondo globalizzato, la linea invisibile che divide il pianeta, un luogo geografico, geopolitico, che è anche un immaginario mobile, le due opposte traiettorie di due mondi nettamente separati, l’Occidente opulento e consumistico del parossismo capitalistico, e un Sud del mondo povero, dilaniato dai conflitti bellici e senza democrazia.
Questo luogo eccentrico che così era descritto da Alessandro nel suo libro come «una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera». I raccontatori che incontra nei modi kapuscinskiani, perché non si limita a descrivere ma vuole spiegare, ognuno dei quali illumina una geografia e vive sulla «linea d’ombra» di Conrad, sono il giovane somalo Hamid, il camerunense Yvan Sagnet, l’enigmatico Don Mussie, l’eritreo in fuga Syoum, scampato al naufragio di Lampedusa, narratori di un mondo che molti occidentali non vogliono ascoltare.
Mentre tutti i suoi coetanei cercavano la via mondana del romanzo, Alessandro, lavorando sul campo e dal basso, con uno sguardo ad altezza d’uomo, riusciva a ridare vita al reportage narrativo in senso classico, con la perizia documentaria del giornalista d’inchiesta e le capacità del narratore nella tenuta stilistico-espressiva e nel disegnare una tramatura potente, nel tessere, montare e rimontare, intrecciando e ricucendo le tante storie tragiche e umanissime della Storia.
Una condotta unica che gli ha permesso scrivere in pochi anni alcuni libri fondamentali su come cambia il mondo, dalle parte degli ultimi, dei dannati della terra, siano essi lavoratori minacciati da violenti caporali, migranti che scappano da guerre civili, desaparecidos. Se ne occupava con serietà, passione, e il coraggio dei buoni.



giovedì 23 novembre 2017

Makarenko: la pedagogia della lotta/Iniziativa del CPA FI Sud il 25 novembre


sintesi da A.Kaminski: La pedagogia sovietica e l'opera di A.Makarenko, Avio ed., 1952
a cura di: Sara Leggieri
paragrafo: La pedagogia della lotta

LA PEDAGOGIA DELLA LOTTA

Al primo periodo della pedagogia sovietica è collegato il nome di un Commissario dell’Istruzione pubblica dell’U.R.S.S., Lunaciarskij. L’Unione Sovietica finì in una lotta armata. Tutti i giornali, i rapporti, le relazioni si riempirono con le parole “lotta”, “forza”, “combattimento”, “fronte”. Il “fronte” era la costruzione di nuove fabbriche industriali e l’organizzazione dei Kolkos. Chiaramente non si poteva continuare a utilizzare parole al posto di altre. Il linguaggio era lo specchio dello stile di vita degli uomini, che costruivano un organismo nella lotta e con gli stessi metodi utilizzati nella lotta. Makarenko aveva perfettamente capito ed attuato i principi dei compiti del 1920. Per capire meglio di cosa si occupava, basta leggere il Poema pedagogico: lotta contro il saccheggio e i furti per le strade, la lotta contro i danni alle foreste e lotta da parte dei giovani appartenenti alla Colonia. E più tardi l’organizzazione della fattoria. Per “organizzazione” s’intende la costruzione degli abitazioni distrutte, lavori pesanti di campagna e l’allevamento dei maiali. Nel suo poema Makarenko scrive che la lotta non deve finire mai perché essa cimenta la collettività nel progresso continuo. Così Makarenko abbandona la cura delle officine per dedicarsi interamente alla ricerca di un nuovo campo d’azione, di lotta e lavoro. È ben noto come, nella colonia, bande di piccoli ladri, di mascalzoni e accoltellatori potessero cambiare e diventare gruppi di ragazzi educati, puliti e avviati presso la società comunista. L’Unione Sovietica si prepara alla prima piatiletka. Tutto lo Stato vive nella rivoluzione industriale e nella costruzione di una nuova moderna industria. La fabbrica si mette in moto e tutte le attività da svolgersi, vengono da giovani e ragazzi per farne una delle maggiori imprese dell’Ucraina. 

L’atteggiamento di Makarenko in questa lotta è il tipico “atteggiamento educativo”. La temperatura della battaglia eleva i sentimenti di Makarenko che non si sforza di nasconderli. Il naturale entusiasmo giovanile viene liberato nel campo concreto delle azioni. Ciò che ne deriva non è più “educazione” ma la ricostruzione stessa della vita dei ragazzi. Nessun bambino è considerato come “germe della futura personalità” perché i processi educativi avvengono nel reale e nel concreto. 

Il fondamento della pedagogia di Makarenko è il seguente: l’educazione alla lotta, importante nella pedagogia contemporanea. W. James, psicologo americano del XIX secolo, nelle sue riflessioni psicologiche della guerra spiega che il desiderio di concludere la guerra è collegata alla conservazione dei lati positivi della guerra: eroismo, disciplina, sacrificio e fratellanza delle armi, tutto ciò ottenibile dalla creazione di grandi opere culturali che possano affascinare e far concentrare l’attenzione popolare in modo tale da poter volgere la tendenza alla distruzione di altri gruppi sociali al compito culturale che ciascun gruppo si proporrebbe. E se dalla teoria si passa alla pratica e si osservano attentamente la pedagogia sociale di Elena Radlinska, di O. Decroly, i settlements di Sciaski e via via ovunque si possa realizzare questo postulato fondamentale: scuola ed educazione non devono mai isolarsi dalla vita. Le peculiarità della “pedagogia della lotta” non si basano sulla nuova tesi educativa di Makarenko, ma sulla scala dei compiti che spettano ai giovani. 


venerdì 17 novembre 2017

L'ECOMARXISMO DI JAMES O'CONNOR E LA "SECONDA CONTRADDIZIONE"


Scomparso a 87 anni, J.O'Connor, sociologo ed economista, ha cercato di dimostrare, nella sua ricerca, che il marxismo può essere aggiornato senza fargli perdere i suoi connotati teorici fondativi. Rilevante, da questo punto di vista, la sua categoria di "seconda contraddizione", quella tra capitalismo e ambiente naturale, che rende ancora più cogente la lotta di classe, motore della storia.
Segnalo che in rete manca la voce in italiano su Wikipedia, neanche tradotta da altre lingue. (fe.d.)
Il ricordo di Giovanna Ricoveri su Il Manifesto del 17 novembre 2017.

James O’Connor, nato nel 1930, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, è morto domenica scorsa 12 novembre 2017 nella sua casa di Santa Cruz. Accademico e studioso militante atipico e neo-marxista.

James O’Connor è stato da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti. O’Connor ha scritto testi fondamentali per la comprensione del capitalismo, essenziali per capire e combattere contro la catastrofe chiamata capitalismo. Il più famoso dei suoi moltissimi libri tradotti in tutto il mondo resta La Crisi fiscale dello Statodel 1973, ed.it. Einaudi 1979, prefato da Federico Caffè, dove ha analizzato la natura contraddittoria dello stato, che pretende di essere indipendente dal capitale (dalle classi dominanti), mentre invece ne serve gli interessi, senza svolgere la funzione di mediatore di tutti gli interessi in campo al fine di raggiungere il bene comune generale.

La pubblicazione della rivista Capitalism Nature Socialism (Cns), da lui fondata nel 1988 e diretta fino al 2003, quando ha passato il testimone per ragioni di salute, ha segnato una svolta importante nel suo pensiero e anche nel suo modo di definirsi marxista e neo-marxista nelle mutate condizioni internazionali.

«Nonostante l’ambientalismo costituisca uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti», affermava O’Connor nel 1988, nella introduzione al primo numero della rivista statunitense, tradotta in Capitalismo Natura Socialismo n.1/1991.

È di questo periodo la formulazione della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla (La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze, Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992)

La rivista italiana, diretta allora da Valentino Parlato e da chi scrive, e pubblicata nei primi anni da una società de il manifesto, nacque nel 1991 nel contesto di un network di riviste di ecologia politica comprendente anche la Spagna (con Ecologia Politica diretta da Juan Martinez Alier e la Francia conEcologie et Politique diretta da Jean Paul Deléage), legate dalla stessa lettura della crisi proposta da O’Connor. La rivista italiana ebbe successo agli inizi, perché la critica di O’Connor ai vari marxismi allora esistenti – non a Marx – interpretava quella dei comunisti “dissidenti” italiani di allora e di una parte degli ambientalisti, su tre grandi temi: primo, che la crisi ecologica è causa di crisi economica e sociale, verità scomoda e per questo ancora oggi totalmente rimossa da politici ed economisti mainstream; secondo, che le due crisi sono due facce della stessa medaglia, come oggi afferma Papa Francesco; terzo, che i movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori – sono determinanti al fine di superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione finanziaria.

Le idee e i valori per cui Jim O’Connor ha vissuto e lottato non si sono certo inverati, ma sicuramente il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi, e questo è quello che conta.

Per me è stato un amico leale sin dal nostro incontro a New York, dove lui era già docente di labour economics al Barnard College della Columbia University, e io studentessa di economia.

Non ci siamo mai persi di vista, e la nostra amicizia si è consolidata nella costruzione della rete di Cns, con incontri anche frequenti in Europa e in California, specie nella prima fase di questa iniziativa editoriale.

 

mercoledì 15 novembre 2017

Gramsci e le sue letture intorno al 1917 russo


CONVEGNO. Un incontro a Bari in cui ci sarà un confronto sulle categorie politiche sue e di Lenin

--Guido Liguori -- 

Nel gennaio 1917 un militante socialista sardo trapiantato a Torino, che si guadagnava da vivere scrivendo sulla stampa di partito e cercava di capire come uno scatto di soggettività rivoluzionaria avrebbe potuto infrangere le tranquille certezze dei marxisti riformisti intrisi di positivismo e quieto vivere, scriveva di odiare «gli indifferenti», coloro che non si impegnavano, non prendevano parte, che accettavano il mondo così come era.
POCHE SETTIMANE DOPO, quel giovane di 26 anni, Antonio Gramsci, si entusiasmò come molti in Europa per le prime notizie che giungevano da Pietrogrado, dove gli operai, le donne (tutto ebbe inizio nella giornata di lotta dell’8 marzo, che per il calendario russo corrispondeva al 24 febbraio), i contadini intruppati e armati come soldati per andare a morire al fronte, in quella guerra senza precedenti per durata e sofferenze, si erano ribellati e avevano deposto lo zar, anche se per il momento non erano riusciti a fermare la guerra.
GRAMSCI AVREBBE seguito nei mesi successivi i fatti di Russia con passione e intelligenza, avrebbe gradatamente imparato a distinguere le forze in campo, e capito pian piano che i bolscevichi erano gli unici non solo a volere la pace, ma anche una vera rivoluzione socialista: la messa in discussione degli assetti proprietari e l’autogoverno dei produttori mediante i Soviet. Con i bolscevichi per Gramsci era la volontà collettiva che aveva trionfato: erano gli essere umani associati che dimostravano di aver compreso «i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva». Una lezione che, trasferita all’oggi, risulta fortemente antiliberista, poiché ci dice come le «oggettive leggi del mercato» non vadano subite, accettate, ritenute immutabile, ma possano essere cambiate, se le donne e gli uomini associati lo vogliono.
CENTO ANNI sono passati dalla Rivoluzione russa, anzi dalle due rivoluzioni russe del 1917 (di febbraio e di ottobre), e ottanta dalla morte di Antonio Gramsci, nel 1937: era quasi inevitabile che dall’incrocio di questa duplice ricorrenza nascessero antologie, articoli, convegni. Il più rilevante tra quelli previsti in Italia avrà luogo presso il Palaposte dell’Università di Bari il 16, 17 e 18 novembre, un incontro internazionale su Gramsci, la guerra e la rivoluzione. Tra oriente e occidente, realizzato dalla International Gramsci Society Italia, dalla Fondazione Gramsci di Puglia, dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dalla Fondazione Gramsci di Roma, con la collaborazione del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Bari.
LO SCOPO non è solo quello di ricordare i fatti storici di quell’«indimenticabile 1917» o ricostruire la lettura che Gramsci ne diede. Il convegno si propone anche di esaminare le categorie gramsciane più importanti e misurarne l’utilità per il presente. Mettendo anche a fuoco come le categorie politiche fondamentali da cui era partito Lenin, «Stato» e «rivoluzione», cambiarono negli anni della maturità dell’autore dei Quaderni del carcere, proprio a partire da Lenin e dalla comprensione della irrepetibilità dell’Ottobre nei paesi a capitalismo maturo.
Per quest’opera di analisi storica, teorica e politica, saranno presenti in gran numero studiosi e studiose di tutto il mondo e di tutte le generazioni. Tra gli altri Donald Sassoon, Giovanna Cigliano, Giuseppe Vacca, Francesco Biscione, Silvio Suppa e Francesco Fistetti nella giornata d’apertura dedicata a «Guerra e rivoluzione», e Fabio Frosini, Lea Durante, Pasquale Voza, Eleonora Forenza e Massimo Modonesi nel secondo giorno di lavori, su «Un nuovo concetto di rivoluzione».
COMPLETERANNO I LAVORI, oltre agli altri interventi previsti (tanti i giovani studiosi e studiose impegnate su Gramsci), una pattuglia di esperte ed esperti dei paesi che una volta definivamo dell’Est (nella fattispecie Russia, Romania e Ungheria) che racconteranno come sono cambiate nel tempo, e negli ultimi anni, la percezione e la conoscenza di Gramsci nelle rispettive culture.
Infine uno spazio sarà dedicato alle scuole superiori, attivamente presenti al convegno, con un’intera sessione di lavoro (sabato mattina) dedicata all’incontro fra studenti, docenti e studiosi.

fonte: Il Manifesto, 15/11/2017